Chi vuole affidare sua nonna a Kate Omoregbe, firmi qui!

Molti anni fa, di persona, ebbi modo di discutere animatamente con i promotori di un tavolino pubblico di ispirazione ambientalista, che proponevano tre petizioni da firmare in blocco: una che richiedeva limiti più restrittivi contro la caccia, un'altra che li invocava contro il commercio di pellicce, e la terza che invece rivendicava il "riconoscimento ufficiale" dell'omeopatia e la sua pari dignità con la medicina scientifica.

Ricordo la faccia sconcertata della volontaria, quando accettai di firmare le prime due ma non la terza: mi chiese il perché di una scelta tanto bizzarra, io replicai semplicemente che con i primi due appelli ero d'accordo ma con il terzo no, e la sua espressione divenne ancora più esterrefatta. Evidentemente, su centinaia di firme già raccolte, non le era mai capitato un solo passante che si fermasse a leggere uno per uno i tre documenti diversi, e li valutasse ognuno per sé: il suo mondo, da quell'angolo di piazza, era diviso in due specie, quelli che tiravano dritto con alterigia o con scherno, oppure quelli che firmavano tutto in blocco, senza nemmeno pensarci. Dopo aver tentato debolmente di convincermi che la cosa fosse stranissima, perché "di solito se uno è abbastanza sensibile da essere critico contro le pellicce, dovrebbe essere anche a favore dell'omeopatia" (anche se qualcuno dovrebbe spiegarci perché sacrificare un castoro per l'omeopatia va bene, niente a che fare con il pelo), provò a buttarla sull'argomento del "ma anche se tu non usi l'omeopatia, perché non firmi lo stesso per tutelare i diritti di chi la usa, tanto per te non cambia niente?"

Sorvolo sulla mia risposta finale e vengo all'oggi.

Dopo diversi giorni in cui non c'era nient'altro da aggiungere, perché tutti i media, professionali o amatoriali, non hanno fatto altro che copincollare lo stesso articolo eterno, o gli stessi comunicati stampa tutti uguali, la drammatica storia che ha commosso l'Italia nell'ultima settimana, alla lunga è pervenuta a lieto fine: Kate Omoregbe, la cittadina nigeriana che avrebbe rischiato una presunta lapidazione se fosse stata rimpatriata dopo la fine della sua pena detentiva in Italia, ha ottenuto l'asilo politico nel nostro Paese.

Senza dubbio, il felice esito di questa vicenda è stato reso possibile dalla massiccia mobilitazione mediatica a suo favore: secondo i promotori dell'iniziativa, l'appello per Kate avrebbe raccolto, nel giro di pochi giorni, dodicimila firme, provenienti da 60 paesi diversi, ma per la maggior parte italiane. Un'adesione entusiastica che ricorda un po' quella che a suo tempo denunciò le malefatte chimiche del monossido di biidrogeno, e chiese vigorosamente la messa al bando di tale pericolosissima sostanza.

Nello stesso giorno, intanto, comincia ad arrivare qualche dubbio sulla vicenda, in cui per la prima volta fa la sua comparsa un'autorità formale delle istituzioni della Nigeria, che evidentemente nessuno, in tutti questi giorni di batticuore, aveva mai pensato di interpellare.

Non abbiamo prove, ovviamente, che questa nuova voce abbia completamente ragione e che la storia originaria sia stata tutta una truffa; ma almeno dovrebbe essere passato il messaggio che la vicenda sia come minimo controversa, e che sarebbe stato necessario un po' di approfondimento per capirla bene.

A chi, con sereno automatismo, firma petizioni senza averci capito niente, perché "tanto, anche se fosse una bufala, male non può fare" e perché "in fondo non costa nulla", a questo punto si può proporre un aggiornamento: adesso che Kate, grazie alla vostra sensibilità, è al sicuro sul suolo italiano, dovrà pur essere messa in condizioni di mantenersi onestamente. O non vorrete mica che pesi sul bilancio dei servizi pubblici italiani, o tantomeno che sia costretta dalla disperazione a cadere nuovamente in espedienti illegali?

Secondo il suo più strenuo paladino, Franco Corbelli, leader del Movimento Diritti Civili che è stato il primo a scoprire il caso, la giovane donna avrebbe avuto in Italia, prima della sua disavventura con la giustizia, una lunga esperienza di lavoro come badante.

Tra i dodicimila che si sono precipitati a firmare l'appello, ci sarà pure qualcuno disposto ad accoglierla sulla fiducia, affidandole la propria nonna.

Aspettiamo che si faccia vivo.
 

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