Piltdown e la scimmia dell’evoluzione – III

(3 – continua da qui)

Dopo aver debitamente introdotto, tra i protagonisti della saga, almeno i primi in ordine cronologico, passiamo un attimo allo sfondo e chiariamo per quale motivo, in quegli anni, le colline del Sussex apparivano destinate a  costituire un crocevia tanto importante per la paleoantropologia.

E’ piuttosto improbabile che ai primi del Novecento, tra gli addetti ai lavori, ci fosse ancora qualcuno che negasse seriamente l’evoluzione delle specie e la discendenza dell’uomo dai primati. La prima delle opere fondanti di Charles Darwin era stata pubblicata oltre 40 anni prima, e la seconda circa 30. Le sacche ostinate di resistenza fissista permanevano, ovviamente, ma proprio in quegli anni di transizione, ad essere ottimisti, si poteva far finta di non vederle. La più strenua rimonta ideologica degli antievoluzionisti, semmai, sarebbe arrivata una ventina d’anni dopo, rimbalzando più volte di qua e di là dall’oceano; ma a qual punto, sarebbe stata brandita senza ambiguità dalle salde mani di filosofi, predicatori e fustigatori di costumi, non di scienziati.

O meglio, visto che ormai stiamo divagando, una distinzione ci vuole: le truppe dei creazionisti, in realtà, qualche scienziato da sbandierare dalla propria parte, lo rimediano sempre, un secolo fa come oggi. Il particolare curioso è che (tranne qualche sconcertante eccezione) non si tratta quasi mai di esperti di scienze naturali, di paleontologia o di discipline biomediche, ma di tecnologi duri e puri: le liste di sottoscrizione periodicamente raccolte dagli oppositori della visione evoluzionistica, di solito, sono strapiene di elettrotecnici, ingegneri petroliferi, ultimamente anche informatici.

Il vezzo deve essere antico, perché anche cent’anni fa uno dei più caparbi, nonché dei più affettuosamente perdonabili, fu sir John Ambrose Fleming, fisico e ingegnere, autore di tante di quelle invenzioni illuminanti da essersi guadagnato il titolo di “padre della moderna elettronica“: costruì la prima valvola termoionica, antenata di tutti gli amplificatori radio e componente cruciale dei primi computer, e formalizzò la regola della mano destra che ancora oggi si squaderna su tutti i manuali di fisica per studenti di ogni ordine e grado, per stabilire il verso di una corrente indotta. Amante della natura, della montagna e della vita all’aria aperta, e devotissimo cristiano, morì nel 1945, a 95 anni, senza aver mai accettato di prendere sul serio la teoria dell’evoluzione.

Non c’entra niente con la nostra storia, e non abbiamo modo di sapere se, in quei giorni concitati delle prime scoperte, dalle parti di Piltdown ci sia passato anche lui, che all’epoca era professore a Londra; ma lo ricordiamo lo stesso perché, malgrado tutto, pur nella determinazione darwiniana più spinta, non si riesce a trovarlo antipatico.

La regola della mano destra per le correnti indotte,
inventata da un commovente antievoluzionista in buona fede.
Non c’entra niente, ma un sano tocco di fisica non fa mai male.

Bene, torniamo in tema: quello che si voleva far notare è che intorno al 1910, tra i naturalisti esperti, dell’evoluzione dell’uomo dalle scimmie non dubitava più nessuno.

Mettersi d’accordo su come e quando questa evoluzione fosse avvenuta, invece, era tutto un altro paio di maniche. La documentazione fossile era pietosamente scarsa e, anche per quella poca che c’era, le tecniche di datazione erano estremamente grossolane. Tanto grossolane che si fa fatica a immaginare adesso il senso di smarrimento provato allora da quegli studiosi, di fronte allo spiegamento immenso del tempo profondo.

In mancanza assoluta di radiocarbonio, di magnetostratigrafia, e di altre finezze che oggi ci appaiono ovvie, l’unica speranza di stimare l’età di un reperto remoto stava nella valutazione dell’età geologica dello strato di ritrovamento. Essendo ancora piuttosto rozze anche le identificazioni in tal senso, ad ogni nuova scoperta il problema si ripresentava da capo. E l’ostacolo più ricorrente stava proprio nel fatto che i ritrovamenti di maggior interesse, come è comprensibile, arrivassero proprio da strati di sedimenti assortiti, spesso rimescolati più volte, in epoche diverse.

La testimonianza fossile dell’evoluzione dell’uomo, in quegli anni di primo Novecento, si limitava ai resti controversi dell’uomo di Neandertal, scoperti addirittura prima delle pubblicazioni di Darwin ma riconosciuti con certezza solo in seguito, e ai frammenti dell’uomo di Giava: una commovente battaglia ideale, che agli occhi di oggi appare teneramente patetica, tra i sostenitori del primato asiatico e di quello europeo nella scala temporale delle origini dell’uomo.

La consapevolezza che entrambe le ipotesi fossero clamorosamente errate, e che la terra madre di tutta la nostra specie fosse stata l’Africa, era ancora di là da venire.

