Roberto Calderoli, Cecile Kyenge e la primatologia padana

Il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli, più volte ministro della Repubblica e noto per le sue goliardate rituali celtiche e per il suo ruolo nella sanguinosa vicenda delle vignette antiislamiche danesi, ha pubblicamente affermato che l’onorevole Cecile Kyenge, italiana di origine congolese e membro del governo in carica, gli ricorda un orango.

Fermo restando che siamo tutti scimmie, e che un laureato in medicina dovrebbe saperlo, qui invece di accodarci al (meritatissimo, ma scontato) coro di strilli che gli è stato già riservato da tutti i media italiani, per non parlare dei blog e dei social network, osserviamo un dettaglio curioso dei suoi presumibili processi mentali.

Il nostro, infatti, con l’intento di offendere una persona dalla pelle nera e proveniente dall’Africa evocando una sua presunta somiglianza con le scimmie proprio in quanto nera e in quanto africana, cosa fa?

Di tutte le specie di grandi scimmie antropomorfe note all’immaginario popolare, va a scegliere proprio l’unica che non è africana, e soprattutto l’unica che non è nera. Alcuni esemplari di orangutan, è vero, presentano una colorazione bruna proprio in viso, ma sempre molto più chiara dei gorilla, dei bonobo o degli scimpanzé, e di sicuro il colpo d’occhio generale dà sul rossastro-arancione dato dal vistosissimo colore del pelo, che è la caratteristica più conosciuta di questo primate.

In altri termini, se dovessimo fare un esercizio di analogia “al contrario”, e chiederci a quale categoria di esseri umani assomigli di più un orango, i neri africani sarebbero gli ultimi a cui pensare.


Un esemplare di maschio adulto di orangutan (quello a destra)
con le caratteristiche cheekpads, a confronto con un
vicepresidente del Senato italiano, di equivalente stadio di età biologica

Come ci spieghiamo, quindi, questo singolare fraintendimento?

a) Roberto Calderoli ha qualche problema visivo nel riconoscere i colori; nulla di male, ma quando sarà lui a beccarsi qualche spiacevole battuta discriminatoria e spregiativa per questa sua caratteristica innata (come lo strillo spazientito: “Ma che sei, daltonicooooo?” quando non rispetterà un segnale di precedenza stradale), non venga a lamentarsi.

b) Roberto Calderoli non conosce la differenza tra Indonesia e Congo; e allora la finisca, una buona volta, di fare tanto il pignolo quando pretende di distinguere la Padania dall’Italia.

c) La cultura scientifica di Roberto Calderoli, nonostante gli studi fatti, non si è aggiornata nemmeno ai documentari di Quark degli anni Ottanta, ma è rimasta limitata a eccitanti letture di fumetti coloniali degli anni Venti, forse rinvenuti da bambino nella soffitta di suo nonno; forse quelli che scrivevano ancora orangotango e che raffiguravano gli scimpanzé con la coda.

d) Roberto Calderoli ha molto meno senso dell’umorismo rispetto a un orango; ma questo lo sapevamo già.

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Matteo Renzi, orologiaio cieco

Mentre il Comune di Firenze persiste nel suo assordante silenzio sulla vicenda del Ponte Vecchio concesso a una festa privata di cultori della Ferrari, e mentre provvidenziali denigratori satirici si stanno scatenando per pubblicizzare e valorizzare l’evento, ci permettiamo di divulgare un gioiellino minore tratto dalle cronache amministrative di Matteo Renzi; un piccolo capolavoro di cronaca che in verità risale allo scorso aprile, ma che, a nostro avviso, non aveva riscosso la meritata eco mediatica.

Il sindaco rottamatore, qualche mese fa, nella sua foga modernizzatrice, aveva infatti proposto un ardito intervento di restauro destinato nientemeno che all’immagine frontale del suo palazzo comunale cittadino (all’interno del quale, a quanto ne sappiamo, è ormai quasi impossibile trovarlo, impegnato com’è tra cene ad Arcore e riunioni a Roma):

accortosi dopo qualche secolo che l’orologio della Torre di Arnolfo, che sovrsta Palazzo Vecchio, è a lancetta unica, come era relativamente comune tra i quadranti orari dell’epoca, Renzi avrebbe sollecitato un urgente ammodernamento del meccanismo, con l’aggiunta della lancetta dei minuti.

Il motivo? Semplice: perché altrimenti i passanti non sanno leggerlo, e la città ci fa brutta figura coi turisti che pensano che l’ora segnata sia sbagliata, e (sia mai!) potrebbero concluderne che quei cialtroni di fiorentini non sappiano nemmeno far funzionare un orologio.

Ce lo vediamo immediatamente, il turista americano o giapponese che rischia di perdere l’aereo perché distratto dall’ora anomala, mentre fotografa la facciata con il suo smartphone ultimo modello, che immancabilmente proietta sull’inquadratura l’orario esatto di cinque o sei località planetarie strategiche, oltre a quello locale.

Facciamo presente che l’orologio, ideato per la prima volta a metà del 1300 e sostituito in seguito, funziona grazie a un meccanismo integro da tre secoli e mezzo. In anni recenti ha subìto l’aggiunta di un motorino elettrico, per alleggerire la necessità continua di carica a mano, ma gli ingranaggi sono gli stessi prodotti da un mastro artigiano tedesco e installati nel 1667 da Vincenzo Viviani, amico e allievo di Galileo.

Visto lo scarso successo della proposta, al nostro sindaco (la cui discussione originaria con l’assessore alla cultura, regolarmente verbalizzata durante una riunione della giunta comunale, si può leggere in appendice a questo post) suggeriamo qualche altra possibile mossa innovativa da tenersi in caldo nei prossimi mesi:

- l’aggiunta dello gnomone dei minuti alla meridiana svettante sul Ponte Vecchio, da inaugurare in occasione della prossima Ferrari Cavalcade;

- l’applicazione di un piercing all’ombelico alla Venere botticelliana, certi di interpretare correttamente le intenzioni originarie del maestro quattrocentesco, impegnato a svecchiare i canoni classici dell’arte figurativa dominante e ad adeguarle al progresso dei tempi;

- la ricopertura in marmo elegante delle facciate di qualche chiesa storica cittadina rimaste al grezzo (ooops, scusate, mai sovrastimare la propria capacità di provocazione: mi dicono che quella proposta l’abbia già fatta, sperando che qualcuno la prendesse sul serio).

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copincollato da qui:
Adesso il sindaco di Firenze, in una dichiarazione del 17 aprile 2013 durante una riunione in Comune, dice:
“io gradirei avere un’ipotesi di un orologio che segna l’ora. L’orologio che fa fare riflessioni filosofiche va bene ai fessi” “vi domando: ma vi costa parecchia fatica metterci un’altra stanghetta?” 
L’assessore alla cultura cerca di fargli capire: “quel meccanismo, che è settecentesco, prevede una sola lancetta ed un contrappeso. Se tu vuoi l’orologio come quello che abbiamo al polso tutti noi, devi cambiare il meccanismo…”
E lui: “e v’offendete parecchio se si trova uno sponsor privato” che cambi il meccanismo?
L’assessore: “Ma perché lo devi cambiare? è così bello quello..! Uno dice: che ore sono? l’una e diciassette; forse no, l’una e venti”
Il sindaco: “io mi fermerei di fronte all’ordinario di Estetica, ancor prima che Assessore alla Cultura” ma “non vi sto chiedendo di mettere l’orologio digitale della Casio. Vi sto chiedendo se si può mettere un orologio bello che funziona”. 
Ed a qualcuno che propone di fare un opuscolo su come funziona l’orologio o una lezione sotto la torre, lui ironizza: “te sulla semplificazione amministrativa..eh?! Si fa l’opuscolo..!”.

