“Of his bones are coral made” – III

la prima parte è qui

la seconda è qui
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Lo scontroso e autoritario Samuel Kent, funzionario governativo dalle alterne fortune sociali, aveva ambizioni patriarcali, ma anche come patriarca si era dimostrato decisamente maldestro. Sbrigativo e indifferente alle sofferenze della moglie, collezionista di avventure extraconiugali senza ritegno, e patologicamente incline a vivere al di sopra delle proprie possibilità economiche, costringeva la famiglia a continue migrazioni, stretto tra l’urgenza di sfuggire ai pettegolezzi e agli scandali, e l’ansia di inseguire l’ennesimo traferimento lavorativo, avanzando qualche rancorosa istanza di incompatibilità con l’ambiente.

In pratica, ovunque piantasse le tende, di lì a poco non lo poteva vedere più nessuno, Samuel Kent.

Sempre pronto a litigare con tutti sul lavoro, a denunciare vicini di casa con il minimo pretesto, a licenziare domestici e collaboratori con le più futili delle scuse, a impuntarsi su ossessive questioni di puntiglio finché qualcuno non si decideva ad affrontarlo, e ce la metteva tutta per dargli una ridimensionata.

E a quel punto, si traslocava di nuovo.

E non è che un trasloco, per una famiglia di quella sorta, fosse impresa da poco: il capofamiglia pretendeva magioni gentilizie e ville spropositate, lussuose a parole ma mica poi troppo, imponenti sì ma spesso trascurate e malsane.

Ogni tanto spediva i figli, per brevi e cupi tentativi, in qualche collegio di levatura modesta. Da questi, poi, puntualmente li ritirava nel giro di pochi mesi, perché si era messo in testa qualche polemica rancorosa contro i loro metodi educativi, o perché non ce la faceva più a pagare la retta.

I giovani Kent trascorsero così le loro tarpate adolescenze, alternando permanenze effimere in quei convitti tristi a periodi di snervante isolamento domestico. Pareti spesse, stanze fredde, vasti giardini cinti da mura claustrofobiche, minacce e ritorsioni contro chiunque osasse avvicinarsi troppo, ore noiose di studio e lezioni improvvisate in casa, qualsiasi amicizia e frequentazione fuori dalla famiglia scoraggiata senza riguardo. Un flusso continuo di personale di servizio che andava e veniva, in particolare giovani donne, cuoche, governanti, lavandaie, tutte destinate senza troppi complimenti ai pesanti corteggiamenti del padrone di casa, in qualche caso consumati e qualche volta no. Poco cambiava che la servetta di turno se ne andasse sbattendo la porta perché insofferente a quelle attenzioni non gradite, o che venisse cacciata via d’autorità perché, dopo averle corrisposte, si era allargata troppo nelle aspettative.

Finché non giunse quella decisa a fare veramente sul serio.

Mary Drewe Pratt
, assunta come bambinaia quando Constance e William erano appena in culla, li allevò di fatto come figli propri, degnando appena di qualche sguardo sprezzante la loro infelice madre naturale. Soppiantò gradualmente la sconfitta signora Kent nel governo della casa, nell’affetto della sua prole e nel talamo del suo uomo. Tanto accorta fu nel mantenere sul filo degli anni quei precari equilibri, che a pochi mesi dalla scomparsa della rivale, assurse immediatamente al rango di seconda sposa.

Non che tutti quei passi drammatici fossero serviti di lezione all’ottuso capofamiglia, sia mai.

Sostituita la prima moglie con la governante intraprendente, Samuel non tardò a confinarla di fatto in un deprimente ruolo prefabbricato, nevroticamente simile a quello della defunta: Mary mise al mondo altri sei figli nel giro di sette anni, uno morto in fasce, tutti gli altri caparbiamente atti alla vita.
Salvo imprevisti, almeno.

Francis Saville Kent, per l’appunto chiamato soltanto Saville da tutti, aveva meno di quattro anni quando si perse, suo malgrado, nel peggiore possibile di quegli imprevisti; un gorgo di incontenibile ferocia e di tradimento tormentato, che doloroso si fa strada nello sguardo remoto di William, e spacca come una lama la sua ansia di orizzonte.

Una lama di corallo tagliente in una nebbia di sangue e di sale, come quella che attende l’incauto che metta un piede in fallo tra gli scogli incrostati delle barriere oceaniche australiane.

III – continua
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