Il neonato consumista

Un articolo di Repubblica basato su un'indagine statistica della Federconsumatori rileva significativi aumenti di prezzi nel giro di pochi mesi, per gli acquisti di prima necessità che gravano sui genitori di bambini piccoli.
 
Non metto in dubbio che l'inchiesta sia stata condotta correttamente dal punto di vista tecnico, e cioè che gli aumenti di prezzi rispetto all'anno scorso ci siano stati davvero.

Tuttavia, l'articolo appare decisamente fuorviante, visto che elenca come "beni primari" per il primo anno di vita di un bambino (lasciando credere che siano assolutamente indispensabili), tutta una serie di merci sulla cui indispensabilità ci sarebbe molto da ridire.
 

Ovviamente al primo posto ci sono il latte artificiale, i biberon, gli sterilizzatori, "le pappe" (sottintendendo evidentemente che non si possa svezzare un bambino con i normali cibi per adulti che si comprerebbero comunque, ma che siano assolutamente necessari omogeneizzati e alimenti specifici), e perfino "i ciucci". Seguono articoli per l'igiene, ovviamente con i pannolini a fare la parte maggiore, ma anche detergenti, creme, salviette e accessori da bagno; e infine, si inserisce nella lista nera anche la spesa "inevitabile" per le visite mediche private, che si renderebbero quasi obbligatorie perché "è sempre più difficile trovare un pediatra di base pubblico che sia disposto a fare visite a casa".
 
Ora, chi mi conosce sa benissimo che io non sono un'estremista dell'anticonsumismo spinto, né tantomeno una svaporata newage alternativa a tutti i costi. Anzi, mi pare di essere un tipo piuttosto pragmatico e poco romantico, con scarsissima tendenza alla rinuncia sacrificale fine a se stessa.
 
E allora come si spiega che qui si siano allevati due figli passabilmente sani, integri e felici, arrivati al momento attuale a sette anni la prima e tre e mezzo il secondo, senza aver mai comprato in assoluto nemmeno un biberon, mai una confezione di latte artificiale, mai un liofilizzato, mai un omogeneizzato, mai un ciuccio (anzi, su questo punto lo ammetto: uno era stato pure comprato, al'inizio, ma per fortuna non c'è mai stata occasione di usarlo, né tantomeno di comprarne altri), mai uno sterilizzatore, e che ci siamo sempre trovata benissimo con la pediatra di base portandole i figli ogni volta che ne avevano bisogno e senza aver mai preteso che facesse visite a casa, né aver mai sentito per questo il bisogno dell'appoggio di un professionista privato?

Quanto a carrozzine, passeggini, fasciatoi e sdraiette, li avremo pure usati, ma abbastanza poco per conservarli in condizioni decenti per due figli di età diverse, e per regalarli pure alla cugina per il terzo round.
 

In generale, non è che l'articolo dica tutte sciocchezze, in assoluto, eh. L'osservazione sulla carenza cronica di posti all'asilo nido, ad esempio, è sacrosanta. L'uso dei pannolini ecologici riciclabili è ancora un fenomeno di nicchia minoritaria, che non tutti si sentono in grado di affrontare (ma anche restando sui pannolini usa e getta… quanti mesi di uso superfluo potrebbero essere risparmiati, se si evitasse di trascinarseli fino a tre anni e oltre, e ci si impegnasse attivamente per educare il bambino a liberarsene un po' prima?) Anche le spese per gli articoli da bagno e igiene, volendo, possono essere fortemente ridimensionate scegliendo normalissimi prodotti neutri che vanno bene per tutti, invece di andare a cercare il marchio specialistico per l'infanzia industrializzata. E lo svezzamento si può tranquillamente condurre a base di normalissima verdura fresca, formaggi molli e carne frullata, uguali a quelli che si comprano per gli adulti.

E se qualcuno si prendesse la briga di dire platealmente le cose come stanno?

Ovvero, che il neonato normale, che non soffre di patologie specifiche, nella stragrande maggioranza dei casi non ha bisogno di quasi nulla, se non della disponibilità della madre almeno per i primi sei mesi, e possibilmente anche un po' di più, e di un ambiente familiare mediamente sano e tranquillo come per chiunque altro?

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17 risposte a Il neonato consumista

  1. utente anonimo scrive:

    Il solito articolo generico: se si vuol spendere un capitale, si può, basta comprare tutto nuovo e della marca più cara. Ti descrivo la mia esperienza:

    Latte in polvere e accessori li compriamo allo Schlecker, il latte Humana a 10  euro/Kg http://schlecker.it/ prezzi analoghi col latte in polvere Coop che però per noi è più scomodo.
    Culla carrozzina seggiolino auto e accessori trasporto tutti avuti in prestito/ereditati da amici e parenti;
    vestitini quasi tutti prestati/passati dai fratelli;
    pediatra pubblico competentissima ed efficiente a 50 metri da casa,
    pannolini lavabili usati per il primo figlio, passati a due cugini, tornati a casa ora piuttosto malridotti e vedremo cosa fare;
    la vera spesa è l'asilo nido comunale a circa 2000 euro/anno e il mancato/ridotto stipendio nei mesi di congedo facoltativo presi per coprire periodi senza nido.

