Stefanie Horovitz, il piombo e la memoria

Questa è una storia piccola come un atomo e pesante come il piombo, forse.

“Il genio è per l’uno per cento ispirazione, e per il 99 per cento traspirazione, cioè sudore, afferma una delle poche massime proverbiali di argomento scientifico ragionevolmente attribuita a un autore plausibile. Certo, la frase ha fatto ampiamente in tempo a ramificarsi di citazione in citazione, sostituendo di volta in volta “il genio” con “la scienza”, “la scoperta”, “l’invenzione”, o eventualmente rimodulando il rapporto numerico da 1 a 99 a un meno clamoroso 10 a 90, ma il concetto è chiaro: nell’impresa scientifica, l’illuminazione fulminante che spalanca di colpo la visione in chiaro della soluzione cercata, è rarissima. Nella maggior parte dei casi, non c’è proprio; nei rari casi in cui c’è, il ricercatore non fa nemmeno in tempo a godersi la sorprendente esperienza, perché deve immediatamente cominciare a verificarla, con modelli ostici, calcoli feroci, e soprattutto con improbe fatiche sperimentali. La scienza, diciamoci la verità, è soprattutto una gran fatica; e per di più, spesso, al di là del titolo giornalistico sensazionale o del premio prestigioso, la gente nemmeno lo sa.

Di una persona come Stefanie Horovitz, ad esempio, quasi nessuno ricorda l’esistenza. Se ne sa così poco che le scarse citazioni che la riguardano, quasi tutte, trascrivono il suo stesso nome in maniera diversa, casualmente “Horowitz”, “Horovitz” o “Horowiz”, mutevolmente “Stephanie” o “Stefanie”. Non sappiamo nulla della sua vita privata, e non abbiamo nemmeno una sua foto identificata con certezza, né alcuna immagine realistica del suo aspetto, nonostante fosse figlia di un pittore di un certo talento, che nell’impero Austro-Ungarico di fine Ottocento si era fatto una discreta fama proprio come ritrattista di persone. Il suo successo professionale lo portò a immortalare regnanti, ministri e generali, spostandosi di capitale in capitale europea, fino a che il ricordarsi di essere ungherese, sloveno o polacco non diventò un dettaglio insignificante: la famiglia apparteneva semplicemente a quel brillante milieu di borghesia cosmopolita mitteleuropea, incidentalmente di origini ebraiche ma per nulla legata a tradizioni religiose, e così entusiasticamente illuminata da incoraggiare allo studio anche le figlie femmine, e per di più in ambiti non considerati propriamente da signorine.

La figlia Stefanie, nata nel 1887 in Polonia, e cresciuta al seguito di tutte le tappe della carriera paterna, alle belle arti preferì la chimica, conseguendo un dottorato all’università di Vienna nel 1914. Nello stesso periodo, si unì al gruppo di ricerca guidato da Otto Hönigschmidt, che si occupava di radioattività.

La vicenda storica della radioattività, inaspettatamente, è fitta di personaggi femminili. Eccezion fatta per l’astro malinconico di Maria Curie e per quello scontroso di Lise Meitner, i loro nomi sono per la maggior parte sconosciuti al pubblico, anche a quello colto. Come mai all’epoca fosse proprio quella branca nuova della scienza, così greve di macchie, di vapori minacciosi e di odori forti, ad attrarre tante ragazze che avrebbero potuto più comodamente dedicarsi all’astronomia o alla botanica, non è chiaro. E quello che appare ancora più sorprendente è che queste donne, ben lontano dall’arroccarsi sulle riflessioni più teoriche e pulite, spesero i propri muscoli e la propria pelle nella parte più faticosa del lavoro sperimentale (e che fosse anche rischiosa per la salute, ancora non lo si sapeva), spalando, pesando e filtrando, e in definitiva sporcandosi le mani in tutti i modi possibili.

Alla nostra Stefanie, insieme al suo referente scientifico, toccò il compito ingrato di misurare la massa atomica del piombo. Oggi, qualsiasi studente sfoglia una tabella, e legge che del piombo esistono in natura almeno quattro isotopi, originati da processi diversi. Qualsiasi lettore di giornali, o di thriller storici, sa vagamente che esiste il carbonio 14 contrapposto al carbonio 12, o addirittura che esiste il deuterio a fianco dell’idrogeno qualsiasi. Ma in quegli anni tali ovvietà erano ancora di là da venire, e la scoperta che uno stesso elemento potesse presentarsi in più varianti diverse, quasi indistinguibili se accatastate in un composto chimico più complesso, ma di peso diverso tra loro, aveva gettato nel panico diversi chimici e fisici autorevoli, scavando tra l’uno e l’altro accanimenti e rivalità accademiche di portata formidabile.

Si era già fatta una gran fatica ad accettare, appunto, che la massa caratteristica di ogni elemento fosse determinata univocamente da un numero fisso di palline sfuggenti, ben nascoste nel profondo dei suoi atomi; ma che queste non si rassegnassero nemmeno ad essere in numero fisso, e che, ad esempio nel piombo, si presentassero allegramente qualche volta in 206, qualche volta in 207, o 208, o magari anche 204, senza tuttavia che il metallo perdesse le sue caratteristiche più generali e cessasse di essere piombo, era dura da ammettere. Autorevoli scienziati, responsabili di laboratori rivali, si accusavano l’un l’altro di aver commesso qualche grossolano errore di misura.

