L’evoluzione delle scimmie, delle aquile, e delle bufale intelligenti

Ogni tanto, qualche impostore geniale riesce a combinare una falsificazione fatta veramente bene. Quale che sia il giudizio etico sulle motivazioni dell’impostura, e sulle sue eventuali conseguenze, bisogna ammettere che esiste anche una scala di  valutazione puramente estetica, che distingue la bufala intelligente dalla bufala-e-basta.

E’ chiaro che non parliamo di pure e semplici truffe, né di trovate pubblicitarie esclusivamente commerciali, né tantomeno di contorte teorie pseudoscientifiche al limite della patologia complottistica: parliamo di falsificazioni consapevoli, ben articolate, al tempo stesso impegnative e divertentissime da elaborare.

In passato, la durata dell’accettazione della bufala e della sua apparente plausibilità costituiva decisamente un fattore di arricchimento del suo valore artistico: quanto più a lungo la montatura rimaneva in piedi, tanto più era considerata ben fatta.

Questo criterio si è drammaticamente ribaltato con l’avvento progressivo della comunicazione di massa, prima, e della cultura digitale poi: oggi la bufala migliore è considerata quella che raccoglie più adesioni, più citazioni, più rimbalzi, più commenti, sì, ma nel più breve tempo possibile.

Quella dell’aquila canadese che carpisce il bambino, anno 2012, ha retto per meno di 24 ore. Il giorno immediatamente successivo alla diffusione del filmato, e alle relative analisi mediatiche (con tanto di milioni di clic su youtube, centinaia di articoli giornalistici in tutte le lingue, e decine di esperti intervistati che spaziavano dall’etologia dei rapaci all’attivismo ambientalista alla computer-grafica), gli autori sono immediatamente usciti allo scoperto, per propria esplicita volontà.

Quella delle false sculture di Amedeo Modigliani, anno 1984, sopravvisse per qualche mese. Ma anche in quel caso, se la verità emerse quasi subito, fu per scelta esplicita dei responsabili: ottenuto il loro scopo immediato, che non era quello di perturbare a lungo termine la ricostruzione cronologica della storia dell’arte italiana, né di guadagnarci qualcosa materialmente (al contrario di questo), ma semplicemente di godersi la grande soddisfazione di uno scherzo ben riuscito, gli autori si affrettarono a confessare la verità: che altra motivazione avrebbero avuto, per prolungare ulteriormente il mistero?

Ma quella dell’Uomo di Piltdown, anno 1912, fasullo anello mancante dell’evoluzione umana, le batte tutte: l’allegro e incongruo fossile inglese, sul quale si giocarono duelli carrieristici, schermaglie accademiche, e pefino drammi di coscienza sconfinanti con la teologia…

proprio in questi giorni compie spavaldamente 100 anni, e ancora, a inventarselo, non si sa chi sia stato.

Domani, mentre una gran quantità di blog scettici saranno concentrati a smentire e a ridicolizzare l’apocalisse dei Maya, qui si parlerà di questo.

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