    Jan

  2. utente anonimo scrive:

    più o meno concordo con quanto scritto, però sul latte in polvere dissento, io sono stato costretto ad usarlo non è stata una scelta.

  3. paniscus scrive:

    Il punto è che la stragrande maggioranza delle donne, in assenza di patologie, può allattare senza problemi, e che quindi l' "essere costretti a usare il latte in polvere" dovrebbe essere un problema minoritario, veramente di nicchia, circoscritto a poche eccezioni particolarmente sfortunate.

    Invece, come si spiega che nella cultura dominante sia considerato normale esattamente il contrario?

    Ovvero, che il latte in polvere sia visto come una sorta di passaggio obbligato che prima o poi devono attraversare quasi tutti… e che il riuscire ad allattare integralmente senza aggiunte artificiali sia considerata un'eccezione rarissima?

    Lisa

  4. utente anonimo scrive:

    Nel nostro caso il latte in polvere è stata (due volte) una scelta obbligata. E' comprensibile che chi ha avuto facilità ad allattare si stupisca di chi non ci riesce, ma questo non cambia la situazione di chi non può.

    Jan

  5. paniscus scrive:

    Per jan: io non mi sogno di contestare le ragioni dei casi singoli. E' la proporzione numerica collettiva che mi spiazza.

    Ossia, come si spiega che il latte artificiale, chi più chi meno, chi prima chi dopo, lo usino QUASI TUTTI, e che il riuscire a non usarlo mai sia considerata un'eccezione rarissima? Da un punto di vista fisiologico, dovrebbe essere esattamente il contrario.

    Eppure, quando dici di non averlo mai usato, né come aggiunta per i neonati piccolissimi, né come latte di proseguimento per bimbi di qualche mese, ti guardano come una marziana, ANCHE gente che comunque ha allattato a sua volta…

    Lisa

  6. utente anonimo scrive:

    La formula artificiale è solo una delle voci di spesa, probabilmente è quella che suscita le emozioni più forti; sull'essere costretti a darla vorrei dire che spesso la costrizione viene determinata da una serie di cause esterne che cooperano al risultato finale: rendere l'allattamento al seno improbo.
    E' vero che ci sono tante informazioni in giro, tanti gruppi di aiuto e sostegno, ma è altrettanto vero che solo poche fortunate sperimentano una nascita e un puerperio a "misura" di mamma e bambino. Molte devono (se vogliono e possono)remare contro tutti e tutto e spendere mille energie per riuscire ad allattare al seno il proprio bimbo/a; chi non ha energie infinite da spendere, chi non ha l'aiuto e il sostegno dei familiari, chi non ha il medico che è aggiornato e informato quante probabilità ha di avere la strada in discesa?
    Sulle mille altre spese che dicono necessarie da un bimbo, di certo sono necessarie a chi vende questi prodotti, il mercato dell'infanzia è uno che regge anche nei periodi di crisi; e con ricerche come quella di federconsumatori ripresa da questo o quel giornale viene fuori un bel po' di pubblicità gratis per chi lavora nel settore.
    Alla fine in un sistema che cannibalizza i più piccoli, siamo proprio noi, le ultime ruote della catena commerciale a doverci far carico della coscienza e della forza per una scelta critica che non ecceda i nostri bisogni e che in ultima analisi serve a tenere in piedi un sistema di beni superflui che fanno girare moneta.
    Maria

  7. utente anonimo scrive:

    La mia esperienza è un po' diversa, due ottimi reparti maternità con una cultura dell'allattamento al seno chiara e forte, mentre l'esperienza delle persone attorno a noi è di tante persone che hanno allattato al seno: ovviamente il plurale di "aneddoto" non è "fatti".

  8. utente anonimo scrive:

    il commento precedente sono io – Jan

  9. paniscus scrive:

    Guarda, jan, io credo che maria si stesse riferendo a un fenomeno piuttosto diverso da quello che descrivi tu (e io stessa avevo in mente soprattutto quello).

    Il motivo dell'uso sproporzionato di latte artificiale in Italia non sta in quella piccola minoranza di casi sfortunati di donne che hanno fatto di tutto per allattare ma non ci sono mai riuscite: sta nel fatto che anche gli allattamenti partiti benissimo, statisticamente, durano poco, e questo sicuramente non per ragioni fisiologiche, ma esclusivamente sociali.