Otto e Stefanie non si persero d’animo: dopo mesi e mesi di clausura in un laboratorio soffocante, rimescolando poltiglie tossiche come nei calderoni stregoneschi delle favole,  per estrarre il metallo puro dai suoi composti minerali rinvenuti in natura, e pesarlo centinaia di volte con un’accuratezza del centesimo di milligrammo, comunicarono un risultato inequivocabile: il piombo, estratto da minerali diversi provenienti da giacimenti diversi, aveva effettivamente una massa atomica diversa, senza che questa mettesse in dubbio la sua natura di piombo.

La prima pubblicazione firmata dai due, mentre l’incubo della guerra stava per abbattersi sul loro mondo, per la prima volta in assoluto afferma l’evidenza sperimentale dell’esistenza degli isotopi; cinquant’anni dopo sarebbe stata inclusa in una rassegna delle pietre miliari imprescindibili della ricerca chimica della prima metà del Novecento. A quell’articolo ne seguirono altri due, in cui le misurazioni diventavano ancora più accurate: una includeva ulteriori varianti del piombo di provenienza diversa dalle precedenti, e l’altra smentiva l’esistenza di un misterioso elemento chimico nuovo, lo ionio, che era stato ipotizzato da un altro ricercatore per spiegare i pesi anomali di qualche minerale capriccioso.

Quella di inventarsi un elemento sconosciuto per togliersi dai pasticci di un’osservazione non coerente, in realtà, non era una scappatoia insolita per gli scienziati dell’epoca; ma, grazie al contributo di Stefanie Horovitz, anche lo ionio, correttamente identificato come un isotopo del torio, poté essere archiviato nello zoo delle curiosità scientifiche immaginarie, dove oggi gli fanno compagnia il coronio, il nebulio e perfino lo gnomio.

Di lì a poco, di Stefanie Horovitz si perdono le tracce. Si ignora per quale motivo una ricercatrice così promettente abbia scelto di abbandonare il campo a poco più di trent’anni, tornandosene silenziosamente nell’ombra. Possiamo immaginare qualche grave sconvolgimento, nell’ambiente di lavoro o nella vita personale, legato alle tragedie della Grande Guerra, ma tutto resta nel campo delle ipotesti gratuite: l’unica cosa che  sappiamo è che approssimativamente in quel periodo morirono entrambi i suoi genitori, e che questo potrebbe averla spinta a tornare nella natìa Varsavia, per stare vicina a una sorella che viveva lì da sposata, unica parente stretta che le era rimasta.

L’ultima volta che qualche conoscente la incontrò viva fu nel 1940, quando le strade del suo quartiere erano già state trasformate in un ghetto di segregazione forzata, sul quale cominciavano ad abbattersi rastrellamenti, violenze ed epidemie.

Di lì a poco, semplicemente, scomparve, come migliaia di suoi compagni di prigionia; come per qusai tutti gli altri, la data esatta della sua morte, non si sa.

Per una volta, mi sono presa la soddisfazione di dare anch’io un piccolo contributo alla Giornata della Memoria: che un senso ce l’ha, ma  non quando diventa un’occasione per ribadire a voce alta storie che già sanno tutti; bensì quando la si coglie per riportare alla memoria, appunto, facendola riemergere dal buio, qualche storia che ne ha davvero bisogno, perché era stata effettivamente dimenticata.

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8 risposte a Stefanie Horovitz, il piombo e la memoria

  1. Moi scrive:

    Piccola considerazione a margine:

    Per dire “pesantissimo” si dice sempre “pesante come il piombo”, ma l’ oro (!) ha un peso specifico superiore al piombo ! … Come mai allora non si dice “pesante come l’ oro” ;) ?

    • Paniscus scrive:

      Evidentemente perché di oro non capita quasi mai di averne a disposizione così tanto tutto insieme da rendersi conto di quanto pesi davvero. :)

      Per lo stesso motivo per cui non si dice “pesante come il mercurio”, insomma…

      • MOI scrive:

        Ci avevo pensato, però è vero anche che fin dall’ Antichità si è sempre cercato di radunarne il più possibile. ;-)

        • MOI scrive:

          In una vecchia storiella dello Zio Paperone, lui metteva monete di piombo in sacchi che avrebbero dovuto essere pieni di monete d’oro per renderli inamovibili ai Bassotti: si tratta di una cialtronata dei fumettisti italiani, il vero Walt Disney era difatti inizialmente (!) un maestro elementare … e ci teneva a essere didattico, perciò NON gliel’ avrebbe passata. :)

  2. Moi scrive:

    ORO 19,25
    PIOMBO 11,34

  3. Moi scrive:

    Nell’impresa scientifica, l’illuminazione fulminante che spalanca di colpo la visione in chiaro della soluzione cercata, è rarissima. Nella maggior parte dei casi, non c’è proprio; nei rari casi in cui c’è, il ricercatore non fa nemmeno in tempo a godersi la sorprendente esperienza, perché deve immediatamente cominciare a verificarla, con modelli ostici, calcoli feroci, e soprattutto con improbe fatiche sperimentali. La scienza, diciamoci la verità, è soprattutto una gran fatica; e per di più, spesso, al di là del titolo giornalistico sensazionale o del premio prestigioso, la gente nemmeno lo sa.

    [cit.]

    Sì, però scusa Lisa … forse anche un modo troppo simplicistico di fare divulgazione scientifica ha le sue colpe:

    quelle robe tipo la vignettina di un Einstein – Mago Merlino : -) che si sveglia tutto sorridente una mattina e se ne va a scrivere direttamente a tutta lavagna con un gessetto : “E = MC^2” … oppure il Newton che mentre fa la “siesta” sotto a un melo viene colpito da una mela in testa e poi esclama direttamente: “g = 9,81 m/s^2 ” .

    E così via.

    Va be’: è ovvio che se vuoi divulgare devi semplificare, ma senza snaturare ” la realtà umana ” della scienza che tu hai descritto così bene sopra.

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