Marina Chapman, la donna scimmia

Secondo i principi istitutivi di questo blog, qualsiasi notizia che porti all’attenzione pubblica una qualche forma di interesse per le scimmie, è degna di nota.

Accettiamo quindi un notevole rischio (in materia di senso del ridicolo), e riportiamo anche la notizia riguardante Marina Chapman, sessantenne di nazionalità britannica, che dopo trentacinque anni di tranquilla e anonima vita da casalinga nello Yorkshire, afferma oggi di aver trascorso un’infanzia animalesca, essendo stata allevata dai cebi cappuccini, nella giungla colombiana.

L’intelligenza di questi primati e la complessità della loro vita relazionale non lasciano adito a dubbi: tra le scimmie non antropomorfe, e considerate inferiori rispetto ai nostri primi cugini (scimpanzé, bonobo, gorilla e oranghi), sono decisamente le più sveglie. Abilissime a usare pietre e schegge di legno come strumenti, e capaci perfino di selezionare le piante dall’aroma opportuno per tenere lontane le zanzare… non desterebbero uno stupore estremo, se si dimostrassero anche capaci di adottare temporaneamente un cucciolo di un’altra specie.

I tratti somatici della signora (quella a destra), a voler essere proprio onesti, di nativo colombiano avrebbero ben poco. Ma concediamole il beneficio del dubbio, in base all’estrema variabilità etnica che caratterizza tanti paesi dell’America Latina.

Tuttavia, proviamo a fare un passo indietro, e forse anche due.

Qualcuno si ricorda di una certa Monique de Wael, in arte Misha Defonseca?

Trattasi di una signora belga, naturalizzata statunitense, che assurse alla gloria letteraria e umanitaria una quindicina d’anni fa, quando pubblicò, anche lei all’età di circa sessant’anni, la sua commovente autobiografia di piccola ebrea figlia di deportati durante la persecuzione nazista; e in essa rivelò di aver attraversato a piedi mezza Europa in cerca dei genitori, a partire dall’età di sei anni, scortata e protetta unicamente da un branco selvatico di lupi. Dopo un clamoroso successo di pubblico, traduzioni in 18 lingue e un’inevitabile riduzione cinematografica, l’autrice fu inchiodata alle sue numerose contraddizioni una decina d’anni dopo, e costretta a confessare di aver scritto un’opera di pura fantasia. Una lunga serie di traumi personali irrisolti, combinati con una viscerale passione ecologica per la specie dei lupi, l’aveva indotta a inventarsi quella favola strappalacrime. Tra gli altri dettagli imbarazzanti, la signora De Wael dovette ammettere di non essere nemmeno ebrea: figlia di cattolici, era entrata sì in una famiglia ebraica, ma solo per matrimonio, molti decenni dopo.

Alla sproporzionata fiducia riscossa nel frattempo dalla sua impostura, che invece avrebbe potuto essere smascherata subito, avevano certamente contribuito due pubbliche prese di posizione piuttosto autorevoli: quella di Elie Wiesel, indiscusso custode della memoria dell’Olocausto, e quella di un’associazione ambientalista statunitense dedita alla protezione dei lupi.

Ma torniamo a Marina Chapman e alle sue simpatiche scimmie cappuccine. Chapman è ovviamente, secondo l’uso anglosassone, il suo cognome acquisito da sposata. Da giovane, pare che si facesse chiamare Marina Luz, ma non è chiaro se un documento con queste generalità sia mai esistito. La nostra, infatti, nata in Colombia intorno al 1950, affermerebbe di non avere alcun ricordo cosciente della sua famiglia naturale di origine, alla quale sarebbe stata rapita in tenerissima età. I suoi unici ricordi d’infanzia consapevoli riguardano appunto, la sua vita con le scimmie; dalle quali avrebbe imparato ad arrampicarsi sugli alberi, a spaccare oggetti con le pietre, e a cacciare piccoli animali a mani nude.

Il suo fortunoso ricongiungimento con la specie umana, tuttavia, non le regalò una sorte migliore: i cacciatori che la ritrovarono increduli in mezzo alla foresta, dopo rapida consultazione sul da farsi, non trovarono di meglio che venderla ai gestori di un postribolo. Di lì la ragazzina sarebbe fuggita da sola (oggi peraltro tiene a specificare come non avessero ancora fatto in tempo a iniziarla al mestiere), per cominciare una nuova stagione di vita randagia, questa volta nella giungla della periferia urbana.

Sopravvissuta tra espedienti e accattonaggio per un numero imprecisato di altri anni, la nostra sarebbe approdata, ormai adolescente, alla prima vera svolta rassicurante della sua vita: riscattata da una famiglia borghese, che la assunse come domestica e le consentì di tornare a una vita sociale normale. Da allora, tutto finalmente in discesa: un livello accettabile di alfabetizzazione, una serie di lavori regolari, sempre presso varie famiglie che le avevano concesso piena fiducia, un viaggio in Inghilterra al seguito di una queste, e poi l’incontro con l’uomo della sua vita, il matrimonio e la cittadinanza britannica. Dalla metà degli anni settanta, la nostra Marina si sarebbe lasciata alle spalle scimmie e baraccopoli, e si sarebbe mimetizzata con assoluta naturalezza tra le migliaia di casalinghe inglesi che ogni giorno affollano i supermercati, i giardinetti e i portoni di uscita delle scuole delle cittadine dello Yorkshire.

Del suo passato scimmiesco, nulla di esteriormente riconoscibile, se non un commosso ricordo delle sue due figlie, oggi adulte, riguardo al lessico familiare affettuoso condiviso con la mamma durante la loro infanzia: gesti di richiamo esotici, ninnenanne dai suoni insoliti, versi ritmati, oltre a un fantasioso repertorio di favole naturalistiche, con protagnisti animali, risultate poi ispirate a esperienze reali.

Proprio una delle figlie, tale Vanessa James, di mestiere compositrice di musica per colonne sonore televisive, è artefice dello scoop: è stata lei, infatti, a scrivere materialmente il libro nel quale sua madre racconta la propria singolare vicenda. Secondo le due donne, compatte nel loro progetto mediatico che vedrà la luce in primavera, la decisione di rendere pubblica la storia (i cui diritti sarebbero stati già acquistati da una casa di produzione di documentari televisivi) avrebbe, fra gli altri, il nobile scopo umanitario di denunciare gli orrori del traffico di esseri umani in Sudamerica.

L’eco delle avventure di Misha Defonseca, bambina selvaggia salvata dagli animali di buon cuore in mezzo agli orrori dell’Olocausto, risuona pericolosamente vicino.

Pazientiamo qualche mese e aspettiamo di verificare se la toccante testimonianza dei cebi cappuccini si dimostrerà più affidabile di quella dei lupi.

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