La giornata evoluzionistica, le scimmie e le cicogne

Non capita tutti gli anni di celebrare il Darwin Day nell’ultimo giorno di Carnevale.

Per cui, se qualcuno vuole mascherarsi da scimmia, è chiaramente benvenuto.

Oggi, tuttavia, in nome della biologia evoluzionistica e della continuità tra l’uomo e le altre specie animali, ricordiamo anche l’originale impresa giuridica e culturale di alcuni gruppi di operatori sanitari, normalmente preposti a occuparsi di nascite, che hanno deciso di astenersi per un giorno da tutti gli interventi artificiosi non necessari.

Come a dire che invece, negli altri giorni, gli interventi non necessari si fanno ugualmente.

Qualcuno potrebbe pensare che oggi non si nasca: e invece no, si nasce lo stesso.

Ovviamente gli interventi medici realmente urgenti, in caso di complicazioni, saranno garantiti, ma per il resto sarà un’ottima occasione, per chi avrà la fortuna di vedersi innescare le avvisaglie di travaglio spontaneo proprio oggi, di poter partorire senza essere manipolata, stressata, legata, spintonata e tagliuzzata.

Alcune attiviste del forum partonaturale, cultrici di musica, hanno messo su una istruttiva amenità a tema, accessibile a tutti. Non è uno scherzo di Carnevale, è un messaggio vero.

In onore di chi riuscirà a partorire in giornata, in modo completamente naturale, rievochiamo  qualche emblema di maternità integralmente biologica, da parte di nostri parenti stretti.

Ci auguriamo di ricevere qualche comunicazione, a proposito di chi ce l’ha fatta a nascere oggi, con un parto ragionevolmente naturale.

Il riconoscimento alla “Cicogna di Darwin” è a disposizione!

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15 risposte a La giornata evoluzionistica, le scimmie e le cicogne

  1. Bea scrive:

    Lisa, bellissimo il tuo articolo che mette insieme i diversi eventi di questo 12 febbraio e tenerissima la foto della madre col piccolo (hai sempre delle foto fantastiche e commoventi).
    Il rap è ottimistico, sicuramente è un dato positivo che in questo 12 febbraio non ci saranno nascite forzatamente anticipate senza reale motivo (invece gli altri giorni sì, appunto), ma sul minor ricorso ad interventi in corso di travaglio e parto, purtroppo, ho i miei dubbi…
    Ottima idea il tuo appello, aggiungo anche che sarebbe interessante venire a conoscenza di donne che avranno partorito spontaneamente magari il 12 sera, dopo che il loro cesareo programmato era stato rimandato al 13 causa sciopero…

  2. bs scrive:

    Lisa ti va di sostituire il video sullo stesso, ma caricato qui:
    http://youtu.be/GnwC6IYGSk0
    questo è stato monetizzato e il ricavato andrà in beneficienza
    bs

  3. Pingback: Uno sciopero utile | Kelebek Blog

  4. giovanni scrive:

    forse se gli ospedali “chiudessero” definitivamente gli “svantaggi” sarebbero minori dei vantaggi

    • Val scrive:

      Ogni tanto càpito da queste parti (spesso via Kelebek) e la lettura è sempre interessante. Questa volta mi sfugge il senso del post: se però coincide con quello del commento di Giovanni, addio, siamo messi male.

      Sbaglierò, ma “le mamme” (bizzarra categoria esistenzial-professionale comparsa negli ultimi anni) hanno un approccio a questi temi a metà tra l’emotivo e l’ideologico.

      Tutto va sottoposto a critica, per carità, e se ci sono eccessi di medicalizzazione del parto si dovrà cercare senz’altro di correggerli, ma l’esistenza di “attiviste” del parto naturale mi lascia un po’ perplesso sullo spirito della battaglia.

