Enel Energia e il bello della concorrenza

Da un’amica che vive in Piemonte, “riceviamo e volentieri pubblichiamo”, come si dice nelle redazioni giornalistiche, senza aggiungere ulteriori osservazioni se non qualche link:

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Ho cambiato… non so cosa… insomma:
prima chi forniva energia elettrica era enel-qualcosa, ora è enel-qualcos’altro.

Lo so, lo so, non si dovrebbe… ma mi ha telefonato questo tizio, mi ha decantato le meraviglie di questo nuovo fornitore, bollette alla mano ho visto che in effetti costava meno, e così ho autorizzato il passaggio.

Tutto ok, è arrivata la prima bolletta a casa e l’ho pagata.

Mi ero ripromessa di domiciliarla in banca, come ho sempre fatto con tutte le bollette, ma poi non l’avevo ancora fatto. Secondo errore. Comunque non avevo mai avuto grossi problemi con la posta, quindi la cosa non mi sembrava grave.

Fatto sta che, mentre ero al pc, all’improvviso, mi va via la luce in casa.

Penso a un problema comune, ma i miei vicini la luce ce l’hanno.

Allora penso a un problema mio e vado a vedere il contatore.

Un messaggio sinistro mi avverte che “è stato effettuato un depotenziamento”. Cosa sarà?

Chiamo enel-guasti. Il tizio mi spiega che il depotenziamento avviene quando non si è pagata una bolletta, nonostante due solleciti, di cui il secondo inviato per raccomandata.

Ma io non ho ricevuto nessuna bolletta, né tanto meno solleciti, né per posta ordinaria né per raccomandata. E poi sono appena passati tre mesi dall’ultima bolletta, quindi stavo aspettando che arrivasse quella nuova.

Chiamo il servizio clienti. La signorina mi conferma che è stato effettuato il depotenziamento per morosità (e io provo un inspiegabile senso di vergogna). Le spiego che io non ho ricevuto nessuna bolletta di recente, anzi la sto aspettando, ma lei, dopo un antipaticissimo “Eh, dite tutti così!”, mi ricorda che le bollette arrivano ogni due mesi, non ogni tre. In pratica questo nuovo contratto prevede bollette bimestrali, non trimestrali come prima.

E allora?

Allora mi indica l’importo della bolletta non pagata, che ora devo andare di corsa a pagare presso una lottomatica e poi inviare la ricevuta via fax, per ottenere il ripristino della corrente.

E sulla prossima bolletta pagherò una sessantina di euro per questo ripristino.

Bell’affare.

Ho chiesto il numero della raccomandata inviatami, che a me non è mai arrivata e che a loro risulta “tornata indietro”, così cercherò di chiarire con le Poste cosa è successo, ma temo che sia una battaglia persa in partenza.

Ora fino a quando non sarà ripristinata la corrente (e ci vorranno da un minimo di due ore a un massimo di cinque giorni, mi ha gracchiato la signorina) non posso attaccare il freezer né altro, perché il contatore depotenziato sopporta il frigo e un paio di lampadine, niente di più.

E io ho un sacco di cose in freezer, che ora ho staccato altrimenti il contatore salta. Passerò il pomeriggio a cucinare, compatibilmente con il fatto di non poter usare il forno, e a stivare in frigo il cucinato.

Quest’anno non inizia bene. Speriamo che prosegua meglio.

Via, vado: parto un po’ prima per andare a prendere le figlie a scuola e pago ‘sta fantomatica bolletta.

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12 febbraio 2013, la cicogna in sciopero

Leggo oggi su Repubblica on line questa allarmante notizia: il personale dei reparti di ostetricia degli ospedali italiani, per protestare contro il disagio, l’incertezza istituzionale e la carenza di fondi in cui è costretto a lavorare, invece di indire il solito sciopero tradizionale ha escogitato un’originale forma di contestazione sindacale. Il 12 febbraio prossimo, infatti, ginecologi e ostetriche, regolarmente in servizio, si asterranno da qualsiasi manovra  medicalizzata programmata, a cominciare dai parti cesarei e dalle induzioni di travaglio, garantendo soltanto gli interventi che dovessero rendersi necessari in urgenza, oltre alla normale assistenza ai parti fisiologici spontanei.

La decisione, tranne che per il fatto di essere limitata a un solo giorno, ha qualcosa in comune con l’agitazione sindacale in corso da qualche tempo tra il personale della scuola: in moltissimi istituti superiori i docenti hanno ritirato la disponibilità a svolgere qualsiasi attività aggiuntiva non obbligatoria, che sia retribuita o no, a cominciare dall’accompagnamento delle classi in gita di istruzione, dai corsi di recupero pomeridiani, fino a tutti i progetti didattici aggiuntivi, alle sostituzioni occasionali dei colleghi assenti e agli incarichi di coordinatore di classe o di figura referente. Il tutto, senza mettere in discussione le consuete attività didattiche quotidiane, il corretto svolgimento dei programmi, la preparazione e la correzione delle verifiche e i contatti con le famiglie: ossia, le attività ordinarie in cui consiste normalmente il nostro lavoro. Più o meno quello che per l’ostetrico (sia nel senso di medico ginecologo, sia di “levatrice”) dovrebbe essere l’assistenza corretta ai parti fisiologici, e l’avvio dell’intervento medico di urgenza solo quando c’è bisogno.

Ma no, la notizia allarmante non era questa, bensì quella che arriva immediatamente dopo: si stima, testualmente, che a causa dell’iniziativa, “delle circa 1.500 nascite medie giornaliere, circa 1.100 saranno rinviate oppure anticipate.”

Se la matematica vale anche a quest’ora (e spero di sì, perché devo ancora finire di correggere un pacco di verifiche), 1100 eventi su 1500 corrispondono a più del 70 per cento.

L’articolo quindi ci informa che, non nella situazione eccezionale di una giornata di sciopero, ma in regime di assoluta normalità che vige tutti i giorni, in Italia le date e gli orari di quasi tre quarti delle nascite vengono programmati a tavolino, invece di aspettare che la fisiologia faccia il suo corso e che le avvisaglie di travaglio partano da sole quando i tempi sono maturi.

Tali interventi, dichiaratamente, non hanno alcun carattere di necessità stringente, ed evidentemente non fanno parte delle mansioni obbligatorie, tanto è vero che possono essere agevolmente rifiutate, rinviate o ridotte senza cadere in alcuna illegalità.

