Allarme INVALSI: gli stranieri abbassano la media!

Veniamo a sapere, tramite il blog del Gruppo di Firenze, della pubblicazione di un saggio accademico che discute i risultati dei test INVALSI nelle scuole elementari italiane, in funzione della percentuale di alunni stranieri inseriti nelle varie classi.

Lo studio è firmato dall’economista dell’Università di Bologna Andrea Ichino (allievo di Mario Monti e fratello di Pietro Ichino, giuslavorista storicamente in forza al PD, e successivamente distaccatosene perché non riusciva ad accettare il mancato trionfo di Matteo Renzi alle primarie) e da altri due collaboratori, ed è stato riassunto dallo stesso Ichino in un articolo generalista sul Corriere della Sera.

In pratica, i nostri ricercatori sarebbero preoccupati per il fatto che mediamente, nelle classi con maggior presenza di bambini stranieri, i risultati generali sarebbero più scarsi. Non è chiaro se gli stranieri si limitino ad abbassare la media della classe, semplicemente contribuendo con i propri personali esiti negativi, o se addirittura abbiano il potere inquietante di trascinare verso il basso anche i risultati degli altri, come sembra insinuare il titolista del Corriere (che sarà sicuramente persona diversa dall’autore dell’articolo, di questo siamo coscienti).

Tale abbassamento di livello tenderebbe ad affievolirsi e a scomparire con il progredire dell’età dei ragazzi, segno che “l’integrazione è possibile, però ha bisogno di tempo”. Una tale azzardata conclusione, finita nelle mani sbagliate, potrebbe facilmente trasformarsi nell’ennesimo appiglio per l’invocazione delle classi differenziali, del tetto massimo di stranieri per classe, o di altre amenità demagogiche, in nome del diritto dei figli nostri di fare una bella figura alle prove INVALSI.

Ammetto di non aver letto le 42 pagine dello studio integrale (ma me le sono scaricate e prima o poi le leggerò, perché la cosa mi interessa), ma da insegnante, e da madre di figli frequentanti classi felicemente multietniche senza alcun problema di integrazione, un paio di commenti preliminari posso anche azzardarli.

Primo: per quale motivo due economisti, in collaborazione con un terzo autore che non risulta afferente ad alcun istituto accademico ma inquadrato come funzionario della Banca d’Italia, scrivono un saggio sugli effetti dell’immigrazione sui risultati delle prove INVALSI nella scuola italiana? Non sociologi, non demografi, non pedagogisti, ma appunto economisti, due accademici e uno bancario. Perché i professionisti di tale categoria si preoccupano tanto degli esiti dei test INVALSI, che di economico o di commerciale non dovrebbero avere niente?

Secondo: le conclusioni, riportate così come appaiono nelle dichiarazioni riassuntive dello stesso autore, mi sembrano per ora riconducibili a una beata scoperta dell’acqua calda.

La maggior parte degli immigrati di oggi (pur con grosse differenze tra un paese di provenienza e l’altro), arriva comunque da classi sociali svantaggiate e da ambienti familiari molto semplici sul piano culturale. O almeno, la distribuzione di tali caratteristiche tra i bambini immigrati non è la stessa della media degli italiani. Tale divario, ovviamente, si evidenzia ancora di più nelle regioni d’Italia a più alto tasso di scolarizzazione, e a più alto tasso di delega” agli stranieri dei lavori più umili e meno qualificati.

E siccome è risaputo che a condizionare l’esito di quei test – specialmente alle scuole primarie – sono soprattutto l’ambientazione sociale di partenza del ragazzino, la sua familiarità con lo studio  strutturato e il livello culturale dei genitori, non vi è  nulla di sorprendente nel fatto che “gli stranieri abbassino la media”.

Il fatto è che non la abbassano perché sono stranieri, ma piuttosto perché mediamente provengono da famiglie meno scolarizzate, tutto lì.

E comunque, visto che il senso di quei test, a quanto ci hanno sempre raccontato, non dovrebbe essere quello di premiare chi è bravo e punire chi è somaro (e nemmeno di dare soddisfazione personale all’insegnante con la classina buona che riesce in tutto), ma dovrebbe essere quello di tracciare una rappresentazione dello stato di insieme della scuola italiana, così come si configura realmente

…se anche fosse vero che esistono categorie di alunni (stranieri o qualcos’altro) che “abbassano la media” più di altri, l’unica risposta sensata sarebbe: e allora?

Vuol dire che lo spaccato statistico generale della realtà scolastica italiana, che piaccia o no, comprende anche quelli e deve tenere conto anche di quelli.