      Per quella che è la mia personalissima esperienza (in una -eccellente, per una volta l’odiosissimo aggettivo si può usare – struttura pubblica da 6.500 parti all’anno), la donna non è forzata né persuasa a programmare alcunché. Vedo, ma questo mi pare garanzia di “pluralismo” nell’approccio al parto, politiche diverse in ospedali diversi. In alcuni ospedali il cesareo è, salvo emergenze, una decisione tutta della madre: se lo vuole, lo fa. (E se lo fa, è coperto dal SSN, cosa che mi sembra giusta e civilissima.) In altri si tende ad evitarlo. In alcuni si può partorire in acqua, in altri si può scegliere di partorire in piedi o sul lettino. In alcuni l’epidurale è prassi, in altri no, in altri ancora è prevista ma non è coperta dal SSN.

      Siccome gli ospedali non sono immuni dagli umani difetti (approssimazione, superficialità, ma anche interessi personali di diverso genere) non escludo che ci siano eccessi e storture, ma il quadro suggerito, secondo cui gran parte del lavoro dei reparti di ostetricia e maternità è superfluo e forzato, mah, mi pare esagerato.

      Non credo sia il caso di prendere lo sciopero come parametro per distinguere cosa è essenziale e cosa non è necessario: suppongo che, sostanzialmente, si tratti di una questione di organizzazione complessiva, non di prestazioni fornite alla partoriente. Mancano comunque troppe informazioni per dare un giudizio, mentre qui mi pare che dalla notizia si salti direttamente alle conclusioni.
      Si fa anche una certa confusione tra la programmazione (addirittura dell’ora!) dei parti e “tutte quelle operazioni ostetriche scrupolosamente pianificate” (definite, sulla base di frettolose deduzioni a partire dalla notizia dello sciopero, “in gran parte inutili”). Stiamo parlando di cesareo “su richiesta” e di epidurale?

      Quanto alla programmazione, io non so, ma degli ultimi 15-20 parti di cui ho avuto conoscenza diretta, non uno è stato programmato, salvo un cesareo dovuto a una posizione podalica. So per certo che in alcuni ospedali il protocollo prevede l’induzione del parto entro una settimana dalla data presunta: non per comodità degli ostetrici, ma perché gli studi indicano un’impennata della percentuale delle morti in utero man mano che ci si allontana da quella data. Non sono un esperto, ma in linea di principio non ho nulla, proprio nulla da obiettare a tale prassi. Quanto all’epidurale, mettiamola così: anche dal dentista non è necessaria l’anestesia. Se uno non la vuole, liberissimo di soffrire. Ma ci mancherebbe che giudicasse chi invece la vuole, o addirittura che si impegnasse per abolirla.

      Insomma, se il post se la prende con una presunta “programmazione al minuto” dei parti, potrei ancora capirlo; se invece, dietro alla sempre vaga contrapposizione tra naturale e artificoso, nasconde una qualche sorta di elogio della sofferenza, allora davvero non condivido.

      Se una donna si sente più madre per aver avuto un travaglio “naturale”, contenta lei. Ma contrapporre una donna “manipolata, stressata, legata, spintonata e tagliuzzata” alla serenità di una femmina di orango (?) è quantomeno fuorviante. La mortalità neonatale fra gli umani in un paesaccio come l’Italia è del 3,8 per mille, anche e soprattutto grazie alla medicalizzazione/ospedalizzazione dei parti. Posto che tra i felini, i suidi o i nostri amici primati il tasso di mortalità neonatale è infintamente più alto, se per abbassare quel 3,8 fosse necessario organizzare gli ospedali con parti programmati al secondo, non avrei molto da obiettare.

      • Paniscus scrive:

        per Val:

        Al resto, che è interessante, risponderò in seguito con più calma, ma un paio di cose mi preme dirle subito: innanzi tutto non vedo cosa c’entri il presunto “elogio della sofferenza” con il caldeggiare e sostenere un parto naturale meno medicalizzato possibile. Nella mia esperienza è esattamente il contrario, quelle cosiddette “attiviste del parto naturale” lo sono diventate, in gran parte, DOPO essersi beccate enormi ferite, sia fisiche che psicologiche, e non essere riuscite a vivere con serenità il proprio parto, a causa di interventi artificiosi del tutto superflui, e spesso anche somministrati in modo sbrigativo, arrogante e poco rispettoso.