In quei giorni, appassionatamente grondanti di progresso positivista, una tematica strettamente connessa a quella dell’evoluzione dell’uomo era quella dell’evoluzione della tecnologia. In mezzo all’abissale confusione sulla classificazione dei fossili, e in assenza completa di analisi genetiche, si tendeva a tracciare confini simbolici più che sostanziali.

Uno dei criteri che andava per la maggiore all’epoca, per stabilire chi fosse umano e chi no, riguardava l’uso di strumenti costruiti artificialmente: gli umani sarebbero state le uniche creature al mondo in grado non solo di utilizzare oggetti naturali per i propri comodi, ma soprattutto di modificarli di proposito per renderli ancora più utilizzabili.

Sorvoliamo sul fatto che scimpanzé, gorilla e oranghi si dilettino allegramente a fare la stessa cosa, perché questa evidenza fu scoperta solo sessant’anni dopo la saga di Piltdown.  Rimaniamo provvisoriamente alle certezze di fine Ottocento, quando era ancora abbastanza facile tracciare una linea netta, tra quelli che riuscivano a scolpire e levigare le pietre e usarle deliberatamente come attrezzi, e quelli che non ci riuscivano.

I primi diedero inconsapevolmente il nome a un’epoca storica, il Paleolitico. Ovvero, l’era dei paleoliti, letteralmente i sassi antichi.

Ma prima di arrivare a farne un’industria millenaria, per quanto tempo dovevano averci provato senza riuscirci in pieno? Quanti tentativi di scheggiatura di sassi dovevano essersi accumulati nei tempi precedenti, con risultati grossolani, dita pestate, urla, gestacci e imprecazioni in linguaggi arcaici, e con qualche casuale risultato accettabile, in mezzo a tante frustrazioni?

Questo pensarono numerosi ricercatori di fine Ottocento, ipotizzando che prima ancora dei paleoliti dovessero esserci stati per forza le loro brutte copie,  testimoni del primo passo da gigante nell’affrancamento dell’uomo dalla condizione bestiale. L’unico problema era che, se anche vi fossero state, ci si aspettava che fossero davvero brutte: ossia, quasi indistinguibili da frammenti di pietra scheggiati per cause naturali, e non facilmente riconoscibili come manufatti volontari.

Qualcuno ebbe l’idea di chiamarle eoliti, le pietre che venivano ancora prima.

Per la prima volta (almeno, in questo contesto) appare il famigerato prefisso grecizzante, eo- ,  ispirato alla dea del sorgere del Sole, che avrà una fortuna insperata in questa storia.

La controversia sugli eoliti, i sassi dell’aurora dell’uomo, infiammò il dibattito scientifico di fine Ottocento, ed ebbe una parte determinante nell’innesco della saga di Piltdown.

(3 – continua)

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10 risposte a Piltdown e la scimmia dell’evoluzione – III

  1. Pingback: Piltdown e la scimmia dell’evoluzione – premessa | Paniscus

  2. Moi scrive:

    http://www.youtube.com/watch?v=fcNjf8gJoIw

    Però almeno (!) sulla NON scientificità dei Segni Zodiacali la Hack e Zichichi concordano …

    Tuttavia la domanda “Lei si sente più Angelo Caduto o più Scimmia Evoluta ?” … è davvero bellina, per com’ è formulata. ;)

  3. Moi scrive:

    Quanti tentativi di scheggiatura di sassi dovevano essersi accumulati nei tempi precedenti, con risultati grossolani, dita pestate, urla, gestacci e imprecazioni in linguaggi arcaici, e con qualche casuale risultato accettabile, in mezzo a tante frustrazioni?

    —–

    Ma soprattutto … che tipo di spiritualità potevano avere ?

    Si dice difatti che pensare qualcosa di più grande di sé da sublimare attorno a sé sia la (!) caratteristica psichica fondamentale dell’ unica specie senziente-intelligente nota … quella umana, anche se a vedere certa gente non si direbbe ! ;)

    Insomma, come avranno bestemmiato ? ;) :)

    PS

    Pare che un’ intelligenza sottovalutatissima sia quella … degli insettti (!), “Maestri di Mille Trappole”.

  4. Moi scrive:

    Ma dell’ intelligenza degli insetti cosa ne pensi ?

  5. roberto scrive:

    OT ma so che la questione ti interessa
    è morto jean ley che era considerato il lussemburghese più vecchio 110 anni
    anche se mi è sembrato si capire che il record sia contestato per il fatto che il nome che figurava sull’atto di nascita usato dal vecchietto non era “jean” ley ma “johannes” ley
    http://www.wort.lu/de/view/aeltester-mensch-luxemburgs-ist-tot-51272beee4b0367ed8ec3116

  6. Moi scrive:

    La Teoria dell’ Evoluzione :

    http://www.youtube.com/watch?v=Ioroz5Sg9Jc

    in toni scettici, ma efficaci e con grande capacità di sintesi ;) :) !

  7. Gloria scrive:

    Io sto aspettando il IV episodio della saga da settimane… quanto ci farai attendere ancora? Sono curiosa di leggere come continua. :-)

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