Cent’anni di matematica, come se niente fosse

La prossima volta che vi sentirete riproporre la stantia battuta secondo cui “chi sa fare fa, chi non sa fare insegna”, pensate a Emma Castelnuovo.

Nata nel 1913, figlia del celebre matematico Guido Castelnuovo, innovatore della geometria algebrica e della teoria della probabilità (e oggi noto soprattutto come eponimo di numerosi licei scientifici e dipartimenti universitari in tutta Italia), Emma seguì le orme paterne e si dedicò agli studi di matematica, coltivando una vaga idea iniziale di rimanere nell’ambito della ricerca accademica, come tanti giovani brillanti della sua epoca e di tante di quelle generazioni successive, da averne perso il conto.

Come primo impiego, nel frattempo, si accontentò di un contratto come assistente di biblioteca all’istituto di matematica dell’Università di Roma, mentre si dava da fare per prendersi tutte le possibili abilitazioni per insegnare nella scuola pubblica, perché non si sa mai.

Certo non avrebbe potuto prevedere che di lì a poco sarebbe stata esclusa da qualsiasi ruolo pubblico, sia nella scuola, sia nell’università, sia altrove, semplicemente perché di famiglia ebraica. Suo padre se la cavò perché era già in età di pensione, nonostante un imbarazzante anno di interregno ambiguo, ma per le leve più giovani le prospettive furono troncate a prescindere: non solo esclusi dalle funzioni pubbliche come lavoratori, ma anche espulsi dal sistema di educazione pubblico come studenti.

Emma e suo padre, in collaborazione con un manipolo di colleghi temerari, non si persero d’animo: raccolsero un gruppo di ragazzi volenterosi che tenevano molto a continuare gli studi anche in quel drammatico frangente, e organizzarono un centro autogestito di istruzione scientifica indipendente.

Ovviamente furono molteplici le comunità ebraiche locali che si attivarono per tenere in piedi corsi di istruzione di base, dalle classi elementari a qualche indirizzo di scuola superiore, ricongiungendo le potenzialità e la voglia di darsi da fare di insegnanti e di alunni espulsi dalle scuole di Stato per le stesse ragioni; ma l’esperimento romano di formazione specialistica a livello universitario, improvvisata in un contesto clandestino, resta un primato difficilmente eguagliabile nella storia successiva.

Gli organizzatori dei corsi, infatti, si attivarono per stabilire contatti con atenei stranieri, e in particolare con l’Istituto Tecnico Superiore di Freiburg, in Svizzera, facoltà politecnica che formava ingegneri, perché consentissero di sostenere esami a studenti non frequentanti, che si fossero preparati autonomamente altrove.

L’idea appassionata sottesa a tutta l’iniziativa, malgrado tutto, implicava la fiducia nel fatto che la triste circostanza sarebbe durata poco; e che quei giovani motivati, di lì a un anno o due, avrebbero potuto rientrare nel regolare sistema di studi italiano, vedendosi riconosciuti gli esami superati all’estero, senza perdere anni preziosi.

Anno più anno meno, ci avevano visto giusto. E gli anni accademici 1941-42 e 1942-43 rimasero un ricordo di emozione bruciante, per quei ragazzi che, insieme all’analisi matematica, alla fisica generale e alla scienza delle costruzioni, metabolizzarono per sempre un tocco di coscienza sociale di intensità poderosa.

Ma il dettaglio più mirabile è un altro: cosa successe, esattamente, a Emma, dopo il sofferto ritorno alla normalità?

Avrebbe potuto rientrare a lavorare all’Università. Ma no, non lo fece.

Avrebbe almeno potuto conquistarsi una cattedra inamovibile in un liceo prestigioso come ce n’erano ancora, ma non fece nemmeno quello.

Invece, scelse di passare tutto il resto della sua vita professionale attiva insegnando matematica alle medie inferiori, prospettiva che oggi viene scansata come la peste da chiunque abbia avuto la possibilità di lavorare in un ordine di scuola più elevato (me compresa, e non lo nascondo).

