Troppo maturo per fare il pizzaiolo, e troppo giornalista per fingersi insegnante

A questo stadio del calendario, per far riprendere fiato al blog, ci vorrebbe una bella cronaca clandestina dalle retrovie degli esami di stato, possibilmente con qualche doveroso aneddoto romanzato, ma per fortuna quest’anno ci ha già pensato qualcun altro, e per una volta mi si risparmia la fatica.

Certo che a romanzarli un po’ troppo, poi, si rischia un effetto boomerang imbarazzante.

Da qualche ora sta circolando sui media nazionali la commovente testimonianza di una presunta insegnante impegnata con gli esami finali in un istituto tecnico romano. L’articolo è stato riprodotto, del tutto o in parte, in numerose pubblicazioni diffuse, ma sembra che la fonte originaria sia stata la Repubblica, sul cui sito il pezzo è comparso per intero, senza firma, e presentato come contributo spontaneo proveniente dai contatti con i lettori.

La professoressa, con amarezza e disillusione d’ordinanza, racconta di un padre che le avrebbe personalmente telefonato per chiederle di bocciare il figlio (peraltro descritto come ottimo studente, e ammesso agli esami con un curriculum brillante), perché convinto che le nuove normative varate dal governo Letta in materia di rilancio dell’occupazione giovanile favoriscano i ragazzi non diplomati.

Il quadro toccante è quindi completato, descrivendo un ragazzo diligente e volenteroso che, pur impegnato con gli studi, si sforza al massimo per non gravare economicamente sulla propria famiglia, e si mantiene da mesi lavorando in nero come cameriere in una pizzeria.

Il genitore, sempre secondo questa curiosa testimonianza diretta, sarebbe stato preoccupato perché convinto che, secondo il recentissimo decreto governativo sul rilancio del lavoro, suo figlio non avrebbe mai potuto essere messo in regola dal titolare della pizzeria, se avesse avuto un titolo di scuola secondaria superiore: gli incentivi all’assunzione dei giovani, infatti, spetterebbero solo a chi assume ragazzi sotto i 30 anni, purché NON siano in possesso di un diploma.

Anzi, sempre secondo il testo, il genitore non si sarebbe nemmeno lasciato trascinare da un eccesso di ansia personale, interpretando in modo improprio una notizia ascoltata superficialmente: no, sarebbe stato addirittura informato direttamente dal datore di lavoro (abusivo) di suo figlio, che lo avvisava che avrebbe avuto tutta la buona volontà di metterlo in regola entro pochi mesi, ma che purtroppo non avrebbe potuto farlo perché la nuova legge glielo vietava, se nel frattempo il giovane avesse conseguito il diploma.

A quel punto il padre disperato, invece di proporre direttamente al figlio di non presentarsi alle ultime prove d’esame, avrebbe provato a commuovere l’insegnante pregandola di bocciarlo.

Come se fosse un singolo insegnante a decidere dell’esito collegiale di un esame, e come se fosse materialmente possibile bocciare un candidato ammesso agli esami con un buon curriculum, e che ha già sostenuto prove scritte sufficienti.

A uno sguardo appena appena più accurato, si constata che le direttive del decreto, non ancora ufficializzato nei dettagli, sono state divulgate il 26 giugno. L’articolo contenente la drammatica testimonianza è uscito sui giornali del 27 giugno, nelle prime ore della mattina.

Facciamo un totale di 12 ore di intervallo, al massimo 18?

L’insegnante (oltretutto dichiaratamente impegnata con gli esami, quindi bloccata a scuola almeno per l’intera mattinata) avrebbe quindi avuto tempo di scrivere quel pezzo, dopo aver ricevuto la telefonata del genitore, il quale aveva avuto modo di parlare col figlio, al quale il datore di lavoro aveva spiegato il problema, dopo avere a sua volta letto attentamente i contenuti del decreto, annunciato il giorno prima e non ancora pubblicato nella sua forma ufficiale?

Una catena di montaggio di efficienza strabiliante, non c’è che dire.

Qualche altro dettaglio sulla fantomatica autrice del testo, però, risulta interessante.

Innanzi tutto, è normale che un’insegnante di italiano affermi che il suo studente “si è barcamenato con caparbia” (piuttosto che con “caparbietà“), e che abbia inoltre grossi problemi sulla distribuzione della punteggiatura?

E soprattutto, è normale che un insegnante, di qualsiasi materia sia, affermi candidamente che in questo periodo dell’anno è normale ricevere le telefonate da parte dei genitori dei ragazzi”, e per di più che sia normale che lo facciano per la preoccupazione di far avere un voto migliore oppure evitare al ragazzo un ulteriore anno scolastico anche quando ce ne sarebbe il bisogno“?