        Quindi, da questo punto di vista, anche se ci fosse una motivazione esclusivamente egoistica, sarebbe l’esatto contrario di una presunta esaltazione della sofferenza: chi se la prende contro le troppe manipolazioni ostetriche, lo fa perché quando se l’è beccate ha sofferto da cani, e perché ritiene che senza di quelle soffrirebbe molto meno (e magari ha potuto confermarselo vivendo in prima persona la differenza tra due o più parti condotti in modo molto diverso).

        Non capisco perché mai, dall’esterno, questo atteggiamento venga visto spesso come una sorta di idealismo sacrificale o di vocazione al martirio, quando invece è il contrario! E in generale (altro equivoco diffuso) non è affatto una questione di “sentirsi più madre”, ma semplicemente di sentirsi meglio, più serena, più rilassata e più rispettata!

        Inoltre, un appunto sull’ultima osservazione che fai: prima ammetti che il tasso elevato di mortalità neonatale potrebbe effettivamente essere incrementato dall’eccessiva medicalizzazione dei parti ospedalieri, e poi dici che “se una programmazione dei parti ancora più rigida potesse aiutare a diminuire quella cifra”, saresti favorevole. Ma secondo te come si farebbe a “programmare” i parti senza aumentare la medicalizzazione? Il fatto stesso di programmare (ossia di intervenire col cesareo o con un’induzione artificiale del travaglio quando ancora le avvisaglie naturali non ci sono, il bambino non è pronto a nascere spontaneamente, e il corpo della madre non si è ancora adattato ), è di per sé una fortissima forma di medicalizzazione. Ed è anche documentato in tal modo i rischi aumentano, invece che diminuire!

        Infine: se fosse vero che una medicalizzazione ancora più spinta e una programmazione dei parti ancora più rigida fossero legate a una riduzione del tasso di mortalità neonatale o di complicazioni materne… come si spiegherebbe che le diverse parti d’Italia mostrino una correlazione esattamente opposta?

        Ovvero, che le regioni con la massima incidenza di cesarei e di parti “poco naturali” in generale, siano proprio quelle con il tasso di mortalità neonatale più elevato, e non il contrario? Riflettiamo un attimo su questo…

        saluti
        Lisa

        • Attempata scrive:

          Mi trovo molto d’accordo con Lisa ma anche comprendo le obiezioni di Val che ricalcano un pensiero abbastanza diffuso, fondato però su delle informazioni a mio parere non corrette, di certo non complete, e su una prospettiva “da osservatore” (se ho capito bene lei è un uomo).
          Non so quali siano le motivazioni di quelle che lei chiama le “attiviste”, conosco le mie motivazioni e le assicuro che esse non hanno mai avuto nulla di ideologico e sono ormai assai lucide e affatto emotivamente condizionate (è passato qualche anno dalle mie maternità, ma non così tanti da considerare la situazione ospedaliera significativamente mutata).
          Vorrei contribuire alla discussione portando ad esempio l’esperienza della nascita del mio primo figlio, giusto per dare un assaggio di cosa può motivare certe convinzioni che vengono scambiate per prese di posizione ideologiche.
          Gravidanza perfetta, esami a posto, primigravida serena e fiduciosa nell’assistenza ospedaliera. Induzione a 41+2 per “scadenza dei termini di custodia cautelare”, veramente sarebbe 41+3 (ora so che le linee guida parlano di gravidanza fisiologica fino al compimento delle 42 settimane), mi dicono, ma insomma, cade di sabato, così il venerdì mattina al controllo il liquido amniotico, ad un frettolosissimo controllo, appare drasticamente diminuito… mi inducono il travaglio subito senza chiedere, senza proporre, senza informarmi sulle procedure e sui rischi (e già qui dovrei girare i tacchi, ma non lo faccio, sono in ottime mani no? sapranno ben loro…).
          Travaglio tutto il giorno e tutta la notte, contrazioni artificiali e violente, disumane ed ingestibili, continue e prolungate, nessuna pausa, nessuna tregua, in qualche modo, implorando di morire, arrivo comunque a dilatazione completa ma il bambino è ancora alto (ma va’? eh, a lui non l’avevano mica avvisato che era ora di nascere, forse credeva ci fossero arrivati li turchi e cercava di nascondersi), io non sento alcun premito (ma va’? Com’è che il mio corpo non funziona?), così decidono di rompermi il sacco amniotico per favorire la discesa fetale ma appena lo fanno si ricordano che questa procedura può provocare il prolasso di funicolo e mi costringono a stare distesa. Questo rende tutto ancora più atroce. Ovviamente, ancora testa alta e niente premiti, la soluzione è farmi spingere a comando secondo Valsalva e iniziare una lunga serie di violente manovre di Kristeller per convincere il povero bambino a venir giù. Reggiamo non so come entrambi per alcune ore di questi trattamenti, lui scende un poco ma la testa è posizionata in modo non corretto (ma va’? l’hanno spinto giù spingendolo dal sedere mentre ancora era raggomitolato in utero), subisco continue e dolorose manovre interne per correggerla (???), poi medico ed ostetrica preparano l’applicazione della ventosa ma a quel punto il povero cuoricino del mio bambino non ce la fa più, i battiti precipitano, in pochi minuti è cesareo d’emergenza in anestesia generale per far prima, bambino nato quasi morto, rianimazione neonatale per lui, complicazioni chirurgiche e danni scheletrici permanenti per me (non scendo nei particolari). Il bambino poi fortunatamente si riprende.
          Non venitemi a dire “per fortuna eri in ospedale se no sarebbe morto”, per favore… E’ quasi morto a causa degli sganassoni che ha preso, povero piccolo.
          E io mi ritrovo mutilata, perchè un utero tagliato e un bacino rovinato non tornano più come prima. Per non parlare dei risvolti psicologici.
          Cesareo necessario? Certo, a quel punto sì, necessario e benedetto! Ma come si è arrivati a tale necessità? Fatto un primo passo sulla via della medicalizzazione, gli interventi inevitabilmente si susseguono a cascata, l’uno motivando l’altro.
          Ci sono casi in cui i benefici superano i rischi, patologie gravi per cui è necessario anticipare il parto ad esempio. Quello che personalmente non riesco a capire ed accettare è l’intervento medico-farmacologico-chirurgico su una situazione di complessivo benessere materno e fetale, poichè ogni atto medico porta con sè dei rischi, rischi accettabili se l’intervento risolve un problema ma inaccettabili se non c’è alcun problema da risolvere!
          Ora, io che ho sofferto da cani in quel travaglio altamente medicalizzato e successivamente ho avuto un travaglio spontaneo e senza interventi (altrettanto protratto nell’epoca gestazionale e altrettanto lungo, tengo a precisare) posso dirle con assoluta cognizione di causa che la medicalizzazione non ha affatto ridotto le mie sofferenze, tutt’altro… che non ha protetto il mio bambino, tutt’altro… e che sì, mi sono sentita più donna, più umana, più felice, più sana quando ho potuto vivere una situazione non manipolata, non per essermi identificata in un modello astratto di sacrificio materno o di orgoglio della forza femminile, quanto piuttosto, banalmente, per non essere stata sottoposta a sofferenze aggiuntive.
          Lei mi dirà che sono stata sfortunata, che ero nel posto sbagliato con le persone sbagliate, al momento sbagliato… può darsi. Ma come me, intorno a me, molte altre donne, la grande maggioranza direi delle mie amiche e parenti, hanno avuto interventi medici significativi nelle nascite ospedaliere dei loro figli, e questo non si spiega secondo logica perchè se è credibile che una certa percentuale di parti avrebbe esito infausto in assenza di interventi non è invece credibile che questo avvenga nella maggioranza dei casi.
          Lei potrebbe dirmi che non è così, che non è la maggioranza, che è la mia percezione e che il campione che cito non è significativo. Può darsi anche questo.
          Ma allora mi domando: come mai sono riusciti a rimandare, anticipare, differire, spostare, diversamente programmare ben il 70% dei parti di ieri? Il 70% ! Due terzi delle nascite giornaliere a data fissata in anticipo, in tutto il Paese, non nella mia piccola provincia o nel mio condominio. E la cosa è stata comunicata come se il dato fosse perfettamente normale ed assodato.
          Anche senza arrivare alle scimmie, credo che potremmo valutare un’ampia gamma di vie di mezzo, non crede? ;)