Il punto è che siamo talmente abituati a considerarli routinari, e in un certo senso “dovuti“, che la sia pur minima iniziativa che abbia l’effetto di metterli in dubbio, fa notizia. Analogamente, quanti dei nostri studenti, e relative famiglie, quest’anno sono caduti dal pero sgomenti, all’annuncio che quasi sicuramente non si sarebbero programmate le gite: ma come, si è mai sentita una cosa del genere? Ma non si può…

Fosse la volta buona che qualcuno si accorge che tutte quelle operazioni ostetriche scrupolosamente pianificate sono in gran parte inutili, e che anche senza, si nasce lo stesso? Esattamente come a scuola si può imparare lo stesso anche senza il rituale della gita scolastica, del progetto teatrale o del mercatino natalizio.

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Il musulmano, la lesbica e il prete (per tacere del giornalista)

Se un lettore distratto avesse dovuto fidarsi dei giornali, ieri, avrebbe avuto di che sbigottirsi: prima la Corte di Cassazione a favore delle adozioni gay, e poi prontamente la Chiesa cattolica, nella personalità del suo più autorevole giornale, Avvenire, lancia un anatema vibrante contro la Corte stessa, che avrebbe legittimato addirittura la sperimentazione sui bambini.

Poi si va a leggere il resto dei resoconti, e si molla il colpo con delusione estrema. Pensavate davvero di esservi trovati di fronte a una virata etica e giuridica epocale, nel bene o nel male? Ma quando mai? Detto in termini più neutri ed educati possibile, la notizia non è mai esistita, e lo scambio di improperi tra vescovi, laicisti, magistrati, femministe e omosessuali, casomai esista davvero, è fondato sul nulla assoluto.

Ossia, vediamo di essere chiari: non c’è stata nessuna adozione, né da parte di coppie gay né eterosessuali, e tantomeno alcuna modifica delle normative sull’adozione, né alcun pronunciamento che sollecita una riforma in tal senso.

Partiamo dalla banale e triste realtà dei fatti: un uomo e una donna che in passato si sono amati e che insieme hanno generato un bambino (presumibilmente in maniera del tutto naturale, come auspicato dai sostenitori della famiglia tradizionale), si separano in modalità aggressiva e rancorosa, e non riescono a mettersi d’accordo da soli sulle rispettive responsabilità nei confronti del figlio. Si ricorre quindi al tribunale per dirimere la contesa e per stabilire a chi debba essere assegnato l’affidamento prevalente del minore.

Nulla ci è dato di sapere sulla vita concreta di queste persone, se non che il padre “è di religione islamica” (senza specificare se sia un cittadino italiano o no, se si sia reso responsabile di qualche illecito o no, né tantomeno se tali illeciti possano essere fatti risalire o no alle sue origini culturali) e che la madre “è una ex tossicodipendente” (senza specificare quali siano attualmente le sue condizioni di salute fisica e psichica, né se sia riuscita o meno a reinserirsi nella società civile provvedendo dignitosamente a se stessa). Non sappiamo neppure se fossero stati legalmente sposati o no, na questo non dovrebbe fare alcuna differenza sulla responsabilità verso i figli.

Del padre, non è noto se attualmente viva da solo o se si sia rifatto una nuova famiglia; mentre della madre sappiamo che -evidentemente, di inclinazioni bisessuali, che non le avevano impedito di stare precedentemente con un uomo e di fare un figlio con lui- ha intrecciato una relazione sentimentale con un’altra donna e che è andata a vivere con lei. Non possiamo nemmeno sapere se tale relazione omosessuale sia iniziata prima o dopo la contesa giudiziaria sull’affidamento del figlio.

Negli ultimi anni, nei casi di separazione con figli,  è invalsa da parte dei giudici l’abitudine (assolutamente civile e ragionevole) di concedere, nella stragrande maggioranza dei casi, l’affidamento congiunto alla pari a entrambi i genitori. Nonostante ciò, in questo caso specifico, un tribunale (sempre per motivi che noi non sappiamo) aveva riconosciuto, in prima istanza, l’affidamento esclusivo alla madre, tutelando il diritto del padre a frequentare comunque il figlio, ma solo sotto determinate condizioni e limitazioni.

Una decisione del genere, normalmente, si prende solo quando uno dei due risulta gravemente inadeguato ad assumersi responsabilità genitoriali autonome. O perché ha dato prova di essere violento, o di educare i figli all’illegalità, o magari di tenere semplicemente un atteggiamento trascurato e incosciente verso di loro.

Ma di tutte queste ipotesi, appunto, non sappiamo nulla: gli articoli si limitano a dirci che fosse musulmano, come se questo fosse già di per sé un motivo autoevidente per considerarlo un padre inadeguato.

Come sia, come non sia, il bambino viene in prima istanza affidato alla madre.

Che poi questa vivesse da sola, o vivesse con un altro uomo, o con una donna, o con un leprechaun, o con un rettiliano, non c’entra niente con la decisione presa: l’affidamento alla madre è stato deciso perché il tribunale, per motivazioni che non conosciamo, ha ritenuto che, tra i due genitori, in quel momento, fosse lei quello che offriva garanzie migliori per una cura e un’educazione equilbrata del minore.

Dopo questa prima sentenza, l’altro genitore protesta. Il che sarebbe anche nel suo diritto, in linea di massima, se ritiene davvero di aver subito un torto o un errore giudiziario.

Ma intanto facciamo un passo indietro e riflettiamo: che cosa c’entrano le “adozioni gay”?

L’adozione è un istituto giuridico che non ha niente a che fare con le sentenze di affido parentale in caso di separazioni tra genitori esistenti e riconosciuti: adozione vuol dire che un bambino in stato di abbandono (ossia, che non ha famiglia) diventa legalmente figlio di altre persone, che prima non erano “i suoi genitori” e che invece da quel momento lo diventano, e saranno considerati per sempre i suoi veri e unici genitori a tutti gli effetti.

Nella decisione sull’affidamento del figlio di separati, si discute su quale dei due genitori (che ci sono già) debba occuparsi prevalemente del figlio (che è già figlio loro).

Dove starebbe l’adozione?

Quella sentenza non ha affatto “dato un bambino in adozione a una coppia gay”: ha semplicemente risposto a una controversia tra padre effettivo e madre effettiva, sia legali che biologici, riguardante un minore che non era in stato di adottabilità.

Il bambino infatti non è stato affatto adottato,  da nessuno: è stato affidato alla madre, che era già sua madre, per ragioni contingenti, indipendenti dalle sue preferenze sessuali.