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Margherita Hack (1922-2013)

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“…che ci porta avanti quasi tutti quanti, maschi, femmine e Giovanardi”

L’ex ministro postdemocristiano Carlo Giovanardi, attualmente fedelissimo di Silvio Berlusconi e devoto cattolico, tiene molto alla difesa del valore della famiglia tradizionale come unico modello etico possibile.

Uomini e donne, come quasi tutti sapranno almeno approssimativamente, è un programma televisivo spazzatura, prodotto dall’azienda televisiva di Silvio Berlusconi stesso. In tale programma, numerosi giovanotti e giovanotte intraprendenti, quasi sempre di volgarità estrema e privi di qualsiasi talento personale, mettono in vendita il proprio aspetto fisico e la loro sguaiataggine, fingendo di essere in cerca di un partner sentimentale, ma in realtà aspirando soprattutto a una carriera da ospiti televisivi, da guest star da discoteca o da paparazzati di professione.

A questo proposito, il senatore Giovanardi (non disdegnando di mettersi in vendita a sua volta in un talk show televisivo), ha dichiarato con vigore che se venisse mandata in onda una versione gay di tale programma, in cui gli abbinamenti possano essere fatti anche tra persone dello stesso sesso, vieterebbe ai propri nipotini minorenni di guardarla.

Ne deduciamo che invece, finora, non abbia avuto nulla in contrario alla possibilità che guardassero la versione originaria, che evidentemente considera compatibile con una sana educazione tradizionale ai valori etici e familiari che egli sostiene.

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Troppo maturo per fare il pizzaiolo, e troppo giornalista per fingersi insegnante

A questo stadio del calendario, per far riprendere fiato al blog, ci vorrebbe una bella cronaca clandestina dalle retrovie degli esami di stato, possibilmente con qualche doveroso aneddoto romanzato, ma per fortuna quest’anno ci ha già pensato qualcun altro, e per una volta mi si risparmia la fatica.

Certo che a romanzarli un po’ troppo, poi, si rischia un effetto boomerang imbarazzante.

Da qualche ora sta circolando sui media nazionali la commovente testimonianza di una presunta insegnante impegnata con gli esami finali in un istituto tecnico romano. L’articolo è stato riprodotto, del tutto o in parte, in numerose pubblicazioni diffuse, ma sembra che la fonte originaria sia stata la Repubblica, sul cui sito il pezzo è comparso per intero, senza firma, e presentato come contributo spontaneo proveniente dai contatti con i lettori.

La professoressa, con amarezza e disillusione d’ordinanza, racconta di un padre che le avrebbe personalmente telefonato per chiederle di bocciare il figlio (peraltro descritto come ottimo studente, e ammesso agli esami con un curriculum brillante), perché convinto che le nuove normative varate dal governo Letta in materia di rilancio dell’occupazione giovanile favoriscano i ragazzi non diplomati.

Il quadro toccante è quindi completato, descrivendo un ragazzo diligente e volenteroso che, pur impegnato con gli studi, si sforza al massimo per non gravare economicamente sulla propria famiglia, e si mantiene da mesi lavorando in nero come cameriere in una pizzeria.

Il genitore, sempre secondo questa curiosa testimonianza diretta, sarebbe stato preoccupato perché convinto che, secondo il recentissimo decreto governativo sul rilancio del lavoro, suo figlio non avrebbe mai potuto essere messo in regola dal titolare della pizzeria, se avesse avuto un titolo di scuola secondaria superiore: gli incentivi all’assunzione dei giovani, infatti, spetterebbero solo a chi assume ragazzi sotto i 30 anni, purché NON siano in possesso di un diploma.

Anzi, sempre secondo il testo, il genitore non si sarebbe nemmeno lasciato trascinare da un eccesso di ansia personale, interpretando in modo improprio una notizia ascoltata superficialmente: no, sarebbe stato addirittura informato direttamente dal datore di lavoro (abusivo) di suo figlio, che lo avvisava che avrebbe avuto tutta la buona volontà di metterlo in regola entro pochi mesi, ma che purtroppo non avrebbe potuto farlo perché la nuova legge glielo vietava, se nel frattempo il giovane avesse conseguito il diploma.

A quel punto il padre disperato, invece di proporre direttamente al figlio di non presentarsi alle ultime prove d’esame, avrebbe provato a commuovere l’insegnante pregandola di bocciarlo.

Come se fosse un singolo insegnante a decidere dell’esito collegiale di un esame, e come se fosse materialmente possibile bocciare un candidato ammesso agli esami con un buon curriculum, e che ha già sostenuto prove scritte sufficienti.

A uno sguardo appena appena più accurato, si constata che le direttive del decreto, non ancora ufficializzato nei dettagli, sono state divulgate il 26 giugno. L’articolo contenente la drammatica testimonianza è uscito sui giornali del 27 giugno, nelle prime ore della mattina.

Facciamo un totale di 12 ore di intervallo, al massimo 18?

L’insegnante (oltretutto dichiaratamente impegnata con gli esami, quindi bloccata a scuola almeno per l’intera mattinata) avrebbe quindi avuto tempo di scrivere quel pezzo, dopo aver ricevuto la telefonata del genitore, il quale aveva avuto modo di parlare col figlio, al quale il datore di lavoro aveva spiegato il problema, dopo avere a sua volta letto attentamente i contenuti del decreto, annunciato il giorno prima e non ancora pubblicato nella sua forma ufficiale?

Una catena di montaggio di efficienza strabiliante, non c’è che dire.

Qualche altro dettaglio sulla fantomatica autrice del testo, però, risulta interessante.

Innanzi tutto, è normale che un’insegnante di italiano affermi che il suo studente “si è barcamenato con caparbia” (piuttosto che con “caparbietà“), e che abbia inoltre grossi problemi sulla distribuzione della punteggiatura?

E soprattutto, è normale che un insegnante, di qualsiasi materia sia, affermi candidamente che in questo periodo dell’anno è normale ricevere le telefonate da parte dei genitori dei ragazzi”, e per di più che sia normale che lo facciano per la preoccupazione di far avere un voto migliore oppure evitare al ragazzo un ulteriore anno scolastico anche quando ce ne sarebbe il bisogno“?

Gli insegnanti distribuiscono a man bassa i propri numeri di telefono privati ai genitori degli alunni? E accettano processioni  e questue tanto patetiche?

Personalmente, se qualche genitore, per di più mai conosciuto prima (come si legge nell’articolo), nei giorni di esame si permettesse di cercarmi personalmente su un numero di telefono privato rintracciato chissà come, postulando favori personali, di qualsiasi genere, rischierebbe la denuncia, o comunque una bella maltrattata da uscirne malconcio per un pezzo.

E adesso arriva un articolo strappalacrime di uno dei maggiori quotidiani nazionali, per di più con una certa fama di attenzione ai problemi della scuola, ad avallare questa sceneggiata?

Cari redattori di Repubblica, coraggio, abbiate l’onestà di dire le cose come stanno.

E’ evidente che la professoressa in ambasce non esiste, che non è mai esistita quell’accorata telefonata, e che non esiste nemmeno  il giovane Andrea che fa lo studente di mattina e il pizzaiolo di sera, né tantomeno esiste il suo datore di lavoro (illegale) che lo stima tanto e lo apprezza tanto, ma che “se si diploma non può metterlo in regola” .

Che abbiate agito a fin di bene, per denunciare le patetiche contraddizioni del decreto governativo, e di tutte le politiche ingannevoli degli ultimi anni, è quasi comprensibile.