    Perché le donne che realmente hanno problemi seri con l'allattamento e davvero non possono allattare… a parte il fatto che sono poche, ma in quelle poche i problemi si vedono SUBITO, fin dai primi giorni. Ovvero, per svariati motivi imponderabili (disfunzione della ghiandola mammaria, bambino che rifiuta categoricamente attaccarsi, infezioni, o quant'altro), il problema si manifesta subito e l'allattamento non riesce mai ad avviarsi bene. In quei casi, non lo metto in dubbio che il latte artificiale sia un ripiego obbligato, come dici tu.

    Quello che non è biologicamente plausibile è il fenomeno, che invece socialmente è diffusissimo, della mamma che inizialmente ci prova, ci riesce senza grossi problemi, e poi lamenta che "all'inizio andava tutto bene, ma dopo tre mesi il latte è andato via". Oppure di quella che dice "ce l'avevo, ma ne ho sempre avuto poco, e quindi sono stata costretta a dare l'aggiunta fin da subito" (dopo di che, invariabilmente, dopo due o tre mesi "va via" del tutto).

    E qui non è affatto questione di "fortuna", o tantomeno di scelta ideologica: nessuna di queste due cose è credibile da un punto di vista scientifico. Se l'allattamento inizialmente è partito bene, e si mantiene esclusivo, non esiste che il latte diminuisca o finisca spontaneamente senza motivo, solo perché è passato qualche mese dal parto.

    Al contrario, nei primi mesi la produzione di latte aumenta invece di diminuire: è perfettamente normale che una donna che ha partorito da quattro mesi produca PIU' latte di una che ha partorito da un mese, perché deve mantenere una creatura che è più grossa e che si muove di più. Il latte, se inizialmente è partito bene, comincia a diminuire spontaneamente SOLO quando l'allattamento non è più esclusivo, e il bambino comincia a richiederne meno perché mangia anche altro.

    Ma questo è un meccanismo normale che avviene in tutti i mammiferi, non un fenomeno misterioso e sconosciuto… immagino che sia noto a qualsiasi allevatore di pecore, e c'è scritto su qualunque libro di testo di zootecnia per gli studenti dell'istituto tecnico agrario!

    La schiacciante maggioranza del volume di vendite di latte artificiale, in Italia, NON si spiega con quelle (poche) mamme che non sono mai riuscite ad allattare fin dall'inizio: si spiega con tutte quelle che inizialmente ci riescono benissimo, ma poi nel giro di poche settimane si convincono che il latte "sia diminuito", che "abbia perso sostanza" o che "sia finito", che appunto sono assurdità ingiustificabili da un punto di vista biologico! E in tal caso, ammetterai che la critica a un'informazione sbagliata ci stia tutta…

    Spero di essermi spiegata meglio!

    Lisa

  10. utente anonimo scrive:

    Concordo con Lisa. Dopo tre mesi, una mamma torna spesso a lavorare e un allattamento esclusivo è abbastanza incompatibile con un'assenza prolungata da casa … 
    Leida
      

  11. utente anonimo scrive:

    x Jan
    Quindi nel vostro caso specifico la mamma aveva una patologia particolare per cui NON era possibile allattare… questi casi esistono, sono una minoranza… ma ci sono… è certo che però ci vorrebbe un po' più di chiarezza sulle motivazioni comuni a molti fallimenti senza patologie di mamma e bebè.
    Centri nascita pro allattamento ma che usano ciucci e biberon…
    Rooming-in parziale
    Distanza dalla mamma per molte ore dopo il parto anche quando non è realmente necessario
    Aggiunte di formula anche senza reale motivazione
    Somministrazione di glucosata o acqua in caso di ittero…
    Montate lattee con ingorghi e tensione scambiate per mastiti e con conseguente scelta (peraltro dannosa) di interrompere o sospendere l'allattamento ecc…
    Tutte queste cose succedono anche nei punti nascita pro allattamento… per non parlare dei consultori e dei pediatri che seguono la dimissione…

    Anna

  12. utente anonimo scrive:

    E quelle elencate sono solo alcune delle innumerevoli motivazioni… (la mancanza di un supporto adeguato è la prima)

  13. utente anonimo scrive:

    ouch, mi accorgo che abbiamo completamente trascurato i nostri pargoli!