Mi sembra una mistificazione bella e buona il pensare che il problema stia nell’abbassamento della media in sé, e che quindi le classi ci farebbero una più bella figura se solo non ci fossero questi soggetti anomali, estranei, che “non si sono ancora integrati”.

Che piaccia o no, quei ragazzini sono parte integrante della scuola italiana, esattamente come i figli nostri, e non possono essere trattati come una categoria a parte che “distorce la media” di quella che invece dovrebbe essere la statistica della scuola “normale”.

Semplicemente, sono normalissimi anche loro, e anche loro fanno parte della media, come tutti.

Facciamocene una ragione.

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13 risposte a Allarme INVALSI: gli stranieri abbassano la media!

  1. MOI scrive:

    Io sapevo che alle Superiori ‘sta tendenza s’inverte .

    Poi va be’, naturalmente ci sono anche i migranti “integrati” che fanno le stesse tamarrate e studiano “altreppoco” dei “Nativi Italiani” …

  2. Roberto scrive:

    1. Il vizio degli economisti di rimpinzare ogni scritto di formule matematiche è patetico almeno quanto il latinetto dei giuristi
    2.sono molto d’accordo con la conclusione
    3. Il limite massimo di stranieri (rectius :-) “non italianofoni”) mi pare ragionevole. Se in una classe nessuno parla Italiano, come lo imparano?

  3. Paniscus scrive:

    Roberto (sulla terza osservazione): il fatto è che, a quanto mi risulta, sia dalla mia esperienza di madre che da quella di insegnante, questo presunto problema della “presenza massiccia di bambini stranieri che vengono buttati in classe allo sbaraglio senza parlare una parola di italiano”, è sostanzialmente un problema fasullo, quasi inesistente, o comunque pesantemente esagerato a fino propagandistici.

    La maggior parte dei bambini in età di scuola dell’obbligo di origine straniera che oggi vivono in Italia sono NATI QUI, oppure sono arrivati da piccolissimi, e prima di arrivare alla scuola dell’obbligo hanno già ampiamente frequentato la scuola materna, e magari anche l’asilo nido. Per cui, per loro (che appunto sono la maggioranza) il problema dell’inserimento linguistico non esiste proprio, è una pura e semplice balla: anzi, semmai a lungo termine saranno avvantaggiati sulla flessibilità linguistica, essendo stati esposti in modo naturale a più lingue diverse fin da piccolissimi, e diventando spontaneamente dei bilingui quasi perfetti (con grossa facilità di impararne anche altre).

    Se invece il bambino arriva un po’ più grande, ma sempre al di sotto dei 10-11 anni, il caso è leggermente diverso, ma comunque è un non-problema: i meccanismi di apprendimento di una nuova lingua tipici dei bambini sono completamente diversi da quelli degli adulti, e non la vivono affatto come una “materia in più da studiare”, ma come un veicolo di comunicazione che si assorbe spontaneamente con l’uso. Un paio d’anni fa, in classe di mia figlia, arrivarono “dal nulla”, in seconda elementare, e ad anno scolastico già iniziato, un pakistano e una filippina, APPENA immigrati, e che realmente non capivano una sola parola di italiano. Bene, nel giro di tre mesi si esprimevano come tutti gli altri (e tuttora parlano italiano molto meglio dei propri genitori) Per cui, anche qui, dove sta il problema?

    Il problema vero, che non nego, esiste solo in due casi:

    - quando arrivano ragazzi già in età adolescenziale o preadolescenziale, che hanno già fatto parecchi anni di scuola nel proprio paese (e che, oltre alle barriere linguistiche, devono superare anche barriere molto più forti di usanze sociali e abitudini comportamentali);

    - oppure, quando in classe c’è un gruppo molto numeroso di stranieri appartenenti tutti alla stessa etnia, e provenienti da famiglie che fanno riferimento a una comunità locale molto chiusa e molto unita, e che quindi non hanno alcun interesse a esercitare l’italiano perché tanto nella loro vita quotidiana “non gli serve”, dato che si frequentano solo tra di loro.

    Ma mi sento ragionevolmente di affermare che entrambi questi casi sono una sparuta minoranza rispetto alla popolazione generale di bambini e ragazzi stranieri iscritti alle scuole italiane. E che, nella maggior parte dei casi, l’unica differenza tra compagni di classe italiani e stranieri sta nella grafia del nome. Per cui, perché preoccuparsi tanto?

    L.