          • Val scrive:

            Vedo che mi dà del lei, e mi adeguo… :-)
            Sì, ha ragione, sono un uomo. Ma, con tutto il “gap cognitivo” che questo comporta, penso di avere comunque qualche argomento. Che, ridotto all’osso è questo: la donna, banalmente, e uso le sue stesse parole, non deve essere sottoposta a sofferenze aggiuntive. Ora, posto che la sofferenza è un concetto un po’ sfuggente, trovo piuttosto difficile sostenere che la medicalizzazione/ospedalizzazione dei parti la abbia aumentata, quando è certo che abbia drasticamente abbattuto il numero di complicanze e il tasso di mortalità pre e neonatale. Oggi è facile cantare le lodi del parto in casa (qualche “mamma” che “lavora nella comunicazione” si è inventata un mestiere facendo conferenze sul tema), ma in verità dovremmo erigere un monumento alla sanità pubblica e all’isitituzione-ospedale.

            La donna, ripeto, non deve essere sottoposta a sofferenze aggiuntive: da qui a dedurre che il 70% dei parti (ammesso e non concesso che questa percentuale significhi qualcosa) comporti una medicalizzazione eccessiva, sofferenze gratuite e pericoli per il nascituro, ce ne corre. Per rispondere alla sua domanda finale, credo che una via di mezzo (non saprei quanto ampia, ci sia già).

            Lei dice che la mia opinone si forma su informazioni incomplete. Può darsi, però bisogna capire quanto il suo lungo e drammatico racconto, che mi ha emozionato, sia statisticamente rappresentativo di una prassi. Intuisco (non dico capisco perché in quanto uomo non ne ho la pretesa) quanto possa essere traumatica e, mi si passi il termine improprio, totalizzante un’esperienza come la sua. Purtroppo e per fortuna, però, tutto va ricondotto ai grandi numeri, e se i casi come il suo rappresentano, presi individualmente, un trattamento al 100% insoddisfacente e inappropriato, sono le percentuali generali che ci dicono se tali casi sono all’ordine del giorno o sono frutto di imperizia e superficialità più o meno occasionali (il che non significa che non siano gravi e che non si debbano trovare correttivi).

            Infine, premettendo che non sono medico, né ho parenti medici, vorrei spezzare una lancia a favore del personale sanitario. Se un insegnante, sono conscio di toccare un tema per il quale la nostra ospite è particolarmente sensibile, ha grandi responsabilità anche penali, un medico o un infermiere ne ha di gigantesche, a fronte di un’utenza sempre più incattivita e dalla denuncia facile. E’ stupefacente (parlo qui in generale, nessuno la prenda sul personale!) come le nostre pretese schizzino alle stelle quando ci spogliamo di un vestito per indossarne un altro, sia esso quello di insegnante, genitore, paziente. Ma questo probabilmente è un altro discorso.

        • Val scrive:

          Guarda, il punto è proprio che bisogna discuterne su basi razionali, citando dati statistici e studi scientifici. Massimo rispetto per le storie personali di ciascuno, ma non è da un punto di vista soggettivo che si può affrontare il problema. Certo, si può e si deve, perdonami il burocratese, considerare anche l’insoddisfazione dell’ utente (il trattamento considerato “arrogante e poco rispettoso”), ma anche qui bisogna formalizzare e quantificare, altrimenti tutto si lascia dire: non basta un insegnante arrogante e poco rispettoso (non credo che manchino) per trarre conseguenze sulla scuola tutta.

          Io confesso la mia ignoranza in materia, ma sono prontissimo a piegarmi di fronte all’evidenza. Quindi se è dimostrato che i tassi di mortalità neonatale più elevati sono indiscutibilmente correlati ad un’alta percentuale di cesarei (non so cosa tu intenda con “poco naturali in generale”, mi sembra un po’ generico) è giusto che vengano rivisti i protocolli sanitari.