Ma che, per ottenere questo, ci sia bisogno di ricorrere a una pantomima tanto umiliante per l’intero mondo della scuola, per chi ci lavora onestamente, e per chi l’ha frequentata studiando con serietà (e magari sta dando fondo proprio in questi giorni alle ultime risorse di impegno e di fatica per concludere bene il proprio percorso), è decisamente deprimente.

Quasi peggio del decreto stesso.

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Bu!

Coraggio, l’ultimo collegio dei docenti è domani.

Poi forse ce la faccio a superare gli incubi, e ricomincio a scrivere…

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Piltdown e la scimmia dell’evoluzione – III

(3 – continua da qui)

Dopo aver debitamente introdotto, tra i protagonisti della saga, almeno i primi in ordine cronologico, passiamo un attimo allo sfondo e chiariamo per quale motivo, in quegli anni, le colline del Sussex apparivano destinate a  costituire un crocevia tanto importante per la paleoantropologia.

E’ piuttosto improbabile che ai primi del Novecento, tra gli addetti ai lavori, ci fosse ancora qualcuno che negasse seriamente l’evoluzione delle specie e la discendenza dell’uomo dai primati. La prima delle opere fondanti di Charles Darwin era stata pubblicata oltre 40 anni prima, e la seconda circa 30. Le sacche ostinate di resistenza fissista permanevano, ovviamente, ma proprio in quegli anni di transizione, ad essere ottimisti, si poteva far finta di non vederle. La più strenua rimonta ideologica degli antievoluzionisti, semmai, sarebbe arrivata una ventina d’anni dopo, rimbalzando più volte di qua e di là dall’oceano; ma a qual punto, sarebbe stata brandita senza ambiguità dalle salde mani di filosofi, predicatori e fustigatori di costumi, non di scienziati.

O meglio, visto che ormai stiamo divagando, una distinzione ci vuole: le truppe dei creazionisti, in realtà, qualche scienziato da sbandierare dalla propria parte, lo rimediano sempre, un secolo fa come oggi. Il particolare curioso è che (tranne qualche sconcertante eccezione) non si tratta quasi mai di esperti di scienze naturali, di paleontologia o di discipline biomediche, ma di tecnologi duri e puri: le liste di sottoscrizione periodicamente raccolte dagli oppositori della visione evoluzionistica, di solito, sono strapiene di elettrotecnici, ingegneri petroliferi, ultimamente anche informatici.

Il vezzo deve essere antico, perché anche cent’anni fa uno dei più caparbi, nonché dei più affettuosamente perdonabili, fu sir John Ambrose Fleming, fisico e ingegnere, autore di tante di quelle invenzioni illuminanti da essersi guadagnato il titolo di “padre della moderna elettronica“: costruì la prima valvola termoionica, antenata di tutti gli amplificatori radio e componente cruciale dei primi computer, e formalizzò la regola della mano destra che ancora oggi si squaderna su tutti i manuali di fisica per studenti di ogni ordine e grado, per stabilire il verso di una corrente indotta. Amante della natura, della montagna e della vita all’aria aperta, e devotissimo cristiano, morì nel 1945, a 95 anni, senza aver mai accettato di prendere sul serio la teoria dell’evoluzione.

Non c’entra niente con la nostra storia, e non abbiamo modo di sapere se, in quei giorni concitati delle prime scoperte, dalle parti di Piltdown ci sia passato anche lui, che all’epoca era professore a Londra; ma lo ricordiamo lo stesso perché, malgrado tutto, pur nella determinazione darwiniana più spinta, non si riesce a trovarlo antipatico.

La regola della mano destra per le correnti indotte,
inventata da un commovente antievoluzionista in buona fede.
Non c’entra niente, ma un sano tocco di fisica non fa mai male.

Bene, torniamo in tema: quello che si voleva far notare è che intorno al 1910, tra i naturalisti esperti, dell’evoluzione dell’uomo dalle scimmie non dubitava più nessuno.

Mettersi d’accordo su come e quando questa evoluzione fosse avvenuta, invece, era tutto un altro paio di maniche. La documentazione fossile era pietosamente scarsa e, anche per quella poca che c’era, le tecniche di datazione erano estremamente grossolane. Tanto grossolane che si fa fatica a immaginare adesso il senso di smarrimento provato allora da quegli studiosi, di fronte allo spiegamento immenso del tempo profondo.

In mancanza assoluta di radiocarbonio, di magnetostratigrafia, e di altre finezze che oggi ci appaiono ovvie, l’unica speranza di stimare l’età di un reperto remoto stava nella valutazione dell’età geologica dello strato di ritrovamento. Essendo ancora piuttosto rozze anche le identificazioni in tal senso, ad ogni nuova scoperta il problema si ripresentava da capo. E l’ostacolo più ricorrente stava proprio nel fatto che i ritrovamenti di maggior interesse, come è comprensibile, arrivassero proprio da strati di sedimenti assortiti, spesso rimescolati più volte, in epoche diverse.

La testimonianza fossile dell’evoluzione dell’uomo, in quegli anni di primo Novecento, si limitava ai resti controversi dell’uomo di Neandertal, scoperti addirittura prima delle pubblicazioni di Darwin ma riconosciuti con certezza solo in seguito, e ai frammenti dell’uomo di Giava: una commovente battaglia ideale, che agli occhi di oggi appare teneramente patetica, tra i sostenitori del primato asiatico e di quello europeo nella scala temporale delle origini dell’uomo.

La consapevolezza che entrambe le ipotesi fossero clamorosamente errate, e che la terra madre di tutta la nostra specie fosse stata l’Africa, era ancora di là da venire.

In quei giorni, appassionatamente grondanti di progresso positivista, una tematica strettamente connessa a quella dell’evoluzione dell’uomo era quella dell’evoluzione della tecnologia. In mezzo all’abissale confusione sulla classificazione dei fossili, e in assenza completa di analisi genetiche, si tendeva a tracciare confini simbolici più che sostanziali.

Uno dei criteri che andava per la maggiore all’epoca, per stabilire chi fosse umano e chi no, riguardava l’uso di strumenti costruiti artificialmente: gli umani sarebbero state le uniche creature al mondo in grado non solo di utilizzare oggetti naturali per i propri comodi, ma soprattutto di modificarli di proposito per renderli ancora più utilizzabili.

Sorvoliamo sul fatto che scimpanzé, gorilla e oranghi si dilettino allegramente a fare la stessa cosa, perché questa evidenza fu scoperta solo sessant’anni dopo la saga di Piltdown.  Rimaniamo provvisoriamente alle certezze di fine Ottocento, quando era ancora abbastanza facile tracciare una linea netta, tra quelli che riuscivano a scolpire e levigare le pietre e usarle deliberatamente come attrezzi, e quelli che non ci riuscivano.

I primi diedero inconsapevolmente il nome a un’epoca storica, il Paleolitico. Ovvero, l’era dei paleoliti, letteralmente i sassi antichi.

Ma prima di arrivare a farne un’industria millenaria, per quanto tempo dovevano averci provato senza riuscirci in pieno? Quanti tentativi di scheggiatura di sassi dovevano essersi accumulati nei tempi precedenti, con risultati grossolani, dita pestate, urla, gestacci e imprecazioni in linguaggi arcaici, e con qualche casuale risultato accettabile, in mezzo a tante frustrazioni?

Questo pensarono numerosi ricercatori di fine Ottocento, ipotizzando che prima ancora dei paleoliti dovessero esserci stati per forza le loro brutte copie,  testimoni del primo passo da gigante nell’affrancamento dell’uomo dalla condizione bestiale. L’unico problema era che, se anche vi fossero state, ci si aspettava che fossero davvero brutte: ossia, quasi indistinguibili da frammenti di pietra scheggiati per cause naturali, e non facilmente riconoscibili come manufatti volontari.