Non risulta che le sia stato assegnato in adozione (come avrebbe potuto? era già suo figlio!), né tantomeno che sia stato consentito alla sua compagna di adottarlo (e perché mai? aveva già entrambi i genitori!). E non risulta nemmeno che sia stata revocata la potetà genitoriale al padre, o che sia stato rescisso per legge il suo legame di parentela con lui: quell’uomo continua ad essere il padre del bambino a tutti gli effetti, può vederlo, e partecipare alla sua vita.

Prevedibilmente, l’elemento dell’omosessualità è sorto solo in un secondo tempo. Nella prima sentenza, è probabile che fosse stato completamente ignorato.

Non è credibile che il tribunale abbia stabilito, fin dall’inizio, “lo affidiamo alla madre perché è lesbica” oppure “lo affidiamo alla madre nonostante sia lesbica”, o tanto meno “lo affidiamo alla coppia composta dalla madre e dalla sua compagna lesbica”: il tribunale lo ha affidato alla madre e basta, per ragioni legate esclusivamente al confronto tra l’affidabilità dei due genitori.

Il caso, in un secondo tempo, è esploso solo perché il padre, volendo ricorrere contro la sentenza per ragioni proprie (come fanno tanti altri genitori separati che a torto o a ragione non accettano tali sentenze, per motivi diversissimi), le ha provate di tutte per dimostrare che la madre fosse inadeguata …

…e fra i vari tentativi, forse su consiglio temerario di qualche avvocato amico, tra le tante ha provato anche quella, ovvero di sostenere che la madre fosse inadeguata proprio perché lesbica.

E a quel punto un altro tribunale ha riesaminato il tutto, e ha detto semplicemente: “No, non ci risulta che l’essere lesbica implichi necessariamente l’essere una cattiva madre, dunque il ricorso non è fondato”, e quindi ha respinto l’obiezione dell’uomo e ha lasciato la decisione così come già stava prima, senza modificarla.

Probabilmente 40 anni fa avrebbe potuto succedere la stessa cosa se la madre si fosse riaccompagnata con un altro uomo, e l’ex marito, o magari la ex suocera, si fossero messi in testa che, per quella ragione, fosse per definizione una poco di buono.

Come si faccia a trasformare questa banalità assoluta in una presunta “autorizzazione alle adozioni gay”, proprio non si riesce a immaginarlo. Come se il compito della Corte di Cassazione fosse quello di assegnare figli in adozione, tra l’altro. Aver associato i due concetti, sia da parte delle voci cattoliche sia di quelle giornalistiche, è un atto di pura fantasia morbosa, o forse di plateale malafede. Come pure sa di malafede il riferimento alla “sperimentazione” sulla pelle dei bambini, di novità minacciose e misteriosissime mai viste prima: i figli allevati da genitori omosessuali esistono già, basta andare a vedere come vivono realmente, invece di preoccuparsi a scoppio ritardato.

Quel bambino (che, visti i tempi tipici che ci vogliono per arrivare in Cassazione, ormai sarà nella piena adolescenza) è soltanto stato al centro di una logorante schermaglia legale tra adulti immaturi e rancorosi, di quelli che non esitano a passare sopra alle esigenze e ai problemi dei figli pur di farsi la guerra tra di loro.

Atteggiamento tristemente diffuso tra tanti normalissimi genitori separati dall’identità socialmente corretta; altro che chiedersi con commiserazione se sia meglio il musulmano o la lesbica.

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Se fosse stato uno zingaro

Gli ingredienti ci sono tutti:

- stereotipo sul culto del macchinone (con legittimi sospetti maliziosi sulla sua intestazione e sulla regolarità della provenienza dei soldi necessari per comprarlo),

- ragazzino che già a tredici anni sa guidare perché evidentemente il maschio padre orgoglioso gli ha ampiamente consentito di provare a farlo, illegalmente, fin dalle elementari,

- abitudine a una libertà personale estrema completamente fuori dal controllo dei genitori,

- frequentazioni con amici lontanissimi, presumibilmente più adulti e sconosciuti alla famiglia,

- contatti assidui con paesi dell’est europeo.

No, non si tratta di un ragazzo di un campo rom, ma del figlio di un imprenditore benestante di Treviso.

Sto qui ad aspettare con ambiguo sorriso leonardesco (…e sono quarant’anni che sopporto le battute scontate sul mio nome, per una volta lasciatemi la soddisfazione davvero), per vedere se per questo caso si alzeranno gli stessi strilli indignati che normalmente si riservano ad altre realtà sociali, sul genere del “bisognerebbe toglierlo subito ai genitori e farlo adottare da una famiglia perbene”

Casomai qualcuno si azzardasse a suggerire una soluzione del genere, io rilancerei con una proposta originale: affidarlo a una famiglia di fricchettoni ecologisti vegetariani alternativi che per scelta vive in una colonica isolata nel paese dei lupi, senza automobile, senza televisione, senza collegamento a internet, autoproducendosi il cibo con la coltivazione dell’orto biologico, del frutteto armonico, e con la mungitura di capre ecosostenibili.

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Precisazione: il chiarimento sul fatto che il ragazzo fosse nato in Polonia e fosse stato adottato da una famiglia italiana solo da pochi anni è arrivato diverse ore dopo, e quando è stato scritto il post, nella prima versione dell’articolo, non c’era.

A maggior ragione, dubito che avesse avuto la possibilità di diventare un campioncino di go-kart nel suo Paese d’origine, visto che quasi sicuramente avrà sempre vissuto in istituto, o in una famiglia gravemente disagiata. Per cui, l’opinione su una famiglia che incoraggia il figlio tredicenne (o magari anche undicenne, visto che a 13 è già un “guidatore esperto” e abituale) a guidare illegalmente l’automobile, non cambia, che si tratti di un figlio biologico o adottivo.

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Sogno di Capodanno per cinquenni tecnologici

Supponiamo di essersi decisi a tentare il primo Capodanno fuori casa dopo la nascita dei figli, invece della consueta festicciola casalinga con stelline luminose in terrazza, alla quale ci si era abituati da diversi anni.

Supponiamo di uscire da un magico spettacolo teatrale con i bambini entusiasti, e di attraversare a piedi un centro cittadino saturo di lampi e di esplosioni.