          Se invece, come intuivo dal post, il parametro di riferimento è un fantomatico concetto di naturalità, allora non mi ci ritrovo. (Che la maternità sia un dato eminentemente culturale lo dimostra, banalmente, il fatto stesso che ne stiamo discutendo. Ormai quasi tutte le mamme moderne, anche quelle che non hanno mai letto altro che Sorrisi & Canzoni, compulsano decine di libri sulla gravidanza e anche sul parto naturale, atto che è culturalissimo. Di certo i bonobo e gli scimpanzè non lo fanno).

          Quanto alla mia supposta contraddizione, non esiste: forse non mi sono espresso bene, ma io non ammetto affatto (né mi pare di averlo detto) che un’eccessiva medicalizzazione dei parti comporti una maggiore mortalità. Ammetto soltanto che la medicalizzazione possa essere, genericamente, “eccessiva”: ma eccessiva non significa automaticamente dannosa, irrispettosa, pericolosa o disonesta. Fare un’ecografia di troppo è già una medicalizzazione eccessiva. Forse sono semplicemente i toni che non mi convincono, quasi che ci fosse un complotto ordito contro le donne per strappar loro i figli, a colpi di bisturi, prima del tempo.

          C’è un ricorso eccessivo al cesareo? Può darsi, lo dicono in molti, discutiamone. Decidiamo cosa vuol dire eccessivo, decidiamo se ne stiamo discutendo perché è troppo costoso, è troppo pericoloso o è troppo poco naturale, decidiamo a chi spetta la decisione ultima in merito (mi risulta, mi hanno riferito di più di un caso, che a volte sia la donna stessa a richiederlo: può bastare la sua volontà, o qualcuno deve poter decidere se è veramente “necessario”?). In ogni caso, discutiamone senza troppe generalizzazioni e senza presunzioni di colpevolezza verso il sistema sanitario. L’induzione del parto entro una settimana dalla data presunta, che ti ho citato, non credo sia sintomo di una medicalizzazione aggressiva, ma una “policy” molto ponderata: a volte le “avvisaglie naturali” tardano così tanto ad arrivare che il feto muore in utero per il rapido deterioramento della placenta. Altre evidenze scientifiche possono certo mettere in dubbio questa politica sanitaria; ma non metterebbero in dubbio l’onestà intellettuale e la cultura medica di chi l’ha messa in pratica.

          L’elogio della sofferenza. E’ evidentemente una mia forzatura, non voglio mettere in bocca a nessuno parole che non ha detto. Facevo riferimento all’epidurale, altro intervento medico-artificiale che credo, ma non ho capito bene, sia bersaglio delle tue critiche. Se sei d’accordo che la sofferenza fisica (anche quella psicologica, ma qui il discorso si fa molto più complesso) va ridotta il più possibile, non avrai obiezioni di principio all’uso dell’epidurale. Viceversa, significherebbe che attribuisci alla sofferenza un qualche valore: saresti in buona compagnia (da qui il senso della mia provocazione) visto che, per esempio, molti cattolici tradizionalisti (“partorirai con dolore”…) guardano con estrema diffidenza a qualunque intervento “artificiale” nel parto.

          ciao
          Val

  5. Moi scrive:

    Il rap di per sé non mi piace tanto, ancor meno in Italiano che fa un po’ sempre “Cantilena di Carosello” ;) … però apprezzo lo sforzo e anche il testo non è male … se non fosse per quel “Sorella” veterofemminista ;) .

    Starebbe meglio “Amica” … no ?

  6. Paniscus scrive:

    per Val (scusa se non rispondo direttamente, ma la colonnina del blockquote stava diventando insostenibilmente stretta):

    sull’epidurale, non sono affatto contraria, ma l’unica cosa che non sopporto è la sua ideologizzazione, che di fatto arriva molto di più dagli ambienti favorevoli che da quelli critici!