Qualcuno ebbe l’idea di chiamarle eoliti, le pietre che venivano ancora prima.

Per la prima volta (almeno, in questo contesto) appare il famigerato prefisso grecizzante, eo- ,  ispirato alla dea del sorgere del Sole, che avrà una fortuna insperata in questa storia.

La controversia sugli eoliti, i sassi dell’aurora dell’uomo, infiammò il dibattito scientifico di fine Ottocento, ed ebbe una parte determinante nell’innesco della saga di Piltdown.

(3 – continua)

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La giornata evoluzionistica, le scimmie e le cicogne

Non capita tutti gli anni di celebrare il Darwin Day nell’ultimo giorno di Carnevale.

Per cui, se qualcuno vuole mascherarsi da scimmia, è chiaramente benvenuto.

Oggi, tuttavia, in nome della biologia evoluzionistica e della continuità tra l’uomo e le altre specie animali, ricordiamo anche l’originale impresa giuridica e culturale di alcuni gruppi di operatori sanitari, normalmente preposti a occuparsi di nascite, che hanno deciso di astenersi per un giorno da tutti gli interventi artificiosi non necessari.

Come a dire che invece, negli altri giorni, gli interventi non necessari si fanno ugualmente.

Qualcuno potrebbe pensare che oggi non si nasca: e invece no, si nasce lo stesso.

Ovviamente gli interventi medici realmente urgenti, in caso di complicazioni, saranno garantiti, ma per il resto sarà un’ottima occasione, per chi avrà la fortuna di vedersi innescare le avvisaglie di travaglio spontaneo proprio oggi, di poter partorire senza essere manipolata, stressata, legata, spintonata e tagliuzzata.

Alcune attiviste del forum partonaturale, cultrici di musica, hanno messo su una istruttiva amenità a tema, accessibile a tutti. Non è uno scherzo di Carnevale, è un messaggio vero.

In onore di chi riuscirà a partorire in giornata, in modo completamente naturale, rievochiamo  qualche emblema di maternità integralmente biologica, da parte di nostri parenti stretti.

Ci auguriamo di ricevere qualche comunicazione, a proposito di chi ce l’ha fatta a nascere oggi, con un parto ragionevolmente naturale.

Il riconoscimento alla “Cicogna di Darwin” è a disposizione!

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Non è vero che i politici sono tutti uguali

Copio e incollo esplicitamente il titolo dell’ultimo post comparso su Kelebek, a causa dei doverosi aggiornamenti delle ultime ore.

No, in effetti non è vero che i politici siano tutti uguali.

Qualcuno è addirittura capace di dimettersi.

In attesa di editoriali e di approfondimenti più professionali, che tra stasera e domani pioveranno fitti su tutti i giornali, i blog e i forum del pianeta, qua al massimo si fa mente locale sull’impressione immediata destata dalla bizzarra novità.

Ossia, impressione… boh.

Se fossi cattolica, sarei soprattutto dolorosamente e profondamente delusa.

Ma siccome cattolica non sono, ci devo ancora pensare.

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Le scuole private e il miracolo della transustanziazione politica

Il luogo comune che gli insegnanti della scuola pubblica siano tutti di sinistra, ormai, è talmente annoso e ritrito da riuscire a ispirare, piuttosto che repliche circostanziate, soltanto sbadigli.

La rivendicazione dei finanziamenti statali alle scuole private, e in particolare alle scuole private confessionali (o meglio, di un aumento dei finanziamenti statali che andrebbe ad aggiungersi a quelli che ci sono già, in palese violazione del dettato costituzionale), anche quella è vecchiotta, ma ha subito qualche recente iniezione di energia dialettica in anni più recenti, specialmente ad opera delle amministrazioni locali cielline, e dei loro sostenitori.

Le  arrampicate sui vetri per giustificare la pretesa dell’ingiustificabile, per la verità, sono sempre state le stesse, dai più ingenui e vaghi predicozzi sul diritto alla libertà di scelta educativa ai più astuti martellamenti accademici sul principio di sussidiarietà.

Ma l’instancabile Silvio Berlusconi, oggi, ha pensato bene di riassumere tutto in due righe e quindi, in apertura della campagna elettorale nel Lazio, ha così sentenziato: chi se ne frega della sussidiarietà, chi se ne frega dei piani di offerta didattica differenziati. Il motivo specifico per cui le famiglie dovrebbero avere diritto a incentivi economici per mandare i figli alle scuole parificate cattoliche, secondo il nostro, sarebbe uno solo: ossia, proprio perché nelle scuole pubbliche gli insegnanti sono tutti di sinistra, chi non è di sinistra deve poter difendere i propri figli da questa intollerabile persecuzione.

Chi aveva mai parlato di tagli all’istruzione, svuotamento dei programmi scolastici, servizi educativi ridotti, carenza di supplenze, riduzione delle ore di sostegno, mancanza di finanziamenti per le più basilari esigenze organizzative quotidiane, si è sognato tutto: l’unica emergenza scolastica reale, in Italia, è che le famiglie di destra, e solo quelle, dovrebbero aver diritto a un bonus economico per iscrivere i loro figli alle scuole paritarie cattoliche (cosa dovrebbero rivendicare gli eventuali genitori di destra ma non cattolici, non è dato di saperlo).

Non si vuole, proprio adesso, entrare nel merito delle grandi questioni di principio, ma solo far notare un punto curioso: se fosse vero che gli insegnanti delle scuole private sono di destra mentre quelli delle pubbliche sono di sinistra, come si spiegherebbe che nelle scuole non statali, nonostante tutte le parificazioni formali, c’è un turnover altissimo di insegnanti che non vedono l’ora di andarsene di lì non appena vengono assunti nella scuola pubblica?

E come si spiega reciprocamente che, nelle scuole statali, c’è una buona percentuale di gente che prima di entrare di ruolo ha fatto anni di precariato anche nelle private paritarie?

I casi sono due:

- o prima erano di destra e poi diventano magicamente di sinistra non appena cambiano scuola, e questo oggettivamente sarebbe un fenomeno paranormale degno di inchiesta del CICAP o della Fondazione di James Randi;

- oppure erano di sinistra anche prima, ma lo tenevano nascosto, e instillavano la loro deleteria propaganda in maniera ancora più indiretta e sottile.

Pensate al dramma di questi poveri genitori di destra che avevano mandato i figli alla scuola privata apposta perchè pensavano in tal modo di sottrarli e di proteggerli dall’influenza nefasta degli insegnanti comunisti della scuola di stato… e che invece non si sono mai resi conto di averli direttamente consegnati, per anni, nelle mani degli stessi emissari del Male!

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Alexander Imich, il cialtrone più vecchio (e più simpatico) del mondo

In doppia qualità di collezionista di supervecchietti e archivio di bufale paranormali, questo blog si pregia di presentare i propri più sentiti auguri al cialtrone più vecchio del mondo.

Secondo affermazioni non ancora documentate ufficialmente, ma relativamente plausibili, Alexander Imich, statunitense originario della Polonia, compirebbe oggi 110 anni.

Rappresentando egregiamente il più classico esempio di suspension of disbelief, non soltanto in ambito letterario, ma nella vita intera, il nostro si è diviso equamente, per tutta la sua lunghissima storia, tra una salda preparazione scientifica (laureato in biologia, dopo un dottorato di ricerca in scienze zoologiche passò alla chimica, e per decenni si guadagnò da vivere, appunto, lavorando come chimico) e un’incrollabile fede nei fenomeni paranormali.

E sia chiaro che, per uno della sua generazione, se si dice paranormale, non si intende la zuccherosa montata dell’olismo new age, arrivata quando era già anziano, ma si intende proprio il magico mondo dello spiritismo classico, quello dei medium coi tavolini saltellanti e gli svenimenti ectoplasmici.