    • Roberto scrive:

      Sono d’accordo ed infatti precisavo che al limite andrebbe messo un limite ai non italifoni per classe, non agli stranieri tout court.

      Perché preoccuparsi?
      Beh semplicemente perché è meglio prevenire i problemi che arrabbattarsi per risolverli poi
      immagino che tu non possa escludere che sia mai successo e che non succederà mai che in una classe di 20 bambini ce ne siano 10 che non parlano italiano.
      Per esempio, è quello che si dicevano i lussemburghesi prima delle ondate di immigrazione di portoghesi e italiani che hanno, come dire, leggermente cambiato le carte in tavola…
      Beh questa situazione mi sembrerebbe abbastanza complicata e sarebbe meglio evitarla.

      • Paniscus scrive:

        E anche se fosse, quale sarebbe la soluzione per evitarla? E in particolare, come si farebbe a mettere in pratica questo mito del “limite massimo” di stranieri per classe?

        Ossia, se in un certo quartiere o in un certo comune, effettivamente, la maggioranza dei ragazzi in età scolare è di origine straniera (o comunque, una minoranza grossa), e magari il numero totale dei ragazzi è basso e le classi che si formano sono poche… come si fa a evitare l’accumulo numerico e come si farebbe a rispettare ‘sto famigerato tetto?

        Tu magari stai immaginando una situazione in cui ci sono, che so, 100 bambini dello stesso anno, di cui 15 stranieri. Si devono formare 4 classi da 25? Allora gli stranieri, a meno che non ci siano motivi particolari, si cerca di distribuirli equamente, se ne mettono tre o quattro per classe, e la cosa finisce lì. Cosa credevi, che ci fossero dei dirigenti scolastici pazzi che si divertono di proposito a metterli tutti e 15 nella stessa classe dove gli italiani sarebbero “in minoranza”?

        Ma il problema delle “classi con troppi stranieri” si verifica quando non ce ne sono 15 su un totale di 100, ma ce ne sono, ad esempio, 25 su un totale di 40, con cui si riesce a malapena a formare due classi, nelle quali gli stranieri sarebbero in maggioranza in ogni caso, comunque vengano distribuiti!

        In quel caso, che si fa? Li si deporta a forza in altre scuole, più lontane e più scomode? Ma allora si dovrebbe deportare anche un corrispondente numero di autoctoni, per riequilibrare il numero!

        Faccio presente, oltretutto, che tali situazioni si verificano in maggioranza in piccoli centri di provincia, in cui la popolazione è in sistematico calo, i giovani sono pochi, e le nascite sono rimpinguate SOLO dalle famiglie di immigrati. E ogni anno si ripropone il penoso spettacolo del plesso scolastico che rischia di essere soppresso per mancanza di iscritti, e dei comitati di genitori che piangono e si incatenano per non far chiudere la scuola.

        Poi, se la chiusura della scuola viene scongiurata perché si è riusciti a formare le classi grazie all’apporto di numerose iscrizioni di bambini stranieri, allora gli stessi genitori continuano a indignarsi perché ci sono troppi stranieri in classe coi loro figli…

        • Marco O. scrive:

          Secondo me bisogna bloccare i pochi casi di gruppi numerosi ed omogenei. Come? Rifiutando le iscrizioni. Se sei cinese e vai a vivere in un posto dove sono quasi tutti cinesi devi sapere che tuo figlio, al fine di favorire la sua integrazione, non potrà frequentare la scuola del quartiere, ma lo dovrai portare magari a 10 km di distanza, in un posto dove non ci siano troppi cinesi. Non ne hai voglia? Non andare a vivere nel “ghetto cinese”.

      • roberto scrive:

        innanzitutto, mi sembrava di aver già detto che non sto parlando di “stranieri”, ma di “bambini/studenti che non parlano italiano”.

        mi sembrano due questioni radicalmente diverse. se tu in una classe di 20, hai 10 studenti stranieri normalmente integrati, chissenefrega.
        se tu hai 10 studenti che NON parlano italiano o che lo parlano molto male, secondo me è un problema.
        un problema che non si è mai concretizzato? forse, non lo so. un problema che non di concretizzerà mai? beh io non ci scommetterei….

