Piltdown e la scimmia dell’evoluzione – II

(2 – continua da qui)

Non solo scienziati professionisti, come si è detto, si aggiravano in quel periodo tra le colline del sud dell’Inghilterra, in cerca di reperti antichi. Anche escludendo, per dignità narrativa e per difficoltà di censimento, la fascia più bassa di tombaroli, avventurieri, e mitomani, tra le numerose figure che ricopriranno un ruolo significativo in questa storia, possiamo contare un buon numero di ricercatori dilettanti.

C’è da dire che in quell’epoca, ancora nostalgicamente intrisa di epica vittoriana appena prima delle grandi tragedie del secolo nuovo, la parola dilettante non era necessariamente critica e sminuente come adesso. La scienza accademica non coincideva  ancora in pieno con la struttura formale che ci è familiare oggi, e generazioni di idealisti allevati nel mito dell’eccellenza intellettuale (e ovviamente abbastanza benestanti da venir sollevati da qualsiasi incombenza pratica nella vita privata e familiare), potevano ancora permettersi di offrire alla ricerca e alla cultura contribuiti originali di tutto rispetto, pur continuando per tutta la vita a dedicarsi primariamente a un altro mestiere.

E nel colorito manipolo di studiosi amatoriali che negli anni  successivi avrebbero continuato a lungo ad affiancare gli scienziati a tempo pieno, con loro mescolandosi, collaborando, litigando e giocando insieme, troveremo di tutto, dal prete, al dentista, al gioielliere, allo scrittore famoso.

Il primo a entrare in scena, tanto per cominciare, è l’avvocato: quarantacinquenne all’epoca, residente a Hastings e titolare di uno studio legale ben avviato, Charles Dawson non aveva mai rinunciato alla sua bruciante passione infantile per gli scavi e le antichità.

E quasi infantile, in effetti, travolgente e incontrollabile, era rimasto il suo entusiasmo per qualsiasi cosa potesse emergere da sotto terra: la traccia originaria dei tunnel segreti sotto al castello di Hastings, i depositi di gas naturale di Heathfield, promessa di un Novecento tecnologico e luminoso, ma anche manufatti preistorici, opere d’arte romana, e soprattutto resti fossili di animali estinti. In qualche caso le soddisfazioni andarono oltre ogni sua più rosea aspettativa, come quando una varietà di dinosauro fino ad allora sconosciuta, e da lui meticolosamente descritta come specie a parte, fu ufficialmente etichettata come Iguanodon dawsoni.

Sotto ogni punto di vista, quindi, Charles Dawson non appariva come un improvvisatore qualunque. I suoi studi erano stati pubblicati da riviste serie, e gli avevano fruttato l’ammissione a circoli scientifici prestigiosi, come la Geological Society o la Society of Antiquaries of London. Accademici di tutto rispetto, primo fra tutti Arthur Smith Woodward, leggendario curatore  del Natural History Museum di Londra, furono suoi amici personali e garanti scientifici.

Nell’irruenza del suo entusiasmo, tuttavia, gli eruditi più pragmatici avrebbero potuto notare, fin dall’inizio, qualche nota stonata. In particolare, un eccessivo coinvolgimento di fronte a qualsiasi bizzarria, che avrebbe fatto la gioia del suo contemporaneo statunitense Charles Fort.

Il giorno in cui Dawson, ad esempio, aveva dato per buona la scoperta di un rospo pietrificato all’interno di un nodulo naturale di pietra cava (sempre meglio di quelli che affermavano di averli ritrovati vivi, dopo una sepoltura di migliaia di anni), o quando aveva annunciato trionfalmente il ritrovamento di una statuetta metallica di età romana che avrebbe retrodatato di diversi secoli la tecnologia della fusione della ghisa, qualcuno dei suoi dotti referenti si sarà pur sentito un po’ in imbarazzo.

Il rospo pietrificato rinvenuto nel 1898 a Lewes, Sussex,
e dottamente nobilitato da Charles Dawson

Nessuna di queste piccole brutte figure, tuttavia, era stata abbastanza grave da farlo estromettere dall’ambiente degli esperti. Con il benevolo consenso di tanti scienziati autorevoli, la sua fama e la sua simpatia dilagavano, in particolare, nel mondo spicciolo della vita di tutti i giorni, e nella sua fitta rete di contatti dal basso.

In quella regione, qualsiasi contadino o minatore analfabeta, qualsiasi studentello adolescente con velleità da giovane esploratore, qualsiasi donna di casa impegnata a svuotare la soffitta di un defunto zio eccentrico, sapeva che, se fosse capitato di imbattersi in un oggetto curioso, invece che buttarlo nell’immondizia senza rimorsi, poteva valere la pena di mostrarlo prima a Charles Dawson.

E la stessa cosa, secondo le memorie più diffuse in seguito, pensò Venus Hargreaves quando un suo compagno di fatica sbatté accidentalmente tra le ghiaie quell’oggetto brunastro che sembrava una noce di cocco, e che era già diventato un puzzle da ricostruire come una mappa del tesoro.

(2 – continua)

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6 risposte a Piltdown e la scimmia dell’evoluzione – II

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  2. Moi scrive:

    Be’, comunque c’erano anche “appassionati” di scienze che trovavano normale dire che siccome i “negri” (evitiamo di fare del Politically Correct Retroattivo) hanno prognatismo e naso schiacciato sono più scimmieschi somaticamente ergo inferiori psichicamente; purtroppo questo “Lato Oscuro” dell’ Epopea Illuminismo-Positivismo a scuola non esce mai, e viene “scoperto” sempre con mezzi propri da chi voglia saperne un po’ di più …

    … e a scuola non può manifestarlo (in qualunque materia di studio) perché il prezzo da pagare è troppo alto: lo stigma del “secchione sfigato”, ed è un’età in cui la personalità è quasi sempre ancora troppo fragile per riuscire a sopportarlo.

    L’ autocensura dell’ intelligenza giovanile per queste cause sarebbe un aspetto interessante da considerare … ma agli insegnanti di solito non gliene frega nulla.

  3. Paniscus scrive:

    Guarda che sei un po’ poco aggiornato…

    …da insegnante, io ME LI SOGNO, alunni che facciano qualche osservazione originale o che dimostrino di sapere qualcosa in più rispetto a quello che c’è scritto nel libro.

    Invece la normalità è che, se alzano la mano durante una spiegazione, 9 volte su 10 è per chiedere “posso andare al bagno?”, e la restante è per chiedere: “Ma lei che ne pensa di quello che ha detto ieri sera Roberto Giacobbo sulle profezie della Bibbia scritte nei cerchi del grano?”

    L.

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