    L’epidurale dovrebbe essere un atto medico come tutti gli altri, disponibile in qualsiasi momento, che si usa se si pensa che sia il caso, e se in quel momento si rivela utile.

    Ovvero, la logica dovrebbe essere che ‘sta tizia prova prima a partorire naturalmente, senza farmaci di nessun genere; poi, se quando è nel mezzo del guado, se se la sente di proseguire così, tanto meglio; altrimenti, se si rende conto lì per lì che quei dolori li trova veramente insopportabili, dovrebbe poterla chiedere sul momento e farsela dare.

    Invece noi ci becchiamo una trafila paradossale in cui una deve “prenotarla” due mesi prima, e quindi decidere due mesi prima se la vuole o no, quando ancora ovviamente non ha la più pallida idea di come sarà il suo parto, di quanto saranno intensi i dolori, e non sa se ne avrà realmente bisogno o no.

    E quindi è chiaro che la scelta se richiederla o meno viene fatta diventare per forza di cose una scelta ideologica e non sanitaria…

    E comunque, quanto a pregiudizi sull’epidurale, a me è capitato molto ma molto più spesso di sentir ridicolizzare chi non la vuole (definita “retrograda”, “bacchettona”, “masochista” o “condizionata dalla tradizione cattolica”), piuttosto che di sentir criticare chi la vuole.

    Oltretutto, se proprio dobbiamo essere pignoli, a me pare che ad essere “condizionati dalle maledizioni bibliche” siano molto di più i sostenitori strenui dellìeidurale che gli altri.

    A mio parere, è proprio la rivendicazione strenua dell’epidurale come indispensabile, o come importantissima sempre e comunque, che suscita il legittimo sospetto di “essersi fatta condizionare dalle maledizioni bibliche o dai sensi di colpa cattolici”,e non certo il contrario. Perchè sottintende il credere davvero che il parto sia una maledizione, una condanna, o comunque una cosa degradante e umiliante.

    Normalmente, chi non è interessata all’epidurale e preferisce partorire senza, non è che lo faccia perché “vuole soffrire di più” o perché teorizza che sia obbligatorio soffrire, ma è esattamente l’opposto: ovvero, non è interessata all’epidurale perché NON HA paura del parto, e non lo considera tutta questa ordalia apocalittica di cui sopra, quindi delle maledizioni bibliche se ne frega proprio!

    Lisa

    • ROB scrive:

      Nonostante sia ormai ampiamente collaudata, l’epidurale resta sempre un intervento delicato che deve essere eseguito da personale medico specializzato ed esperto. Inoltre può avere anche delle controindicazioni.
      Quindi la “trafila” non è paradossale, ma serve ad informare la futura mamma sulla procedura e, appunto, a verificare che non ci siano controindicazioni.
      Oltre tutto il “dovrebbe essere un atto medico come tutti gli altri, disponibile in qualsiasi momento” si può scontrare anche con la carenza di medici anestesisti e personale specializzato in alcune strutture.

      Trovo fuori luogo il riferimento alle maledizioni bibliche e ai sensi di colpa…

      • Paniscus scrive:

        Nonostante sia ormai ampiamente collaudata, l’epidurale resta sempre un intervento delicato che deve essere eseguito da personale medico specializzato ed esperto. Inoltre può avere anche delle controindicazioni.

        Ma guarda che su questo punto, con me, sfondi una porta aperta, grossa quanto l’arco di san Frediano. Io, ad esempio, dell’epidurale non ho voluto saperne nulla, proprio perché mi sembrava una cosa talmente macchinosa e complicata da non ispirarmi la minima voglia di interessarmene e di approfondire, e da farmi concludere che preferivo di gran lunga fregarmene, tanto sarei ragionevolmente riuscita a partorire anche senza.

        Però quello che non mi torna è perché mai tutto questo carico di precauzioni delicatissime non debba essere riproposto allo stesso modo per tutte le altre manovre ostetriche e tutte le altre somministrazioni di farmaci che invece, in sala parto, spesso fanno di routine… senza minimamente chiedersi se ci siano controindicazioni o se la donna ha ricevuto le corrette informazioni prima.

