“Of his bones are coral made” – II

la prima parte è qui
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William Saville-Kent, quindi, occhi di orizzonte e ossa di corallo, ci nasconde qualcosa.

Tanto per cominciare, quel suo cognome doppio: non era quello anagrafico d’origine, il nostro se lo costruì a trent’anni per i fatti suoi, ma la circostanza non sconcertò nessuno. In un mondo in cui (un po’ perché antico , un po’ perché anglosassone) la carta di identità sarebbe stata vissuta come un oltraggio, e una firma bastava e avanzava come parola d’onore, non c’era nulla di strano nella scelta unilaterale di cambiare nome senza renderne conto a nessuno.

Il cognome originario della sua famiglia era Kent, soltanto quello: come usava ampiamente nelle famiglie anglofone, e in misura minore usa tuttora, quel "Saville" era un middle name artigianale, un appellativo qualsiasi che diventava un secondo nome di battesimo. A volte era un autentico nome personale, o un attributo storico di un personaggio che quel nome aveva portato: quanti ne abbiamo sempre avuti, anche noi, in lingua italiana, di "Giulio Cesare" che si fanno chiamare soltanto Giulio, o di "Francesco Saverio" che si presentano solo come Francesco? Per non parlare delle infinite "Maria Rosa", "Maria Vittoria" o "Maria Teresa" che ignorano completamente il primo nome troppo banale, e usano il secondo. Ma dire che il middle name anglosassone sia proprio la stessa cosa di un secondo nome all’italiana, non rende giustizia a tale tradizione. Come middle name può essere imposta qualsiasi cosa, un vero e proprio secondo nome consueto, sì, ma anche un cognome, un nome geografico, una città, un vezzeggiativo stucchevole, un sostantivo comune. Piuttosto frequente è sempre stato, e lo è ancora, l’uso di approfittare del middle name per ravvivare un cognome trascorso di famiglia: quello di una madre, di una nonna, di un ramo genealogico imparentato per via femminile che altrimenti sarebbe andato perduto.

Quel Saville, a quanto pare, giungeva proprio per quelle vie, essendo stato il cognome da ragazza della nonna paterna di William. Destinato a rimanere una pura formalità, celato con noncuranza dietro un’iniziale puntata, riemerge invece con forza dopo qualche decennio, prima disgiunto e poi con un trattino esplicito. La prima volta che William lo dichiara in tal modo, incorporandolo con decisione al suo cognome, è in un atto di matrimonio: viene da pensare che, a disagio per averlo rimosso per tutti quegli anni, abbia sentito il bisogno di perpetuarlo, in vista di una discendenza definitiva. Disseppellirlo, tirarlo fuori dall’imbarazzo, sbatterlo in faccia al mondo e soprattutto a se stesso, risarcirlo di tutto quel silenzio.

William, nato nel 1845 da Samuel Kent e dalla sua prima moglie Mary Ann Windus, era stato l’ultimo nato della loro vasta e luttuosa famiglia. Di tutti i dieci figli, giunti in sequenza frenetica senza mai un anno scarso di pausa, la metà erano morti nel giro di pochi mesi dalla nascita, e un altro, imbarcatosi con la Compagnia delle Indie Occidentali, era stato portato via da una malattia tropicale a poco più di vent’anni. Poco prima che morisse anche la madre, disfatta dall’invalidità e dalla depressione e ridotta per anni a una reclusione allucinata nella sua stanza da letto, i ragazzi erano rimasti in quattro, i due primi e i due ultimi: di fatto, due paia inscindibili, due diadi dal legame coriaceo che a malapena si sfioravano tra loro, e ancor meno consideravano il resto del mondo.

Due femmine erano le maggiori, ritrose, riservatissime, quasi coetanee, quasi gemelle, una vita intera in simbiosi assoluta.

Di sesso diverso i due più giovani, William appunto, e la sua metà oscura: la caparbia, ribelle, impenetrabile Constance.

II – continua
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