Il nonno più grande del mondo

Solitamente, nel fare apologia di un pioniere della scienza o della tecnologia, lo si definisce "padre" della sua innovazione.

Abbiamo avuto il "padre della penicillina", il "padre dei trapianti", il "padre della relatività".

A usare la parola "madre" c'è maggior ritegno, anche quando a rigor di logica (che si parli di radioattività, di informatica o di biologia molecolare) sarebbe opportuna.

Ma la decisione annunciata oggi dal comitato svedese per il premio Nobel ha suggerito, per la prima volta, un salto generazionale. Perché Robert Edwards, appena insignito dell'augusto riconoscimento per la medicina, non è moralmente un padre, ma un nonno.

A ottantacinque anni suonati, può vantare la bellezza di quattro milioni di nipoti ideali.

La più grande ha trentadue anni ed è già madre a sua volta, il più piccolo non si sa chi sia ma forse è stato concepito oggi.

Quattro milioni di bambini e ragazzi di tutto il mondo, che senza di lui non ci sarebbero stati.

Mentre battono fitti i commenti diplomatici e quelli imbarazzati, che saranno a loro volta commentati domani, sulle tastiere degli uffici stampa e nei retrobottega delle sacrestie, festeggio commossa anch'io che ho avuto la fortuna di non aver bisogno della sua opera.

E festeggio con un pensiero intenso a Blanca, Raoul, Marco e Chiara, Alessandro e Sofia, Filippo, Luca, Michelangelo, Ilaria, Davide, Adele e Diego, Alberto e Luisa, Giulia, Ettore, Nicholas, Sofia quell'altra, un altro Alessandro, Clelia, Massimiliano e Flavio, per citare soltanto quelli che ho avuto occasione di incrociare io, e nemmeno tutti.

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