Negli anni Venti, in contemporanea con il grande Houdini ma dall’altro capo del mondo, si aggirava per i gabinetti spiritici, armato della massima serietà e concentrazione, e di poco o nient’altro come attrezzatura sperimentale, con l’intento di investigare scientificamente la realtà dei fenomeni medianici. Data la sua indubbia buona fede, e la sua presumibile incompetenza in materia di illusionismo e di teatro, possiamo immaginare quanti giochi di prestigio si sia lasciato teneramente imbastire sotto il naso, pronto a giurare e spergiurare, e anche a controfirmare in una relazione scritta, di aver effettivamente assistito a fenomeni inspiegabili dalla scienza ordinaria. Nemmeno a dirlo, gli atti originali di quelle ricerche, completi di fotografie e di testimonianze dirette, sono andati perduti nei decenni successivi.

Per il resto, la sua densa e avventurosa esistenza avrebbe incluso una partecipazione non ufficiale alle operazioni belliche della prima guerra mondiale all’età di 15 anni (circostanza che, se fosse documentata, lo renderebbe ufficialmente l’unico reduce ancora vivente della Grande Guerra, ma anche questa, appunto, non è documentata), e una deportazione in un campo di lavoro sovietico a circa 40. Un’altra guerra, tra i  combattimenti veri e propri e le persecuzioni naziste, fece strage della maggior parte dei suoi amici e parenti; dopo aver rialzato lo sguardo dal vuoto straziante che gli era rimasto attorno, nel 1952 trovò le energie per ricominciare da capo un’altra vita, come cittadino americano.

Per chi sostiene che che la fuffa paranormale non sempre viene solo per nuocere, Alexander Imich potrebbe esserne una prova interessante: uno degli ultimi rimasti al mondo a credere ancora nell’autenticità delle prodezze di Uri Geller, pronto a farsi spennare da speculatori di borsa che spacciano metodi di previsione infallibili, di sicuro con la parapsicologia non si è arricchito. Ma tra un ufo e l’altro, tra un apporto spiritico e un pendolo radiestesico, felice tra i suoi simbolici cumuli di carte Zener e di cucchiaini piegati, non solo si è salvato dalla depressione, dalla noia e dalla nostalgia, ma anche dalle più inesorabili insidie dell’invecchiamento, e ha veleggiato  felicemente fino al notevole traguardo raggiunto oggi, quello dei centodieci anni di vita. Certo, negli ultimi anni qualche debolezza l’ha mostrata: sopraffatto dal timore della povertà, e di non potersi più garantire l’assistenza necessaria in una vecchiaia così estrema, si è prestato a vendersi come guru testimoniale dei “segreti dell’eterna giovinezza”, e in particolare a fare pubblicità ad astute aziende produttrici di integratori alimentari.

Per chiudere in trionfo la sua bizzarra parabola, pare che a 96 anni abbia fondato un “Centro di ricerca per lo studio dei fenomeni anomali”, e che a 110 lo presieda ancora. Probabilmente si tratta di un’organizzazione di cui fa parte solo lui, ma non andiamo a infierire, e anche questa soddisfazione lasciamogliela.

Nell’archivio ufficiale dei supercentenari, al momento, non ce lo vogliono: il suo primato, come pure quello del suo concittadino Jozef Kowalski, non è confermato da documenti di nascita originali. Il suo aspetto fisico attuale e la ricostruzione della sua storia in età adulta farebbero propendere per dargli fiducia: a partire dal suo arrivo negli Stati Uniti, le sue dichiarazioni anagrafiche sono sempre state coerenti per tutti gli ultimi sessant’anni; sarebbe strano pensare che all’epoca, nel pieno della mezza età, avesse avuto interesse ad attribuirsi 50 anni quando invece ne aveva 40.

Certo che, d’altro canto, per fare gli scettici avvocati del diavolo, su un signore che per un secolo ha dato per buone testimonianze di poltergeist, di levitazione e di lettura del pensiero, e ha giurato sull’autenticità di fantasmi e telecineti, un certo  sospetto di aver infiocchettato anche qualche altra narrazione sulla sua vita, è legittimo.

Ma in attesa di conferme o di smentite, intanto, non azzardatevi a dire che non sia simpatico!

Non risulta che abbia figli o discendenti diretti, ma qualsiasi militante scettico dotato di un ragionevole senso dell’umorismo, oggi, sognerebbe di averlo come nonno.

E gli auguri sinceri glieli facciamo sul serio.

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Letizia Quaranta e la scuola del futuro

La signora Letizia Quaranta, ai primi del Novecento, è stata un’attrice del cinema muto di una certa fama, che però, a partire dagli anni Trenta, sentendosi fuori posto nel nuovo e sconcertante mondo del sonoro, scelse il silenzio e si defilò dalle scene.

Una sua perfetta omonima di oggi, a quanto pare, insegue la realizzazione e il successo professionale percorrendo il tragitto esattamente opposto; dopo un passato da ingegnere elettronico e da “lavoratrice giramondo al seguito di varie multinazionali”, presumibilmente vincolata alla necessità di produrre fatti concreti, ha fatto la scelta arguta di vivere di parole, di suoni e di chiacchiere.

Oggi, se le chiedono che mestiere fa, risponde che è una mompreneur, mamma imprenditrice.

Prima ha ideato un progetto multimediale di insegnamento delle lingue ai bambini piccoli; poi, compiendo un salto più ambizioso, ha deciso di fondare una vera e propria scuola, che dovrebbe coprire l’intera formazione a tempo pieno dei bambini in età di elementari. Il progetto va sotto il nome di Aurion, che in teoria dovrebbe essere una parola greca classica che significa brezza, venticello leggero, ma che a piazzarla su un motore di ricerca restituisce solo pubblicità di automobili.

Per il momento, dal sito stesso dell’istituto, non si capisce gran che:

- forse i corsi inizieranno effettivamente nel settembre prossimo, ma forse no;

- secondo il bando di reclutamento proposto agli aspiranti insegnanti, pare che non sia ancora certa nemmeno l’ubicazione della sede;

- la specificità dei metodi di insegnamento, rispetto a quelli di qualsiasi altra scuola, non è chiara: il flusso senza ritegno di termini rituali, dalle competenze alla pluralità, dai saperi alle eccellenze, dalle risorse all’innovazione, dai talenti alla flessibilità, è rigorosamente identico a quello che si può rinvenire in qualsiasi POF di qualsiasi banale scuola pubblica italiana.

Ma una mossa geniale, per il momento, la mompreneur Letizia Quaranta l’ha fatta, quella di allertare i grandi mezzi di comunicazione nazionali sull’assoluta novità della sua strategia educativa: gli insegnanti da assumere saranno scelti direttamente dai bambini, liberi di esprimere le loro aspirazioni creative, ma incidentalmente coadiuvati da un cocktail micidiale (come si dice in gergo giornalistico) di bocconiani e di pedagogisti.

Un incubo.

Ma forse, un incubo molto più modesto di quello che sembra.

A una prima occhiata, questa scuola virtuale appare banalmente come una brutta copia di quelle degli steineriani, soltanto in versione meno esoterica e più carrieristica.

Ovviamente, proprio come per gli steineriani, il traguardo immediato non è affatto quello di garantire ai bambini un’istruzione migliore di quella della scuola pubblica, o comunque ideologicamente diversa.

