“Of his bones are coral made” – IV

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la terza è qui
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La triste fine di Francis Saville Kent, con tutto il suo strascico di sospetti, morbosità, rancori e maldicenze, fu l’antesignana di tutti i fattacci di sangue mediatici di oggi, dall’incubo di Cogne, a quello di Novi Ligure a quello di Erba, passando imperterriti per un secolo e mezzo di orrori assortiti.
Un libro di recente pubblicazione, "Omicidio a Road Hill House" di Kate Summerscale, ne ricostruisce la storia.

Il piccolo Saville, tre anni e dieci mesi, scompare silenziosamente in una notte di giugno del 1860, dal lettino in cui dormiva profondo, in un’ampia camera condivisa con la sorellina Evelyn, di due anni, e con la ventiduenne bambinaia Elizabeth. In un’altra grande stanza a pochi passi da quella, dormivano i suoi malassortiti genitori, lei di nuovo incinta all’ultimo stadio, e un’altra bambina di cinque anni e mezzo.

Al piano superiore, sospinti sempre più ai margini e costretti a un’irritante contiguità domestica con il personale di servizio di considerazione più vile, dormivano i quattro fratellastri di primo letto: due compassate zitelle quasi trentenni, che non avevano mai trascorso una sola notte della proprie vite in due camere diverse, abituate com’erano a bastarsi nella simbiosi tra di loro, poi Constance, di sedici anni rabbiosi, poi William, di quasi quindici. Due giovani domestiche, una incaricata delle pulizie e l’altra della cucina, completavano il quadro di quelle notti di claustrofobico rancore.

Il bambino svanisce dunque nelle ultime ore della notte; la tata, che avrebbe sempre giurato di non essersi accorta di nulla, constata alle prime luci dell’alba che il letto è vuoto, ma dà l’allarme soltanto due ore dopo, pensando che sia stata la madre a passare in camera di sua iniziativa, e a portarselo nel lettone come faceva spesso. La signora della casa, per contro, la accusa di pretestuosa negligenza, ricordandole che non le sarebbe mai venuto in mente di sollevarlo da sola, col pancione che si ritrovava. Nel panico dell’incubo ancora inespresso, quella torva giornata si annuncia quindi con un’aspra resa dei conti tra le due donne, la governante diventata padrona, e la servetta sbrigativamente gravata di quelle responsabilità materne, dall’altra dismesse.

Dopo qualche ora di battuta meticolosa, l’avrebbero ritrovato muto, freddo e bianco, squallidamente affossato nel canale di scolo di un gabinetto di servizio, in un capannone in disuso ai margini del grande giardino della casa, con la gola orrendamente squarciata

Altro che un banale delitto dell’estate, che infesta i media di oggi.

Già, perché la curiosità morbosa del pubblico era già identica a quella attuale.

I membri della famiglia giunsero ad essere presi di mira da urla, insulti e maledizioni quando provavano a uscire di casa, i dibattimenti pubblici erano presi d’assalto da eserciti di curiosi, e sulle scrivanie degli inquirenti centinaia di lettere - anonime o firmate – piovevano a dispensare suggerimenti e intuizioni, ognuna con la sua verità.

Quello che non era proprio uguale all’uso dei nostri giorni, in verità, era l’indagine stessa.

Il saggio di Kate Summerscale descrive in modo efficace proprio questa contingenza storica: la nascita controversa dell’investigazione giudiziaria, che nell’Inghilterra vittoriana compiva proprio allora i suoi primi faticosi passi.

Perché fino a poco prima non esisteva proprio, l’investigazione come la intendiamo noi.

Possiamo lanciarci finché vogliamo nel divertissement letterario, inventando rassicuranti detective seriali che trionfano nell’antica Roma o nel Rinascimento fiorentino, ma basta saperlo chiaro, che pur sempre di voli di fantasia si tratta.

Non che si escluda che qualche indagatore acuto ci sia  mai stato, prima di allora, e che abbia  davvero risolto con intelligenza qualche caso notevole. Il punto è che, se mai ce ne fosse stati, si era trattato di sporadici individui: un’organizzazione statale appositamente formata per quel lavoro, fino al diciannovesimo secolo inoltrato, non era mai esistita.

Il lavoro naturale dei corpi di polizia o delle forze dell’ordine in genere, in linea di massima, aveva sempre consistito nell’inseguimento a muso duro, nella perquisizione autoritaria, nell’arresto brutale. Agli agenti, fino a pochi anni prima, era stato addirittura vietato di andare in giro in abiti borghesi, figuriamoci di indagare con strategia: la validazione scientifica delle impronte digitali cominciava appena allora, gli esami del sangue e dei reperti organici erano ancora di là da venire, e le inchieste razionali che oggi diamo per scontate erano considerate un’odiosa e viscida attività da spioni.

E in effetti le indagini erano quasi sempre maldestre, ingenue, approssimative, stritolate nella tensione ingestibile tra le pretese di scientificità positivista e quelle di salvaguardia del perbenismo sociale diffuso.

Qualche scrittore e giornalista, anche qualcuno di fama duratura come Charles Dickens, che ne aveva intuito le potenzialità sia giudiziarie che letterarie, era stato a sua volta bollato come morboso violatore delle riservatezze domestiche, e parassita delle sofferenze altrui.

In mezzo a tutte queste interessanti considerazioni storiche, c’è il corpo sfigurato di un bambino ucciso.

Prima viene inquisita la bambinaia, poi una delle sorelle, poi forse qualche altro congiunto, perfino il padre viene sfiorato dal sospetto di complicità, e la madre da quello di trascuratezza inebetita; fino all’ultimo, la posizione ufficiale della famiglia si arroccherà sulla tesi disperata dell’estraneo introdottosi da fuori.

Il mostro che ci odia senza alcun motivo plausibile, solo perché è brutto, cattivo, povero, ignorante, forse fanatico religioso, o forse al contrario un miscredente senza valori, solo perché è diverso, perché si consuma nel senso di inferiorità, e perché ha invidia del nostro benessere e delle nostre certezze.

Non è una teoria originalissima, bisogna ammetterlo.

IV – continua
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Una risposta a “Of his bones are coral made” – IV

  1. falecius scrive:

    Fremo d’attesa (dovevi fare la scrittrice, te lo dico).

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