Supponiamo quindi di provare a riaprire la porta di casa (per la verità nemmeno particolarmente tardi, ma con la prole legittimamente sfinita) e di trovare la serratura rotta, con la chiave che gira drammaticamente a vuoto, e non riuscire a entrare?

No, no, niente ladri, si è proprio rotta da sola!

E’ vero che da diversi mesi funzionava maluccio, ma di scassarsi definitivamente proprio nella notte di san Silvestro, gliel’ha ordinato il medico? Gli spiriti? Gli UFO? I Maya in un ultimissimo disperato colpo di coda dell’anno ormai finito?

Supponiamo infine di tentare cinque o sei chiamate completamente inutili a vari numeri di “fabbri-pronto-intervento-24-ore-su-24-365-giorni-all’anno” (ma magari hanno fatto eccezione proprio stavolta, perché l’anno appena finito ne aveva avuti 366), e di essere finiti a stazionare scoraggiati  sul pianerottolo, con qualche pezzo della famiglia già dormiente.

A quel punto, che si fa?

Con notevole imbarazzo e senso di colpa civico (ben consapevoli di quante emergenze più serie avranno, tra il rischio di incidenti stradali e quello di petardi finiti male), ci si decide a chiamare i Vigili del Fuoco.

Che dire, evitando la retorica e la barzelletta?

Basta dire la verità, e cioè che, a parte una giustificabilissima attesa, l’intervento è stato perfetto, discreto e con effetti collaterali minimi,  tra cui un po’ di battute inopportune di curiosi per strada.

Non abbiamo perso nulla e stiamo tutti bene, felino compreso.

Ma c’è un giovanissimo testimone che ricorderà questo come il Capodanno più entusiasmante della sua vita: avere i pompieri in casa, la realizzazione del mito assoluto di un cinquenne con ambizioni avventurose e tecnologiche, di quelli che sanno distinguere a occhio un treno a vapore classico da un locotender, e che quando finiscono al pronto soccorso sono esaltatissimi perché forse gli faranno visitare l’ambulanza da dentro.

Già schiantato a dormire passando di braccia in braccia nell’attesa, all’arrivo degli operatori  si è risvegliato di colpo, e non ha perso il più piccolo dettaglio della manovra. In pratica, si convincerà di averla diretta lui in persona, la manovra stessa, compresa la prova del casco professionale con tanto di foto, e la visita guidata sul mezzo di soccorso.

Essendosi, tra un accidente e l’altro, addormentato definitivamente alle quattro del mattino, c’erano buone probabilità che non ricordasse nulla o che pensasse di averlo sognato. Invece, appena uscito dalle lenzuola, la prima cosa che ha fatto è arraffare carta e pennarelli per immortalare il ricordo prima che si annacquasse.

Che si vuole di più per festeggiare l’anno nuovo?

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Altri maschi di Capodanno

Per qualche curiosa coincidenza, le più istruttive lezioni popolari sull’identità di genere arrivano alla vigilia di Capodanno, e possibilmente in mezzo ai sacchetti della spesa.

Padre e tre figli, due femmine e un maschio tutti abbastanza vicini di età, diciamo dai sette agli undici, manovrano il carrello stracolmo nel parcheggio di un grande supermercato. La madre evidentemente è rimasta a tirare a lustro la casa in vista del cenone.

Appena sganciate le sicure dell’auto, con il consueto telecomando appeso al portachiavi, il ragazzino si piazza sul sedile anteriore a tamburellare su tasti elettronici, mentre le altre due provano ad armeggiare con le buste piene.

Il padre interviene:  – “Ma perché non vieni a dare una mano anche tu?”

- “Perché non mi va!

- “E che razza di maschio sei, che non aiuti le tue sorelle?”

- “Uffa… ma se non mi va?!”

- “Se non ti va, vuol dire che sei uno stronzo!

E, solo a quel punto, una delle bambine protesta compunta:
- “Ma babbo! Non si dicono le parolacce!

Visto che ormai ce la siamo scampata dai Maya, per il 2013 confido in qualche profezia ancora più spaventevole che arriva dagli Shardana, dai Guanci, o magari anche dall’Uomo di Flores, che ci facciamo andar bene tutto.

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Da oggi il mondo è un po’ meno intelligente

Nessuno è immortale, d’accordo, ma qualche volta la tentazione di sperarci è troppo forte.

Non era arrivata nei pressi dei 110 anni, anche questo è vero, e quindi non aveva titolo per rientrare nelle statistiche ufficiali della longevità estrema.

Ma per tutto quello che aveva contribuito a svelare sui meccanismi di sviluppo, di conservazione e di invecchiamento delle cellule umane, e in particolare dei tessuti nervosi, e su come questi si organizzino per riparare tutto il riparabile contro i danni del tempo, il titolo di supercentenaria onoraria glielo regaliamo a occhi chiusi anche contro tutti i criteri del Guinness e della demografia, senza se e senza ma.

Un saluto a Rita Levi Montalcini, 103 anni, donna di scienza.

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Piltdown e la scimmia dell’evoluzione – II

(2 – continua da qui)

Non solo scienziati professionisti, come si è detto, si aggiravano in quel periodo tra le colline del sud dell’Inghilterra, in cerca di reperti antichi. Anche escludendo, per dignità narrativa e per difficoltà di censimento, la fascia più bassa di tombaroli, avventurieri, e mitomani, tra le numerose figure che ricopriranno un ruolo significativo in questa storia, possiamo contare un buon numero di ricercatori dilettanti.

C’è da dire che in quell’epoca, ancora nostalgicamente intrisa di epica vittoriana appena prima delle grandi tragedie del secolo nuovo, la parola dilettante non era necessariamente critica e sminuente come adesso. La scienza accademica non coincideva  ancora in pieno con la struttura formale che ci è familiare oggi, e generazioni di idealisti allevati nel mito dell’eccellenza intellettuale (e ovviamente abbastanza benestanti da venir sollevati da qualsiasi incombenza pratica nella vita privata e familiare), potevano ancora permettersi di offrire alla ricerca e alla cultura contribuiti originali di tutto rispetto, pur continuando per tutta la vita a dedicarsi primariamente a un altro mestiere.

E nel colorito manipolo di studiosi amatoriali che negli anni  successivi avrebbero continuato a lungo ad affiancare gli scienziati a tempo pieno, con loro mescolandosi, collaborando, litigando e giocando insieme, troveremo di tutto, dal prete, al dentista, al gioielliere, allo scrittore famoso.