È piuttosto, con strategia tanto trasparente da apparire patetica, quello di far radunare tutti insieme a grappolo i figli di un certo tipo di famiglie, che in gran parte si conoscono già, si frequentano già, sono tutti amici o colleghi, frequentano già un certo tipo di ambiente piuttosto che un altro, che hanno già un certo stile di vita che non vogliono che sia contaminato dai contatti con mondi diversi, e che hanno già determinati piani strategici per il futuro a lungo termine dei figli.

A differenza degli steineriani, che mediamente sognano per i propri figli un futuro da naturopata, da ceramista o da erborista (sempre che non li massacrino prima), questi danno più l’impressione di appartenere alla categoria che, già quando il pargolo ha tre anni, comincia a prepararlo  per i test di accesso alle facoltà universitarie internazionali più prestigiose.

Se fossimo negli Stati Uniti, non ci sarebbe niente di strano.

Ma siccome siamo in Italia, e per di più in Veneto, entro un anno o due (sempre che il progetto riesca a stare in piedi e non fallisca prima) correggeranno il tiro e faranno la loro bella domanda per chiedere la parificazione alla scuola pubblica, e magari anche per rivendicare un bel po’ di contributi statali.

Come si può constatare scorrendo il loro elenco di esperti, il prete ce l’hanno già.

Niente paura, prima ancora di iniziare sono già sulla buona strada per diventare l’ennesima scuoletta privata di quartiere, uguale a tutte le altre.

Letizia Quaranta, quella zitta
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E’ nato, è nato! La maieutica elettorale del Pd

Finalmente, qualche coalizione politica ha partorito.

Ma con quanta sofferenza, e con quanta fatica.

Dopo qualche giorno di diplomatico embargo, con la notizia che si sapeva ma non si doveva dire, oggi il Partito Democratico ha dato via libera alla pubblicazione dei primi spot televisivi e multimediali, per la campagna elettorale ormai entrata nel vivo.

Autore dei filmati, sostenuti dalla colonna sonora di Gianna Nannini, è il regista Luca Miniero, quarantacinquenne napoletano, simpaticamente conosciuto al pubblico per la saga satirico-sentimentale di Benvenuti al Sud, che in effetti è apprezzabile a qualsiasi latitudine.

Ignoriamo se il regista abbia figli; ma se ne avesse, per ragioni anagrafiche, ci aspetteremmo che si sia trovato personalmente ad avere a che fare con un reparto di ostetricia negli ultimi dieci anni, o appena prima: non certo tre o quattro decenni fa.

E allora, di grazia, come ha fatto a partorire una sequenza come questa?

Guardiamola tutti, che è istruttiva: una giovane coppia è alle prese con la nascita del primo figlio, presumibilmente femmina secondo i commenti audio. Immagino che, nella mente degli ideatori, tale ambientazione fosse intesa come incoraggiante per il futuro, e simbolicamente inneggiante alla speranza e al rinnovamento del Paese.

I due genitori, in barba a qualsiasi statistica demografica italiana, non dimostrano più di 25 anni, ma a questo eravamo già abituati da trent’anni di pubblicità di automobili e biscotti, e non ci scomponiamo più di tanto.

Ma fino a qualche anno fa, almeno, i luoghi comuni cinematografici sul parto, abbondavano di corse precipitose in ospedale, con le protagoniste ansimanti in preda a doglie bibliche, e i mariti abbarbicati a tavoletta all’acceleratore, sopraffatti dell’ansia di non arrivare in tempo (solo le anticonformiste esagerate come me azzardano la combinazione tra parto-quasi-precipitoso e consorte-che-non-guida).

Nel nostro spot, invece, nelle prime inquadrature, la giovane non mostra la sia pur minima avvisaglia di contrazioni: se ne sta rilassata e commossa ad accarezzarsi la pancia, riflettendo sul futuro e sui massimi sistemi… però è già ordinatamente distesa su un lettino ospedaliero, in camicia da notte linda e stirata, in attesa che qualcuno la spinga graziosamente, in un frullar di rotelle, verso una sala parto ultratecnologica.

L’ultima apparizione del futuro padre, e il suo unico contributo personale all’evento, consiste in un maldestro aiuto al personale sanitario nello spingere un carrellino, evidentemente zeppo di farmaci e di strumenti medici: poi, sul suo affettuoso gesto di saluto si richiude inesorabilmente una porta. Come a dire, boh, andrà tutto bene, un bacio, ci vediamo dopo.

Una persona di buon senso si chiede come sia venuto in mente, agli ideatori di uno spot che vorrebbe dare un’idea tenera e spigliata della maternità, di scegliere proprio una scena di parto cesareo programmato.

Solo così si spiegherebbero, realisticamente, la reclusione della partoriente in una stanza blindata prima che il travaglio inizi, il numero esagerato di operatori che le si affollano intorno, e il fatto che il padre venga lasciato fuori.

La sorpresa consiste invece, appunto, nello scoprire che la ragazza sta partorendo in modo naturale: evidentemente, il regista e i suoi consulenti, nonché i committenti dello spot, credono davvero che un parto naturale si svolga così, e contano di rivolgersi a un pubblico che pensa la stessa cosa.

Da quel punto in poi, il giovane maschio viene ripreso esclusivamente mentre passeggia ansioso nel corridoio con un gran mazzo di fiori pronto in mano, e senza nemmeno togliersi la giacca: fortuna che almeno, da qualche anno, nell’immaginario politicamente corretto di sinistra, è stato dato per acquisito un tocco di salutismo, altrimenti il nostalgico spettatore si sarebbe beccato anche la più classica delle sequenze di una volta, con tante nevrotiche sigarette una dietro l’altra.

Per l’intera sequenza del parto, la donna non cambia mai posizione: sempre rigorosamente supina, sempre coperta dal collo ai piedi di grazioso tessuto candido, al massimo accenna qualche smorfia di sforzo fisico nell’ultimissima fase, accarezzata sui capelli da un’ostetrica con la mano guantata… mentre l’audio continua ad alternare le sue riflessioni compunte su quale lavoro troverà la figlia da adulta, a quelle del marito che, sempre da fuori stanza, si preoccupa più pragmaticamente di quanto spenderanno in pannolini nei prossimi mesi.

La mamma, anche in fase espulsiva, può permettersi i voli pindarici sulle grandi questioni di principio, mentre il padre è bene che pensi al sodo, perché tanto paga lui.

E infatti il babbo coscienzioso, nemmeno a dirlo, si preoccupa anche del costo delle pappe, perché forse non lo sa che i bambini si possono anche allattare esclusivamente al seno e poi svezzarli con gli stessi alimenti freschi che i genitori comprerebbero per sé.

C’è da meravigliarsi che nessuno gliel’abbia detto, visto che una coppietta consapevole e impegnata come quella, nei mesi precedenti, avrà sicuramente seguito qualche corso pre-parto e chiacchierato animatamente su decine di forum telematici sull’argomento.

E qua c’è da insistere, sempre più increduli: è verosimile che registi, sceneggiatori, sondaggisti e pubblicitari, tutti questi dettagli non li sappiano? Che la presenza attiva dei padri in sala parto è la norma da quasi trent’anni, ad esempio?

Il finale è scontato: alla giovane puerpera, ancora col compagno assente, pochi secondi dopo dopo l’ultimo sospiro di sfogo stremato, viene piazzato in braccio un pacco che dimostra almeno tre mesi, perfettamente pulito, disteso, roseo e asciutto, e abilissimo a sorridere con intenzione, avvolto appena nel panno-carta usa e getta della sala parto.

Solo a quel punto il padre accorre commosso col suo bouquet, mentre da uno svolazzo casuale del rotolo igienico si intravede, sul pancino nudo della neonata sorridente, un ombelico perfettamente cicatrizzato.