        “come si farebbe a mettere in pratica questo mito del “limite massimo” di stranieri per classe?”

        boh?
        posso dirti come si fa qui:
        1. gli stranieri fanno un test di lingua
        2. in una classe non ci possono essere più di tot studenti che non parlano la lingua degli indigeni (nota che a partire dalle superiori le lingue in cui si fa lezione sono tre, non proprio un criterio semplicissimo da riempire….)
        3. quelli in più vanno nel paesino vicino, e pazienza che è un po’ più scomodo.

        magari sbaglio, ma credo che il diritto alla comodità dovrebbe cedere di fronte a quello ad un’istruzione di qualità e veramente non saprei cosa se ne ricava da una classe in cui la metà non capisce niente in partenza…
        anzi lo so benissimo: mia figlia, che è bilingue, fa lingua II in francese in una classe dove all’inizio 15 su 20, più o meno, non spiaccicavano una parola di francese.
        dopo tre anni i 15 se la cavucchiano (e grazie al cavolo, fanno un’ora al giorno di francese), mentre mia figlia non ha imparato nulla e si è ammazzata di noia. adesso in quarta elementare iniziano a scrivere, cosa che lei ha imparato da sola un paio d’anni fa…

        ps qui esistono….tieniti forte…le classi differenziali!
        nel senso che i bambini con difficoltà linguistiche alcune ore a settimana vengono presi in un’altra classe per fare lingua (ed è quello che succede al mio secondo, che è un po’ ciuchetto in tedesco e quindi tre volte a settimana va un’ora al “cours de rattrappage”. quelli con più difficoltà fanno molte più ore di recupero ma capita spessissimo che perdono un anno.

      • roberto scrive:

        “Cosa credevi, che ci fossero dei dirigenti scolastici pazzi che si divertono di proposito a metterli tutti e 15 nella stessa classe dove gli italiani sarebbero “in minoranza”?”

        quindi quella delle “sezioni sfigate” e “sezioni buone” sia una leggenda nera? ne prendo atto con piacere

        • Paniscus scrive:

          Forse nei “licei bene” c’è qualcuno che ci prova, o magari c’era soprattutto qualche anno fa.

          Quando è capitato qualche volta anche a me (in un istituto tecnico) di partecipare alla commissione che formava le classi prime dell’anno nuovo… be’, assicuro che non c’era alcuna differenza tra classi buone e classi cattive, TUTTE le prime erano classi da incubo allo stesso identico modo!

          Ma a parte gli scherzi: immagino che il mito della “sezione buona” nasca soprattutto dall’abitudine che c’era in passato di tenere gli insegnanti di ruolo praticamente inamovibili sempre sulla stessa sezione, per cui i gruppi si selezionavano anche in base a quello.

          Le informazioni sui singoli insegnanti e sui rispettivi metodi di lavoro si tramandavano per anni, e la gente aspirava a mettere il figlio in una certa sezione piuttosto che in un’altra soprattutto per potersi scegliere gli insegnanti.

          Ma adesso chiunque può essere ruotato a caso su qualsiasi sezione, senza avere più nemmeno la certezza di riavere le stesse classi l’anno dopo, quindi il gioco non funzionerebbe più…

          Lisa

        • Paniscus scrive:

          Ah, aggiungo:

          solitamente, chi si indigna accusando di discriminazione di livello tra una classe e l’altra e propagando la leggenda nera…

          …non è motivato dalla scoperta (vera o presunta) che esistano le sezioni buone e le sezioni scarse, ma solo dal fatto che nella (vera o presunta) sezione buona non ci abbiano messo il figlio suo!

          Se ci fossero state effettivamente le classi selezionate verso l’alto, ma il figlio suo l’avessero messo proprio lì, la discriminazione gli sarebbe andata benissimo!

          L.

      • Roberto scrive:

        A scanso di equivoci non voglio affatto dire che il sistema di un paese è meglio di un altro, sono paragoni un po’ scemi

  4. MOI scrive:

    L’uso della Statistica “a mo ‘di Latinorum” ;) per intimidire i lettori potenzialmente dissidenti , Miguel Martinez diceva che è tipico degli USA …

  5. MOI scrive:

    @ LISA

    In Italia, invece, la statistica non impressiona praticamente nessuno … paradossalmente, chi è del tutto ignorante di matematica men che meno !

    Sì insomma, reazioni del tipo:

    “Tutti ‘sto casino de calcoli e de formule pe’ ddì che uno magna tre volte ar giorno, n’artro nun magna mai … e alla fine magnano tutt’e ddue ‘na vorta e mezzo ar giorno !”

    Concetto sputtanatissimo dai soliti “Giornalisti” (basta la parola) che hanno fatto del genio della satira Trilussa un cialtrone antimatematico. Proprio ieri sera, una giornalista di RAI News ha liquidato una statistica con un “… ma gli Italiani conoscono bene la Regola di Trilussa” [sic].

    Che tristezza …

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