Il primo a entrare in scena, tanto per cominciare, è l’avvocato: quarantacinquenne all’epoca, residente a Hastings e titolare di uno studio legale ben avviato, Charles Dawson non aveva mai rinunciato alla sua bruciante passione infantile per gli scavi e le antichità.

E quasi infantile, in effetti, travolgente e incontrollabile, era rimasto il suo entusiasmo per qualsiasi cosa potesse emergere da sotto terra: la traccia originaria dei tunnel segreti sotto al castello di Hastings, i depositi di gas naturale di Heathfield, promessa di un Novecento tecnologico e luminoso, ma anche manufatti preistorici, opere d’arte romana, e soprattutto resti fossili di animali estinti. In qualche caso le soddisfazioni andarono oltre ogni sua più rosea aspettativa, come quando una varietà di dinosauro fino ad allora sconosciuta, e da lui meticolosamente descritta come specie a parte, fu ufficialmente etichettata come Iguanodon dawsoni.

Sotto ogni punto di vista, quindi, Charles Dawson non appariva come un improvvisatore qualunque. I suoi studi erano stati pubblicati da riviste serie, e gli avevano fruttato l’ammissione a circoli scientifici prestigiosi, come la Geological Society o la Society of Antiquaries of London. Accademici di tutto rispetto, primo fra tutti Arthur Smith Woodward, leggendario curatore  del Natural History Museum di Londra, furono suoi amici personali e garanti scientifici.

Nell’irruenza del suo entusiasmo, tuttavia, gli eruditi più pragmatici avrebbero potuto notare, fin dall’inizio, qualche nota stonata. In particolare, un eccessivo coinvolgimento di fronte a qualsiasi bizzarria, che avrebbe fatto la gioia del suo contemporaneo statunitense Charles Fort.

Il giorno in cui Dawson, ad esempio, aveva dato per buona la scoperta di un rospo pietrificato all’interno di un nodulo naturale di pietra cava (sempre meglio di quelli che affermavano di averli ritrovati vivi, dopo una sepoltura di migliaia di anni), o quando aveva annunciato trionfalmente il ritrovamento di una statuetta metallica di età romana che avrebbe retrodatato di diversi secoli la tecnologia della fusione della ghisa, qualcuno dei suoi dotti referenti si sarà pur sentito un po’ in imbarazzo.

Il rospo pietrificato rinvenuto nel 1898 a Lewes, Sussex,
e dottamente nobilitato da Charles Dawson

Nessuna di queste piccole brutte figure, tuttavia, era stata abbastanza grave da farlo estromettere dall’ambiente degli esperti. Con il benevolo consenso di tanti scienziati autorevoli, la sua fama e la sua simpatia dilagavano, in particolare, nel mondo spicciolo della vita di tutti i giorni, e nella sua fitta rete di contatti dal basso.

In quella regione, qualsiasi contadino o minatore analfabeta, qualsiasi studentello adolescente con velleità da giovane esploratore, qualsiasi donna di casa impegnata a svuotare la soffitta di un defunto zio eccentrico, sapeva che, se fosse capitato di imbattersi in un oggetto curioso, invece che buttarlo nell’immondizia senza rimorsi, poteva valere la pena di mostrarlo prima a Charles Dawson.

E la stessa cosa, secondo le memorie più diffuse in seguito, pensò Venus Hargreaves quando un suo compagno di fatica sbatté accidentalmente tra le ghiaie quell’oggetto brunastro che sembrava una noce di cocco, e che era già diventato un puzzle da ricostruire come una mappa del tesoro.

(2 – continua)

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Piltdown e la scimmia dell’evoluzione – I

Lo chiamavano Venus, letteralmente “Venere“, ma quale fosse il suo vero nome non ci è dato di saperlo. Né sappiamo con certezza che cosa avesse combinato questo suddito britannico, indubbiamente maschio, in età abbastanza avanzata da permettersi una vistosa barba bianca, e avvezzo a pesantissimi lavori manuali nelle campagne del Sussex, per meritarsi un soprannome del genere.

Quello che sappiamo con certezza è che nei primi anni del secolo andato, a qualche punto imprecisato tra il 1908 e il 1911, il nostro “Venus” Hargreaves, insieme a un paio di rustici colleghi, stava lavorando di vanga in una piccola spianata seminascosta dagli alberi, che custodiva un deposito naturale di ghiaia.

Venus Hargreaves al lavoro tra le ghiaie di Piltdown
(l’oca si chiama Chipper
)

La ghiaia proveniva da uno degli strati millenari di sedimenti accatastati lungo il corso del fiume Ouse, e gli scavi non avevano alcun fine intellettuale, ma solo quello di raccogliere materiale per i lavori edili, richiesto in particolar modo per la costruzione delle strade. Il sito apparteneva a una tenuta nota con il nome di Barkham Manor, e il nome del centro abitato più vicino era Piltdown.

Nonostante la loro scarsa istruzione formale, tuttavia, Venus e i suoi compagni, qualche vaga familiarità con il mondo della ricerca scientifica sotterranea potevano vantarla. Quella zona, infatti, ricca di strati di ghiaie, argille e riporti alluvionali assortiti, godeva fama di territorio geologicamente interessante, e da anni era frequentata da cultori di archeologia e di mineralogia; qualcuno era uno studioso professionista, altri erano semplici appassionati, mercanti opportunisti o collezionisti di bizzarrie, ma tutti sempre pronti a presidiare pozzi, cave e cantieri in cerca di materiale curioso. Fibbie e monete metalliche di età romana, selci scheggiate del Paleolitico, fino a qualche osso fossile di misteriosi animali sconosciuti, favolosamente sconfinanti nella leggenda, tutto era buono per i musei, per le botteghe antiquarie, e per le wunderkammer private.

Così, quel giorno in cui la vanga di uno degli operai sbalzò fuori dalla ghiaia un oggetto tondeggiante, a prima vista compatto, fortemente abbrunito dal tempo, che prima di poter essere distinto e afferrato al volo era già andato a raggiungere un mucchio di detriti spaccandosi in sette o otto pezzi,  e qualcun altro dei presenti commentò incuriosito: “…e quella che cos’era, una noce di cocco?“…

…Venus Hargreaves bloccò lo scenario con voce concitata e disse: “Calma, fermi tutti, chiamiamo un esperto!”

Il nome dell’esperto era Charles Dawson.

(1 – continua)

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Piltdown e la scimmia dell’evoluzione – premessa

Visto che ormai ce la siamo scampata dai Maya, vediamo di mantenere la promessa sul resto.