        Guarda che per me l’epidurale dovrebbe essere considerata esattamente alla pari dell’infusione di ossitocina per accelerare il parto: ossia, una cosa che normalmente non serve, di cui la maggior parte delle partorienti potrebbe fare a meno, ma che eventualmente viene consigliata lì per lì, solo se si vede che può davvero essere utile.

        In questo senso, non capisco perché mai la flebo di ossitocina debba essere decisa dal medico lì per lì senza nessuna trafila preliminare, mentre l’epidurale debba essere prenotata due mesi prima, su richiesta della donna. Se c’è bisogno della flebo di ossitocina, finisce che te la fanno e via, senza che ci sia stata nessuna “trafila” per richiederla mesi prima, fosse pure per informazione.

        E oltretutto, se inizialmente il parto sembra procedere in modo naturale ma poi c’è una complicazione e c’è bisogno di fare un cesareo d’urgenza… l’anestesia riescono a improvvisarla sul momento ugualmente, anche se non c’è stata nessuna visita specialistica due mesi prima.

        Semplicemente, danno per buoni i dati dei controlli standard che si fanno a tutte, quelli dell’elettrocardiogramma, della glicemia, della pressione, delle eventuali dichiarazioni di allergie a farmaci, che appunto si fanno A TUTTE, indipendentemente se vogliano chiedere l’epidurale o no.

        Per cui, scusa se insisto, ma nell’attuale gestione dell’epidurale in Italia c’è evidentemente una volontà politica deliberata di presentarla come una questione ideologica, quando invece non dovrebbe esserlo. E a mio modestissimo avviso, questa volontà non è affatto rappresentata dalle “tradizionaliste” che non la vogliono, ma molto di più dai suoi sostenitori più strenui.

        Lisa

  7. Attempata scrive:

    Val ha scritto:
    “La donna, ripeto, non deve essere sottoposta a sofferenze aggiuntive: da qui a dedurre che il 70% dei parti (ammesso e non concesso che questa percentuale significhi qualcosa) comporti una medicalizzazione eccessiva, sofferenze gratuite e pericoli per il nascituro, ce ne corre. ”

    Non devo essermi spiegata bene. Oppure devo essere stata così prolissa da scoraggiare in lei la lettura completa o attenta del mio scritto.
    Non ho affatto affermato quello che lei dice in merito a quelle percentuali.
    Provo a ripetere con altre parole, sperando di essere più chiara.

    Ho semplicemente osservato che nell’occasione di questo sciopero, dichiarando che il 70% dei parti giornalieri sarebbe stato spostato senza pericoli, gli operatori sanitari hanno di fatto candidamente ammesso che il 70% delle nascite, attualmente, si programma abitualmente a tavolino, per di più senza un’indicazione medica assoluta a svolgersi in un preciso giorno, visto che è stato possibile posticiparli senza danni.
    A questi si aggiungano gli interventi urgenti ed indifferibili che si sono svolti ugualmente anche nel giorno dello sciopero.
    Dunque, quanti parti spontanei, non indotti, non cesarei, restano ogni giorno se il 70% sono programmati e un altro, diciamo, 10% sono interventi d’urgenza? 2 su 10 possiamo immaginare?
    E’ possibile che lei veda del positivo in questo. A me francamente sembra un’aberrazione, l’evoluzione non ci avrebbe portati fin qua se davvero 8 parti su 10, in assenza di intervento medico specialistico, si sarebbero conclusi tragicamente.

    Circa la diminuzione della morbilità/mortalità grazie alla medicalizzazione ed ospedalizzazione del parto, parliamone, non è così scontato.

    Sulla sofferenza aggiuntiva, ho già detto pure troppo, mi pare chiaro il mio pensiero formato sul campo, così come è chiaro il suo pensiero esclusivamente teorico.

    Sull’epidurale, credo che debba essere a disposizione delle donne che ne sentono il bisogno ma credo anche che attualmente non venga sempre offerta una completa informazione in proposito, la scelta è davvero libera se l’informazione è davvero completa.

    Saluti

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