Gli insegnanti distribuiscono a man bassa i propri numeri di telefono privati ai genitori degli alunni? E accettano processioni  e questue tanto patetiche?

Personalmente, se qualche genitore, per di più mai conosciuto prima (come si legge nell’articolo), nei giorni di esame si permettesse di cercarmi personalmente su un numero di telefono privato rintracciato chissà come, postulando favori personali, di qualsiasi genere, rischierebbe la denuncia, o comunque una bella maltrattata da uscirne malconcio per un pezzo.

E adesso arriva un articolo strappalacrime di uno dei maggiori quotidiani nazionali, per di più con una certa fama di attenzione ai problemi della scuola, ad avallare questa sceneggiata?

Cari redattori di Repubblica, coraggio, abbiate l’onestà di dire le cose come stanno.

E’ evidente che la professoressa in ambasce non esiste, che non è mai esistita quell’accorata telefonata, e che non esiste nemmeno  il giovane Andrea che fa lo studente di mattina e il pizzaiolo di sera, né tantomeno esiste il suo datore di lavoro (illegale) che lo stima tanto e lo apprezza tanto, ma che “se si diploma non può metterlo in regola” .

Che abbiate agito a fin di bene, per denunciare le patetiche contraddizioni del decreto governativo, e di tutte le politiche ingannevoli degli ultimi anni, è quasi comprensibile.

Ma che, per ottenere questo, ci sia bisogno di ricorrere a una pantomima tanto umiliante per l’intero mondo della scuola, per chi ci lavora onestamente, e per chi l’ha frequentata studiando con serietà (e magari sta dando fondo proprio in questi giorni alle ultime risorse di impegno e di fatica per concludere bene il proprio percorso), è decisamente deprimente.

Quasi peggio del decreto stesso.

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5 risposte a Troppo maturo per fare il pizzaiolo, e troppo giornalista per fingersi insegnante

  1. roberto scrive:

    era effettivamente un fake

    su repubblica appare questo messaggio

    “Ieri Repubblica -come altri quotidiani – ha ricevuto questa lettera, che ha oggi pubblicato e sottoposto sul sito al commento dei lettori. Prima, il nostro giornale ha fatto controlli sul mittente – come si fa in questi casi – e si è fidato delle risposte avute. Nel pomeriggio il comunicato di un’agenzia di comunicazione che rivela di aver inventato tutto. E se ne vanta anche”

    resto sempre profondamente perplesso di fronte a questo modo di lavorare dei giornalisti, e bene fa l’agenzia a vantarsi di aver infinocchiato uno dei principali giornali italiani

    • Z. scrive:

      Tempo addietro un giornalista di Repubblica si è rivenduto una bufala trovata su Internet senza verificarla. Quando gli è stato fatto notare che era una bufala prima ha provato a cancellare l’articolo, poi al posto dell’articolo ne ha scritto uno che parlava d’altro, infine ha cancellato pure quello e ne ha scritto un terzo. Dove scriveva che sì, aveva riportato quella notizia, ma che quella notizia non era una bufala ma un “ukase”.

      Ossia un decreto zarista, peraltro traslitterando male dal russo.

      Ora, non è questo a stupirmi. Tutti sbagliamo, e un giornalista è più esposto degli altri visto che i suoi errori sono visibili a tutti. Sarebbe ingiusto infierire.

      Piuttosto, mi stupisce che scrivere “scusate, ho pestato una merda”, al più aggiungendo “nessuno è infallibile” e magari promettendo “staro più attento”, non sia una possibilità presa in considerazione. Come se ammettere di avere sbagliato, anziché un segno di serietà, fosse qualcosa di cui vergognarsi. Boh.

      Ma funziona così anche all’estero?

  2. MOI scrive:

    Il Giornalismo è una forma, anzi la (!) forma di Mitopoiesi dei nostri tempi …

  3. MOI scrive:

    Sicuri che NON sia stata originariamente una provocazione “made in Libero” ;) ?

    … A volte alcuni giornalisti di “Libero” sono dei veri e propri Artisti della Provocazione, certi articoli dovrebbero essere dichiarati Beni UNESCO ! ;)

  4. Paniscus scrive:

    Oltretutto (ci vuole un postappost, ma oggi ho fatto altro), un altro dettaglio veramente triste è che nessuna voce critica si sia fatta sentire dall’ambiente della scuola, per protestare contro l’immagine insostenibilmente stucchevole e non professionale che viene data degli insegnanti…

    Lisa

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