    per noi e per due bambini:
    latte in polvere 0
    biberon 0 per il secondo, 1 per la prima (e di conseguenza niente sterilizzatore)
    ciucci 0 per il secondo, un'infinità per la prima che non ha potuto farne a meno fino a tre anni
    pannolini provati quelli riutilizzabili con la prima, ma abbandonati presto
    pezzoline  cremine solo per quando siamo fuori casa, in mancanza di acqua e sapone
    pappe pochissime e solo per i viaggi (in compenso i babypappa della chicco lo abbiamo distrutto a forza di usarlo)
    accessori da bagno: se sono comprese le ochette un'infinità
    visite private: tutte visto che qui non esiste il medico pubblico
    :-)

    sui pannolini invece sono in disaccordo con "se si evitasse di trascinarseli fino a tre anni e oltre, e ci si impegnasse attivamente per educare il bambino a liberarsene un po' prima", almeno noi abbiamo inciraggiato la prima ad usare il vasino verso i due anni e qualcosa ma abbiamo aspettato che decidesse di liberarsi da sola dei pannolini (a tre anni e 3 mesi) e non ha mai fatto una pipi' nelle mutandine, men che meno nel letto

    roberto

  14. utente anonimo scrive:

    Condivido in pieno.
    L'immagine dei bambini che coloro che non hanno figli hanno introiettato è quella fornita dalla pubblicità televisiva di prodotti per pargoli.
    Una ci è rimasta particolarmente impressa: quella antipaticissima dei bambini che corrono cantando fruttolo … fruttolo, fruttolo … fruttolo, fruttolo … fruttolo……
    Credo fosse la pubblicità di uno yogurt alla frutta a target infantile.

  15. paniscus scrive:

    Scusate l'ammosciamento dell'interessantissima discussione, ma come è facile capire, sono stata per qualche giorno lontana dal blog.

    Rispondo a un dettaglio dell'osservazione di Roberto:

    "sui pannolini invece sono in disaccordo con "se si evitasse di trascinarseli fino a tre anni e oltre, e ci si impegnasse attivamente per educare il bambino a liberarsene un po' prima", almeno noi abbiamo inciraggiato la prima ad usare il vasino verso i due anni e qualcosa ma abbiamo aspettato che decidesse di liberarsi da sola dei pannolini (a tre anni e 3 mesi) e non ha mai fatto una pipi' nelle mutandine, men che meno nel letto"

    Il punto è che l'obiettivo dovrebbe essere quello di guidare i bambini a conquistare consapevolezza del proprio corpo e a rendersi autonomi per se stessi, NON quello di evitare ai genitori la seccatura di dover asciugare qualche pipì in giro ogni tanto.

    Io francamente ho sempre preferito accettare il rischio di qualche piccolo contrattempo in fase intermedia, piuttosto che prolungare all'infinito la sensazione di "normalità" del farsela addosso, fino a un'età in cui il rifiuto psicologico del cambiamento diventa troppo significativo. Ed è innegabile che con i pannolini industriali ultramoderni di ultimissima generazione, questa sensazione si prolunga esageratamente (senza contare il fatto che faccia comodo agli adulti).

    Basta chiedere a qualche anziana maestra d'asilo che sia andata in pensione di recente e che abbia lavorato per qualche decennio: 30 anni fa, non c'era quasi nessuno che arrivasse a compiere 3 anni avendo ancora il pannolino, mentre adesso è considerato normale. In una sola generazione, la percezione collettiva dell' "età naturale" per conminciare a controllare le funzioni fisiologiche, si è spostata di un anno intero di vita, dai 2 ai 3.

    Alla scuola materna, fasciatoi e pannolini non erano mai stati previsti (al nido ovviamente sì, ma alla materna no), mentre adesso il problema si pone eccome. Anzi, è un vero classico che i genitori cerchino di spannolinare il bambino in fretta e furia (con risultati scarsissimi e conseguenti psicodrammi)  nell'ultima settimana di agosto dell'anno in cui compie 3 anni, solo perché si sono resi conto all'ultimo tuffo che sta per entare alla materna e che lì i fasciatoi non ci sono…

    Insomma, io non ci credo che 30 anni siano abbastanza per una mutazione genetica così marcata: se noi ci riuscivamo, a stare senza pannolino a poco più di due anni, perché mai i nostri figli dovrebbero aver perso irreversibilmente questa capacità?

    Lisa

  16. utente anonimo scrive:

    " punto è che l'obiettivo dovrebbe essere quello di guidare i bambini a conquistare consapevolezza del proprio corpo e a rendersi autonomi per se stessi, NON quello di evitare ai genitori la seccatura di dover asciugare qualche pipì in giro ogni tanto"

    perché? chi fissa questo obbiettivo?

    credo che sia pacifico che lo psicodramma che descrivi sia un male per i bambini, ma qual è il problema se i nostri figli tengono il pannolino fino a tre anni invece che fino a due come noi?

    io vedo solo vantaggi nel fatto di spostare in avanti quest'età: riduci una seccatura ed una fonte di stress ai genitori e probabimente ancha ai bambini (dico probabilmente per mancanza di esperienza diretta: a me non sembra proprio che i bambini siano tanto felici di fare la pipi' nel momento sbagliato…)

    in generale mi domando perché facilitare la vita ai genitori, quando non ne va del benessere dei bambini, non possa essere un fine in sé…   

    roberto

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