Ossia, sull’omaggio commosso a una delle bufale scientifiche più clamorose della storia mondiale, che proprio in questi giorni compie 100 anni senza che nessuno abbia mai potuto stilare la sentenza definitiva su come sia andata realmente.

A dire la verità, non so argomentare con esattezza sul perché il tema mi abbia appassionato così tanto.

Diciamo che inizialmente è stata una legittima reazione all’abbuffata di misteriologia dominante dell’anno, equamente divisa tra l’apocalisse dei Maya e il centenario del naufragio del Titanic (i cialtrofili più raffinati vi avrebbero aggiunto anche quello della rivelazione del manoscritto Voynich, ma non si può avere proprio tutto).

Ma probabilmente l’associazione di idee tra scavi geologici, schegge pietrificate e scherzi da maestro, mi ha smosso qualche radice atavica e mi ha fatto riconoscere in quella beffa inglese qualcosa di  inconsapevolmente e profondamente toscano, discendente diretto dell’elitropia di Calandrino e delle teste di Modigliani.

Proveremo a ricostruire, in questi prossimi giorni prima che il centenario formalmente scada, la storia di come l’evidenza dell’evoluzione umana sia apparsa un giorno tanto mirabile e impressionante, da poter subito vantare con prontezza qualche bel tentativo di imitazione.

La storia dell’Uomo di Piltdown non è una storia di evoluzione delle scimmie; al contrario, è la storia di una scimmia dell’evoluzione.

E la storia l’ho promessa, quindi arriva; forse un pezzetto alla volta, ma arriva di sicuro.

- capitolo 1
- capitolo 2
- capitolo 3
- (…)

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L’evoluzione delle scimmie, delle aquile, e delle bufale intelligenti

Ogni tanto, qualche impostore geniale riesce a combinare una falsificazione fatta veramente bene. Quale che sia il giudizio etico sulle motivazioni dell’impostura, e sulle sue eventuali conseguenze, bisogna ammettere che esiste anche una scala di  valutazione puramente estetica, che distingue la bufala intelligente dalla bufala-e-basta.

E’ chiaro che non parliamo di pure e semplici truffe, né di trovate pubblicitarie esclusivamente commerciali, né tantomeno di contorte teorie pseudoscientifiche al limite della patologia complottistica: parliamo di falsificazioni consapevoli, ben articolate, al tempo stesso impegnative e divertentissime da elaborare.

In passato, la durata dell’accettazione della bufala e della sua apparente plausibilità costituiva decisamente un fattore di arricchimento del suo valore artistico: quanto più a lungo la montatura rimaneva in piedi, tanto più era considerata ben fatta.

Questo criterio si è drammaticamente ribaltato con l’avvento progressivo della comunicazione di massa, prima, e della cultura digitale poi: oggi la bufala migliore è considerata quella che raccoglie più adesioni, più citazioni, più rimbalzi, più commenti, sì, ma nel più breve tempo possibile.

Quella dell’aquila canadese che carpisce il bambino, anno 2012, ha retto per meno di 24 ore. Il giorno immediatamente successivo alla diffusione del filmato, e alle relative analisi mediatiche (con tanto di milioni di clic su youtube, centinaia di articoli giornalistici in tutte le lingue, e decine di esperti intervistati che spaziavano dall’etologia dei rapaci all’attivismo ambientalista alla computer-grafica), gli autori sono immediatamente usciti allo scoperto, per propria esplicita volontà.

Quella delle false sculture di Amedeo Modigliani, anno 1984, sopravvisse per qualche mese. Ma anche in quel caso, se la verità emerse quasi subito, fu per scelta esplicita dei responsabili: ottenuto il loro scopo immediato, che non era quello di perturbare a lungo termine la ricostruzione cronologica della storia dell’arte italiana, né di guadagnarci qualcosa materialmente (al contrario di questo), ma semplicemente di godersi la grande soddisfazione di uno scherzo ben riuscito, gli autori si affrettarono a confessare la verità: che altra motivazione avrebbero avuto, per prolungare ulteriormente il mistero?

Ma quella dell’Uomo di Piltdown, anno 1912, fasullo anello mancante dell’evoluzione umana, le batte tutte: l’allegro e incongruo fossile inglese, sul quale si giocarono duelli carrieristici, schermaglie accademiche, e pefino drammi di coscienza sconfinanti con la teologia…

proprio in questi giorni compie spavaldamente 100 anni, e ancora, a inventarselo, non si sa chi sia stato.

Domani, mentre una gran quantità di blog scettici saranno concentrati a smentire e a ridicolizzare l’apocalisse dei Maya, qui si parlerà di questo.

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Dall’Appennino al West, per approdare in Giappone

E’ durato soltanto un paio di settimane il fragile soggiorno di Dina Guerri Manfredini al vertice delle statistiche mondiali di longevità attuale.

La modenese decana dell’umanità si è infatti spenta oggi, a 115 anni più 257 giorni, dopo aver conservato il primato per soli 13 giorni.

La salutiamo con simpatia, e con un po’ di malinconia; ovviamente la morte di un’ultracentenaria estrema non è un evento imprevedibile, ma bisogna dire che stavolta ci avevamo sperato, che la sua simbolica stagione di visibilità potesse durare un po’ di più. Tutto sommato, la signora che aveva mantenuto il titolo prima di lei, la statunitense Besse Cooper, se l’era tenuto stretto per un anno e mezzo con piglio deciso.

Ai fini delle statistiche curiose, alla data di oggi, il particolare più notevole è che con la morte di Dina il primato di persona vivente più anziana al mondo, insolitamente, passa a un maschio: si chiama Jiroemon Kimura, è giapponese, ed è nato appena 15 giorni dopo di lei; era già un uomo di mezza età negli sciagurati giorni di Hiroshima e Nagasaki, ha visto i regni di quattro imperatori, nonché una lunga lista di terremoti.

Data la prevalenza schiacciante di donne sulle vette della longevità estrema, non facciamo scommesse sulla durata del suo primato, perché questo nonno universale, al momento, il suo doppio record l’ha già fatto.

 

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Dall’Appennino al West, è italiana la nonna del mondo

Il Guinness dei Primati ufficiale, pubblicato in lingua inglese, le riconoscerà il titolo freddamente burocratico di oldest living person. Ma l’italiano e le altre lingue neolatine hanno pronta per lei una qualifica assai più solenne, quella di “Decana dell’Umanità”.

