I primati dell’ingiustizia

Immagina di essere stato strappato alla tua mamma naturale immediatamente dopo il parto, e di essere stato offerto a tre giorni di vita a una coppia benestante, che ha ottenuto il tuo affidamento tirando fuori il portafoglio e comprandoti sbrigativamente. Una coppia pretenziosa e dai gusti originali, ben oltre la cinquantina, che non avrebbe avuto alcuna possibilità di concludere un’adozione regolare, nemmeno in un Paese straniero dai paletti legali ben più blandi di quelli italiani.

E allora, hanno preso te.

Che si compiacessero di trattarti come un figlio, non c’è dubbio. Nutrito scrupolosamente con le migliori miscele ipervitaminizzate di latte artificiale, lavato, profumato e pettinato in una spiritosa vaschetta da bagno con giochini galleggianti, poi pazientemente svezzato tra smorfiette deliziose sul seggiolone, lasciato benevolmente a gattonare, a esplorare e a scoprire, su e giù per le stanze di quella elegante villetta in cui, c’è da giurarci, la tua camera era stata attrezzata con tutte le comodità possibili a tua misura.

Poi, man mano che crescevi, ecco le prelibatezze alimentari raffinate, i cassoni di giocattoli, le biciclette, gli accessori più sfiziosi, le mensole e le pareti della casa che si riempivano di tue foto orgogliose in tutte le pose e a tutte le età. Come tante altre mamme innamorate, anche la tua dovette pensare, a un certo punto, che tu fossi talmente eccezionale da poter attirare l’attenzione di pubblicitari e fotografi di moda: cominciò quindi a introdurti allegramente nel vortice spumeggiante dei provini e delle sfilate, in cui effettivamente, in mezzo a tanti bambini ordinari timidi e piagnucolanti, facevi la tua figura. Ti conquistasti dunque la tua fetta di celebrità, apparendo addirittura in una serie popolarissima di spot televisivi.

Eri felice, evidentemente. Oh, non c’erano dubbi, che fossi tanto felice.
E ti comportavi bene, certo, era una bella consolazione vederti muovere nel mondo dei grandi mostrando tutti i risultati rassicuranti dell’ottima educazione che ti avevano dato.

E con tutti i sacrifici che avevano fatto per te, e tutti i soldi che ci avevano fieramente speso, come poteva essere altrimenti?

Non è facile indovinare adesso a che punto della tua storia l’incanto abbia cominciato a sfarinarsi. Forse con la tua adolescenza dirompente, imprevista, brutale. Con quelle misure e quegli spazi che di colpo non ti bastavano più, con la tua incredulità rabbiosa di fronte ai confini, a quei limiti frustranti, quelli che  erano ovvi da vedere, che c’erano sempre stati, ma che soltanto adesso, di colpo, ti apparivano in tutta la loro crudezza ineliuttabile.

Come tanti altri figli putativi, cominciasti a covare risentimento verso i tuoi genitori, accusandoli di averti forzato, con la scusa dell’amore, in un mondo estraneo che non doveva essere il tuo. Come tanti altri figli qualsiasi, cominciasti a rifiutare di riconoscerti in loro: non soltanto non volevi più saperne di imitarli e di imparare da loro, ma ti chiedevi incredulo come avessi fatto ad accettarlo finora.

E allora cominciarono i rimproveri, le punizioni, le urla, i divieti di uscire, le porte chiuse a chiave,  le scenate, i lanci di oggetti, i vetri spaccati, i mobili rovesciati, le fughe selvagge, gli sfoghi dolorosi e spaventati di chi diceva "Non capisco cosa gli sia successo, non lo riconosco più!", e poi di seguito: "Non so più come prenderlo, ormai sono disperata…"

C’è un momento in cui tutti i giovani prendono coscienza di essere diversi da chi li ha cresciuti, e si aggrappano con furia al tentativo di riaffermare la propria vera natura. Poi, intanto, ne soffrono anche, di questa diversità insuperabile, si sentono persi a scoprirla, e a prendere atto di non poter più contare su quella sponda assoluta. E proprio nella tensione tra queste due emozioni laceranti, emergono nuovi e diventano grandi. 

Ma nel tuo caso, era troppo. E troppo tardi.

In una cascata di incubi frenetici, si giunse alle violenze esplicite, agli psicofarmaci, ai fermi di polizia, agli incidenti stradali, alle minacce pericolose, alle armi. E alla voce disperata di una donna ormai anziana, ormai sola, fragile e terrorizzata, che invoca la forza pubblica di fare qualcosa, qualsiasi cosa, per liberarla da quell’orrore, anche con la brutalità, anche col sangue.

Ciao, Travis.

Perdona la nostra specie, se puoi.

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