Mi aspetto che qualche partito di centro destra, per riuscire a battere sullo stesso terreno l’efficacia di questo coinvolgente capolavoro, si risolva a mettere in scena un atterraggio della cicogna con il sacchetto nel becco, in mezzo a un orto di cavoli.

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Stefanie Horovitz, il piombo e la memoria

Questa è una storia piccola come un atomo e pesante come il piombo, forse.

“Il genio è per l’uno per cento ispirazione, e per il 99 per cento traspirazione, cioè sudore, afferma una delle poche massime proverbiali di argomento scientifico ragionevolmente attribuita a un autore plausibile. Certo, la frase ha fatto ampiamente in tempo a ramificarsi di citazione in citazione, sostituendo di volta in volta “il genio” con “la scienza”, “la scoperta”, “l’invenzione”, o eventualmente rimodulando il rapporto numerico da 1 a 99 a un meno clamoroso 10 a 90, ma il concetto è chiaro: nell’impresa scientifica, l’illuminazione fulminante che spalanca di colpo la visione in chiaro della soluzione cercata, è rarissima. Nella maggior parte dei casi, non c’è proprio; nei rari casi in cui c’è, il ricercatore non fa nemmeno in tempo a godersi la sorprendente esperienza, perché deve immediatamente cominciare a verificarla, con modelli ostici, calcoli feroci, e soprattutto con improbe fatiche sperimentali. La scienza, diciamoci la verità, è soprattutto una gran fatica; e per di più, spesso, al di là del titolo giornalistico sensazionale o del premio prestigioso, la gente nemmeno lo sa.

Di una persona come Stefanie Horovitz, ad esempio, quasi nessuno ricorda l’esistenza. Se ne sa così poco che le scarse citazioni che la riguardano, quasi tutte, trascrivono il suo stesso nome in maniera diversa, casualmente “Horowitz”, “Horovitz” o “Horowiz”, mutevolmente “Stephanie” o “Stefanie”. Non sappiamo nulla della sua vita privata, e non abbiamo nemmeno una sua foto identificata con certezza, né alcuna immagine realistica del suo aspetto, nonostante fosse figlia di un pittore di un certo talento, che nell’impero Austro-Ungarico di fine Ottocento si era fatto una discreta fama proprio come ritrattista di persone. Il suo successo professionale lo portò a immortalare regnanti, ministri e generali, spostandosi di capitale in capitale europea, fino a che il ricordarsi di essere ungherese, sloveno o polacco non diventò un dettaglio insignificante: la famiglia apparteneva semplicemente a quel brillante milieu di borghesia cosmopolita mitteleuropea, incidentalmente di origini ebraiche ma per nulla legata a tradizioni religiose, e così entusiasticamente illuminata da incoraggiare allo studio anche le figlie femmine, e per di più in ambiti non considerati propriamente da signorine.

La figlia Stefanie, nata nel 1887 in Polonia, e cresciuta al seguito di tutte le tappe della carriera paterna, alle belle arti preferì la chimica, conseguendo un dottorato all’università di Vienna nel 1914. Nello stesso periodo, si unì al gruppo di ricerca guidato da Otto Hönigschmidt, che si occupava di radioattività.

La vicenda storica della radioattività, inaspettatamente, è fitta di personaggi femminili. Eccezion fatta per l’astro malinconico di Maria Curie e per quello scontroso di Lise Meitner, i loro nomi sono per la maggior parte sconosciuti al pubblico, anche a quello colto. Come mai all’epoca fosse proprio quella branca nuova della scienza, così greve di macchie, di vapori minacciosi e di odori forti, ad attrarre tante ragazze che avrebbero potuto più comodamente dedicarsi all’astronomia o alla botanica, non è chiaro. E quello che appare ancora più sorprendente è che queste donne, ben lontano dall’arroccarsi sulle riflessioni più teoriche e pulite, spesero i propri muscoli e la propria pelle nella parte più faticosa del lavoro sperimentale (e che fosse anche rischiosa per la salute, ancora non lo si sapeva), spalando, pesando e filtrando, e in definitiva sporcandosi le mani in tutti i modi possibili.

Alla nostra Stefanie, insieme al suo referente scientifico, toccò il compito ingrato di misurare la massa atomica del piombo. Oggi, qualsiasi studente sfoglia una tabella, e legge che del piombo esistono in natura almeno quattro isotopi, originati da processi diversi. Qualsiasi lettore di giornali, o di thriller storici, sa vagamente che esiste il carbonio 14 contrapposto al carbonio 12, o addirittura che esiste il deuterio a fianco dell’idrogeno qualsiasi. Ma in quegli anni tali ovvietà erano ancora di là da venire, e la scoperta che uno stesso elemento potesse presentarsi in più varianti diverse, quasi indistinguibili se accatastate in un composto chimico più complesso, ma di peso diverso tra loro, aveva gettato nel panico diversi chimici e fisici autorevoli, scavando tra l’uno e l’altro accanimenti e rivalità accademiche di portata formidabile.

Si era già fatta una gran fatica ad accettare, appunto, che la massa caratteristica di ogni elemento fosse determinata univocamente da un numero fisso di palline sfuggenti, ben nascoste nel profondo dei suoi atomi; ma che queste non si rassegnassero nemmeno ad essere in numero fisso, e che, ad esempio nel piombo, si presentassero allegramente qualche volta in 206, qualche volta in 207, o 208, o magari anche 204, senza tuttavia che il metallo perdesse le sue caratteristiche più generali e cessasse di essere piombo, era dura da ammettere. Autorevoli scienziati, responsabili di laboratori rivali, si accusavano l’un l’altro di aver commesso qualche grossolano errore di misura.

Otto e Stefanie non si persero d’animo: dopo mesi e mesi di clausura in un laboratorio soffocante, rimescolando poltiglie tossiche come nei calderoni stregoneschi delle favole,  per estrarre il metallo puro dai suoi composti minerali rinvenuti in natura, e pesarlo centinaia di volte con un’accuratezza del centesimo di milligrammo, comunicarono un risultato inequivocabile: il piombo, estratto da minerali diversi provenienti da giacimenti diversi, aveva effettivamente una massa atomica diversa, senza che questa mettesse in dubbio la sua natura di piombo.

La prima pubblicazione firmata dai due, mentre l’incubo della guerra stava per abbattersi sul loro mondo, per la prima volta in assoluto afferma l’evidenza sperimentale dell’esistenza degli isotopi; cinquant’anni dopo sarebbe stata inclusa in una rassegna delle pietre miliari imprescindibili della ricerca chimica della prima metà del Novecento. A quell’articolo ne seguirono altri due, in cui le misurazioni diventavano ancora più accurate: una includeva ulteriori varianti del piombo di provenienza diversa dalle precedenti, e l’altra smentiva l’esistenza di un misterioso elemento chimico nuovo, lo ionio, che era stato ipotizzato da un altro ricercatore per spiegare i pesi anomali di qualche minerale capriccioso.

Quella di inventarsi un elemento sconosciuto per togliersi dai pasticci di un’osservazione non coerente, in realtà, non era una scappatoia insolita per gli scienziati dell’epoca; ma, grazie al contributo di Stefanie Horovitz, anche lo ionio, correttamente identificato come un isotopo del torio, poté essere archiviato nello zoo delle curiosità scientifiche immaginarie, dove oggi gli fanno compagnia il coronio, il nebulio e perfino lo gnomio.

Di lì a poco, di Stefanie Horovitz si perdono le tracce. Si ignora per quale motivo una ricercatrice così promettente abbia scelto di abbandonare il campo a poco più di trent’anni, tornandosene silenziosamente nell’ombra. Possiamo immaginare qualche grave sconvolgimento, nell’ambiente di lavoro o nella vita personale, legato alle tragedie della Grande Guerra, ma tutto resta nel campo delle ipotesti gratuite: l’unica cosa che  sappiamo è che approssimativamente in quel periodo morirono entrambi i suoi genitori, e che questo potrebbe averla spinta a tornare nella natìa Varsavia, per stare vicina a una sorella che viveva lì da sposata, unica parente stretta che le era rimasta.