Con la scomparsa della statunitense Besse Cooper, defunta ieri alla ragguardevole età di 116 anni più 100 giorni, la palma dell’essere umano vivente più anziano al mondo spetta per la prima volta a un’italiana: Dina Guerri Manfredini, 115 anni e mezzo, nata nella piccola comunità di Pievepelago, nell’attuale provincia di Modena, il 14 aprile 1897. Non sarà, tuttavia, soltanto l’Italia ad esserne fiera, visto che la sua lunga vita si è dipanata discretamente tra due continenti, incarnando un frammento di storia silenziosa.

Nel 1920 Dina partì per l’America, seguendo il suo fidanzato Riccardo, emigrato prima di lei per lavorare come minatore nei pressi di Des Moines, nello Iowa. Dal loro matrimonio nacquero quattro figli, tre dei quali sono ancora in vita; dopo che il marito fu costretto ad abbandonare il lavoro a causa di un incidente alla schiena, Dina si sobbarcò la parte più gravosa del bilancio familiare, lavorando prima come operaia in una fabbrica di munizioni militari, e in seguito come domestica in case private. Rimasta vedova nel 1965, ha oggi sette nipoti, e una ventina tra pronipoti di terza e quarta generazione. Ha continuato a lavorare occasionalmente come donna delle pulizie fino a quasi 90 anni (a volte mentendo sull’età, per essere accettata senza preoccupazioni) e ha vissuto nella propria dimora fino ai 110, acconsentendo solo nel 2007 a trasferirsi in una casa di riposo.

Secondo l’archivio del GRG (Gerontology Research Group, associazione scientifica internazionale che si occupa di tracciare e autenticare i casi di longevità estrema), sono ancora in vita una ventina di persone, documentate senza alcun dubbio, nate nel secolo dell’Ottocento. Per la maggior parte sono donne, tra le quali si contano, ooltre a Dina, altre due italiane.

Il primato della persona più longeva di tutti i tempi, escludendo casi controversi sconfinanti nella leggenda, appartiene alla francese Jeanne Calment, morta nel 1997 all’età di 122 anni e 164 giorni: da adolescente ebbe occasione di conoscere personalmente Vincent van Gogh, e aveva già superato i novant’anni quando il primo uomo mise piede sulla Luna.

Oggi, con un tocco di commozione, salutiamo Besse e rendiamo omaggio a Dina: nonna dei due mondi, o meglio, dell’unico mondo che abbiamo.

 

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Vi racconto una parabola

Da quasi 50 anni, i complottisti di tutto il mondo hanno avuto occasione di deliziarsi e mettersi alla prova, analizzando, decostruendo e parodiando la paranormale teoria del proiettile magico che uccise il presidente Kennedy.

Meglio tardi che mai, anche noi italiani, nel nostro piccolo, ci abbiamo provato: i lacrimogeni misteriosamente materializzatisi, il 14 novembre scorso, sopra un corteo di studenti che transitava sotto le finestre del Ministero della Giustizia, in via Arenula a Roma, avrebbero potuto essere un’ottima occasione per dimostrare una volta per tutte l’esistenza della telecinesi, della levitazione, della propulsione a curvatura o della Quinta Forza, spalancando scenari da premio Nobel, o almeno da premio Randi.

E invece i carabinieri del RACIS incaricati di studiare il fenomeno hanno sprecato un’occasione d’oro, limitandosi a invocare patetici rimbalzi e svolazzamenti frivoli. La mancanza di fantasia dei periti giunge al punto di scopiazzare maldestramente il romanzaccio dell’attentato di Dallas, sostenendo che le numerose tracce riconoscibili nel video sarebbero gli esiti del lancio di un solo lacrimogeno, che dopo essersene andato liberamente a spasso su e giù, si sarebbe spaccato in tre.

A sostegno della teoria giunge la rassicurazione del segretario del sindacato di polizia Siulp, Felice Romano:

“Nelle tecniche che noi utilizziamo i lacrimogeni vengono sparati a parabola, proprio per evitare che possano ferire le persone (….) forse quei lacrimogeni sono stati lanciati dai colleghi in strada in parabola, e nella discesa dalla parabola, chi ha inquadrato in quel momento, può pensare che siano venuti fuori dalla finestra“.

E a quanto pare anche il questore di Roma, Fulvio Della Rocca, conferma questa versione:

Dato che i lacrimogeni non devono essere sparati ad altezza d’uomo ma devono seguire una certa parabola, l’ipotesi è che si sia infranto sul muro del ministero dando quindi l’impressione di essere stato esploso da un balcone. ”

A questo punto, con un sospiro, torniamo ai fondamenti e ricordiamo a tutti che prima di lanciarsi in spericolate ipotesi implicanti scienze “alternative“, bisognerebbe conoscere un po’ meglio quelle “ufficiali“.

Questi signori, a quanto pare, parlano di “lancio a parabola” come se si trattasse di una tecnica specialistica, che richiede perizia, finezza e volontà deliberata.

Qualcuno, per pietà, spieghi loro che, a meno di non lasciar cadere un oggetto abbandonandolo da fermo, o di lanciarselo verticalmente sulla testa (o al limite scagliarlo in giù verso i propri piedi) senza nessuna deviazione orizzontale, tutte le traiettorie di oggetti lanciati sono sempre “a parabola”.

Non c’è bisogno di sforzarsi apposta per ottenere quella curva, viene da sola.

Ovviamente, se si vuole essere ancora più pedanti, si potrà anche specificare che si trascura la resistenza dell’aria, le rotazioni e vibrazioni interne del proiettile, e la sua perdita di massa durante il volo.

Ma di fronte a chi (vezzo usualmente coltivato dai filosofi, dai sociologi e dagli pscicanalisti, non dai poliziotti) pensa di impressionare intellettualmente l’ascoltatore, usando a sproposito un termine che evidentemente considera astruso e dotto, ignorando quanto invece sia banale… cominciamo dalle obiezioni più elementari.

E lasciamo la parola ai commoventi giovani autori di questo manifesto, evidentemente promettenti studenti di fisica:

Grazie per la rimpatriata di gioventù che mi avete fatto fare, ragazzi.

 

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Marina Chapman, la donna scimmia

Secondo i principi istitutivi di questo blog, qualsiasi notizia che porti all’attenzione pubblica una qualche forma di interesse per le scimmie, è degna di nota.