Emma Castelnuovo scelse di dedicarsi al segmento più debole e meno popolare dell’istruzione italiana, assumendosi come obiettivo generale quello di smitizzare il presunto carattere odioso della matematica, e di fare qualcosa per renderla più familiare e più amichevole possibile ai ragazzini giovanissimi.

A insegnare matematica a chi già ama la matematica, e che ha già scelto di andare in una scuola dove la matematica è privilegiata, non ci vuole niente.

Così deve aver ragionato Emma, settant’anni fa.

Provare a insegnarla a tutti, accatastati a caso, compresi quelli che la odiano, o che sono convintissimi di “non capirla“, o che si sono sempre sentiti martellare addosso il giudizio commiserevole di “non essere portati per la matematica“, è tutta un’altra sfida.

Chiunque può farsi un’idea del suo approccio, sfogliando i testi scolastici da lei scritti per classi di mezzo secolo fa, e ancora attualissimi. E chiunque può farsi un’idea della sua storia, personale, familiare e scientifica, scorrendo bibliografie come questa.

 Ah, incidentalmente, altrimenti non si capisce il perché di questo post: Emma Castelnuovo è ancora tra noi, oggi compie 100 anni.

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9 risposte a Cent’anni di matematica, come se niente fosse

  1. Moi scrive:

    La prossima volta che vi sentirete riproporre la stantia battuta secondo cui “chi sa fare fa, chi non sa fare insegna”, pensate a Emma Castelnuovo.
    [cit]

    Nonché a :

    http://blog.blomming.com/it/files/2013/06/Nelson-Mandela-Quotes.png

    Thank You ….

    http://www.youtube.com/watch?v=3ChAfHROz_8

  2. Moi scrive:

    A proposito di “Donne & Matematica” : quand’era una Giovine Komunista della DDR, Angela Merkel fu anche Campionessa alle Secchiolimpiadi ;) di Matematica … ecco perché ‘sta Nerda [sic] è tanto brava a farci i conti in tasca a tutti ! :(

    • Paniscus scrive:

      …e da quando in qua quelli “secchioni in matematica” appartengono alla stessa categoria di “quelli che sono bravi a fare i conti”? :) :) :)

      E non mi ci far pensare più di tanto, che entro un giorno o due devo finire di correggere i risultati preliminari delle Olimpiadi della Fisica nella mia scuola!

      In realtà mi ero offerta di gestire anche quelle della matematica, ma qualche altro collega se l’è accaparrate prima di me, con la differenza che io nel giro di una settimana i risultati li espongo, mentre quegli altri, dopo un mese, non sono ancora stati tirati fuori, e i ragazzi vengono a chiedere il motivo a me!

      L.

  3. Paniscus scrive:

    Per ROB: francamente, penso che il fatto di rispettare gli impegni presi faccia parte normale del mio lavoro, e che non sia affatto roba di cui vantarsi e sbrodolarsi di lodi.

    • ROB scrive:

      @ Paniscus

      … e ci mancherebbe altro che rispettare gli impegni presi non faccia parte del lavoro di chiunque. Non credo di aver mai detto il contrario.

      Ma il fatto è che tu lo dici qui, a persone che leggono ma non possono verificare (a meno che qualcuno ti conosca personalmente) le tue affermazioni.
      Dato che mi sembra ci siano problemi di comunicazione e comprensione chiarisco che mi sto riferendo esclusivamente (in questo caso) al tuo post del 16-12-13 h.21:32
      ***
      “devo fare questo, devo anche finire quell’altro, mi ero anche offerta di, ma io in un tot finisco mentre gli altri no”
      ***
      chi non ti conosce personalmente (vedi sopra) sarebbe portato a dire, accidenti che brava questa prof.

      Ma, attenzione, mi sta dicendo che sta facendo semplicemente il suo lavoro, càspita, esattamente ciò che fanno milioni di italiani tutti i giorni, la maggior parte di quali lo fa e non si vanta di farlo scrivendolo su un blog. Per non parlare di un malcelato senso di superiorità che traspare (“quegli altri che dopo un mese non espongono i risultati…)

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