L’ultima volta che qualche conoscente la incontrò viva fu nel 1940, quando le strade del suo quartiere erano già state trasformate in un ghetto di segregazione forzata, sul quale cominciavano ad abbattersi rastrellamenti, violenze ed epidemie.

Di lì a poco, semplicemente, scomparve, come migliaia di suoi compagni di prigionia; come per qusai tutti gli altri, la data esatta della sua morte, non si sa.

Per una volta, mi sono presa la soddisfazione di dare anch’io un piccolo contributo alla Giornata della Memoria: che un senso ce l’ha, ma  non quando diventa un’occasione per ribadire a voce alta storie che già sanno tutti; bensì quando la si coglie per riportare alla memoria, appunto, facendola riemergere dal buio, qualche storia che ne ha davvero bisogno, perché era stata effettivamente dimenticata.

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Non c’è più religione (o comunque, ci manca pochissimo)

Oggi mi segnalano che la diocesi di Padova, per convincere i giovani studenti e le loro famiglie a continuare ad aderire alla frequenza dell’ora di religione cattolica nelle scuole pubbliche, ha curato e sponsorizzato il seguente capolavoro:

…no, un attimo di suspence, per ora metto solo il link, l’embedding diretto godetevelo soltanto alla fine.

A braccio, mi pare che sia diretto soprattutto agli studenti delle superiori, dove evidentemente il calo di iscrizioni è più significativo.

A parte il livello stilistico incommentabile di per sé, andiamo un po’ a vedere cosa dice il testo, che è molto più interessante.

Perché a prendere ferocemente in giro i preti e i catechisti che, per raccogliere qualche seguace in più, si abbassano a un linguaggio tanto ridicolo, saranno capaci tutti, dal finissimo editorialista da pagina culturale, al più rustico bestemmiatore di Greve in Chianti; ma pochissimi andranno a spulciare il significato effettivo di quelle frasi punto per punto, e a notare la loro lucida e deliberata scelta di contenuti.

Facciamo presente intanto a chi non fosse aggiornato che “l’ora di religione”, in tutte le scuole italiane di ogni ordine e grado, non consiste affatto in un insegnamento imparziale di “storia delle religioni”, o di presentazione generale del fenomeno religioso da un punto di vista antropologico e sociale: il corso continua a chiamarsi formalmente IRC, ossia Insegnamento della Religione Cattolica, ed è tenuto esclusivamente da personale scelto e abilitato dalle Curie vescovili cattoliche, secondo programmi approvati dalla Conferenza Episcopale Italiana.

Cominciamo dalla confezione, che è già indicativa:

1) chi non fa religione “sta fuori dalla classe”, come a dire che “la classe” come istituzione formale è quella che segue religione in blocco, e chi non lo fa è anomalo; e quei pochi che vogliono fare gli originali credono di essere “fuoriclasse ma invece non si rendono conto di essere dei poveri reietti. E va bene, questo è un patetico tentativo di fare i simpatici, ma non attacca questioni tecniche di principio. Se poi la classe, con figura retorica usuale, significa semplicemente “aula”, evidentemente i nostri parolieri non sanno che può capitare anche il contrario, ossia che nelle scuole civili ci si alterna alla pari, a turno, e qualche volta è il gruppetto che fa religione a raccogliere baracca e burattini e trasferirsi in un’altra stanza.

Poi andiamo più sul concreto:

2) la possibile esistenza delle attività alternative non è nemmeno ipotizzata: chi non segue religione viene dipinto semplicemente come uno sbandato, privo di qualsiasi interesse e curiosità culturale, che preferisce ciondolare avanti e indietro per il corridoio senza fare nulla;

3) secondo il testo, quello che si ostina a non fare religione avrebbe delle idee mute”, ossia non è interessato a esprimerle, e rifiuta il confronto con gli altri. Gli iscritti a religione, invece, sarebbero per definizione quelli disponibili al confronto, alla discussione e al pluralismo;

4) le motivazioni per cui lo studente non vuole seguire il corso di religione (e quindi, deve venire convinto che sta sbagliando) sono presentate, manco a dirlo, in modo macchiettistico e del tutto avulso dalla realtà. Una delle più significative è quella secondo cui il ragazzo annoiato e disilluso dice: “No, io non ci vengo, perché tanto il catechismo l’ho già fatto”. L’idea che possa esistere qualcuno che invece non l’ha fatto, e che semplicemente non segue religione perché non l’ha mai seguita nemmeno alle elementari, non è mai stato educato alla religione cattolica, non ha mai frequentato il catechismo, e magari non è nemmeno battezzato, non è minimamente contemplata.

5) si insinua, in maniera decisamente offensiva, che condividere allegramente quella lezione tutti insieme rappresenterebbe un segno di “rispetto per se stessi e per gli altri”: come a dire che chi sceglie di non farla, secondo un diritto garantito dalla legge, non solo abbia poca dignità personale, ma stia addirittura mancando di rispetto a qualcun altro. In che modo, non ci è dato di saperlo. Forse si vuole intendere che la mancanza di rispetto sia verso l’insegnante, che si sente comprensibilmente imbarazzato a fare lezione a quattro gatti, ma d’altra parte se l’è cercata e poteva pensarci prima: se si fosse abilitato per insegnare una materia normale, questi problemi non li avrebbe avuti.

Ma soprattutto, ed è questa la cosa più grave:

6) l’ora di religione viene ostinatamente presentata come un’ora dedicata alla discussione, al confronto, alla comprensione e alla condivisione di punti di vista diversi, e si lascia intendere di proposito che si parli liberamente di tutte le religioni allo stesso modo, senza intento di propaganda confessionale. E questo è proprio platealmente falso, sotto tutti i punti di vista, anche rispetto agli accordi del Concordato e ai programmi di insegnamento ufficiali approvati dalla CEI, ossia dalla stessa organizzazione cui fanno capo le curie vescovili, compresa quella che ha benedetto e raccomandato questa canzoncina. Chiunque abbia voglia di sfogliarsi quelle linee guida, si rende conto benissimo che il corso è strutturato apposta per presentare, incoraggiare e propagandare un punto di vista cattolico, assolutamente in chiaro e senza ambiguità.

Fautori della laicità della scuola, coraggio, abbiamo già vinto: con certi sostenitori e certi sponsor, l’ora di religione a scuola non ha alcun bisogno di nemici che la combattano.

Ha ottime probabilità di estinguersi miseramente da sola.

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Aggiunta doverosa: gli autori del misfatto,  che appaiono personalmente nel video, contrariamente a quanto si potrebbe pensare da ingenui, non sono due volontari raccolti a caso nel cortile di qualche parrocchia, ma si presentano come un duo comico-musicale dalle pretese professionistiche. I loro nomi sono Pierclaudio Rozzarin e Fabio Bianchini, e una sintetica carrellata delle loro altre prodezze artistiche si può consultare  qui. Il patrocinatore spirituale, vera e propria anima – letteralmente – dell’iniziativa, pare essere invece un certo monsignor Franco Costa, responsabile dell’Ufficio Scuola della Diocesi di Padova

Be’, la citazione al merito era dovuta.

Al prelato, in particolare, per la temerarietà di essersi esposto con nome e cognome per un’impresa pubblica come questa, va riconosciuta la virtù eroica cristiana, proprio in senso teologico, quella che lo accomunerebbe a tanti gloriosi santi e martiri.

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