Accettiamo quindi un notevole rischio (in materia di senso del ridicolo), e riportiamo anche la notizia riguardante Marina Chapman, sessantenne di nazionalità britannica, che dopo trentacinque anni di tranquilla e anonima vita da casalinga nello Yorkshire, afferma oggi di aver trascorso un’infanzia animalesca, essendo stata allevata dai cebi cappuccini, nella giungla colombiana.

L’intelligenza di questi primati e la complessità della loro vita relazionale non lasciano adito a dubbi: tra le scimmie non antropomorfe, e considerate inferiori rispetto ai nostri primi cugini (scimpanzé, bonobo, gorilla e oranghi), sono decisamente le più sveglie. Abilissime a usare pietre e schegge di legno come strumenti, e capaci perfino di selezionare le piante dall’aroma opportuno per tenere lontane le zanzare… non desterebbero uno stupore estremo, se si dimostrassero anche capaci di adottare temporaneamente un cucciolo di un’altra specie.

I tratti somatici della signora (quella a destra), a voler essere proprio onesti, di nativo colombiano avrebbero ben poco. Ma concediamole il beneficio del dubbio, in base all’estrema variabilità etnica che caratterizza tanti paesi dell’America Latina.

Tuttavia, proviamo a fare un passo indietro, e forse anche due.

Qualcuno si ricorda di una certa Monique de Wael, in arte Misha Defonseca?

Trattasi di una signora belga, naturalizzata statunitense, che assurse alla gloria letteraria e umanitaria una quindicina d’anni fa, quando pubblicò, anche lei all’età di circa sessant’anni, la sua commovente autobiografia di piccola ebrea figlia di deportati durante la persecuzione nazista; e in essa rivelò di aver attraversato a piedi mezza Europa in cerca dei genitori, a partire dall’età di sei anni, scortata e protetta unicamente da un branco selvatico di lupi. Dopo un clamoroso successo di pubblico, traduzioni in 18 lingue e un’inevitabile riduzione cinematografica, l’autrice fu inchiodata alle sue numerose contraddizioni una decina d’anni dopo, e costretta a confessare di aver scritto un’opera di pura fantasia. Una lunga serie di traumi personali irrisolti, combinati con una viscerale passione ecologica per la specie dei lupi, l’aveva indotta a inventarsi quella favola strappalacrime. Tra gli altri dettagli imbarazzanti, la signora De Wael dovette ammettere di non essere nemmeno ebrea: figlia di cattolici, era entrata sì in una famiglia ebraica, ma solo per matrimonio, molti decenni dopo.

Alla sproporzionata fiducia riscossa nel frattempo dalla sua impostura, che invece avrebbe potuto essere smascherata subito, avevano certamente contribuito due pubbliche prese di posizione piuttosto autorevoli: quella di Elie Wiesel, indiscusso custode della memoria dell’Olocausto, e quella di un’associazione ambientalista statunitense dedita alla protezione dei lupi.

Ma torniamo a Marina Chapman e alle sue simpatiche scimmie cappuccine. Chapman è ovviamente, secondo l’uso anglosassone, il suo cognome acquisito da sposata. Da giovane, pare che si facesse chiamare Marina Luz, ma non è chiaro se un documento con queste generalità sia mai esistito. La nostra, infatti, nata in Colombia intorno al 1950, affermerebbe di non avere alcun ricordo cosciente della sua famiglia naturale di origine, alla quale sarebbe stata rapita in tenerissima età. I suoi unici ricordi d’infanzia consapevoli riguardano appunto, la sua vita con le scimmie; dalle quali avrebbe imparato ad arrampicarsi sugli alberi, a spaccare oggetti con le pietre, e a cacciare piccoli animali a mani nude.

Il suo fortunoso ricongiungimento con la specie umana, tuttavia, non le regalò una sorte migliore: i cacciatori che la ritrovarono increduli in mezzo alla foresta, dopo rapida consultazione sul da farsi, non trovarono di meglio che venderla ai gestori di un postribolo. Di lì la ragazzina sarebbe fuggita da sola (oggi peraltro tiene a specificare come non avessero ancora fatto in tempo a iniziarla al mestiere), per cominciare una nuova stagione di vita randagia, questa volta nella giungla della periferia urbana.

Sopravvissuta tra espedienti e accattonaggio per un numero imprecisato di altri anni, la nostra sarebbe approdata, ormai adolescente, alla prima vera svolta rassicurante della sua vita: riscattata da una famiglia borghese, che la assunse come domestica e le consentì di tornare a una vita sociale normale. Da allora, tutto finalmente in discesa: un livello accettabile di alfabetizzazione, una serie di lavori regolari, sempre presso varie famiglie che le avevano concesso piena fiducia, un viaggio in Inghilterra al seguito di una queste, e poi l’incontro con l’uomo della sua vita, il matrimonio e la cittadinanza britannica. Dalla metà degli anni settanta, la nostra Marina si sarebbe lasciata alle spalle scimmie e baraccopoli, e si sarebbe mimetizzata con assoluta naturalezza tra le migliaia di casalinghe inglesi che ogni giorno affollano i supermercati, i giardinetti e i portoni di uscita delle scuole delle cittadine dello Yorkshire.

Del suo passato scimmiesco, nulla di esteriormente riconoscibile, se non un commosso ricordo delle sue due figlie, oggi adulte, riguardo al lessico familiare affettuoso condiviso con la mamma durante la loro infanzia: gesti di richiamo esotici, ninnenanne dai suoni insoliti, versi ritmati, oltre a un fantasioso repertorio di favole naturalistiche, con protagnisti animali, risultate poi ispirate a esperienze reali.

Proprio una delle figlie, tale Vanessa James, di mestiere compositrice di musica per colonne sonore televisive, è artefice dello scoop: è stata lei, infatti, a scrivere materialmente il libro nel quale sua madre racconta la propria singolare vicenda. Secondo le due donne, compatte nel loro progetto mediatico che vedrà la luce in primavera, la decisione di rendere pubblica la storia (i cui diritti sarebbero stati già acquistati da una casa di produzione di documentari televisivi) avrebbe, fra gli altri, il nobile scopo umanitario di denunciare gli orrori del traffico di esseri umani in Sudamerica.

L’eco delle avventure di Misha Defonseca, bambina selvaggia salvata dagli animali di buon cuore in mezzo agli orrori dell’Olocausto, risuona pericolosamente vicino.

Pazientiamo qualche mese e aspettiamo di verificare se la toccante testimonianza dei cebi cappuccini si dimostrerà più affidabile di quella dei lupi.

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