“Of his bones are coral made” – I

"Of his bones are coral made;
Those are pearls that were his eyes,
Nothing of him that doth fade
But doth suffer a sea-change,
Into something rich and strange."

-(W. Shakespeare, "The Tempest")
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Nel cimitero della chiesa anglicana di Ognissanti (si traduce così, All Saints Church, o corre il rischio di sembrare troppo cattolico?) di Milford-on-Sea, paesone di cinquemila abitanti sulla Manica, che guarda dritto i faraglioni gessosi dell’Isola di Wight, c’è una tomba ricoperta di corallo. Secondo altre fonti, a onor del vero, non si tratterebbe proprio di corallo ma di una distesa di scheletri calcarei di spugne, il che, agli occhi del naturalista curioso, farebbe una bella differenza di phylum, se non altro; ma finché non se ne trova un’immagine chiara pubblicamente disponibile, il dubbio è destinato, almeno su questo blog, a rimanere irrisolto.

E’ la tomba di William Saville-Kent, pioniere ombroso della biologia marina. La sua discontinua carriera lo vide alternativamente in vesti di autore di dotte monografie sui protozoi infusori e direttore di allevamenti commerciali di pesce, di coordinatore scientifico di acquari monumentali e meticoloso produttore di perle coltivate. Il giovane William, negli anni Sessanta del 1800, fu uno dei prediletti e più promettenti allievi di Thomas Huxley, il mastino di Darwin. Visse quindi a lungo in Australia e in Tasmania, e tornò a spegnersi in patria nel 1908. Quello della decorazione a tema per la pietra tombale, qualche tempo dopo, fu un pensiero della moglie Mary Anne, sempre rimasta un saldo approdo per la sua vita, nonostante le ripetute separazioni, riavvicinamenti e silenzi.

Se scrutiamo una o due immagini fotografiche di William, le più note che sono giunte fino a noi, vediamo un serio e ardito gentiluomo vittoriano, probabilmente biondo scuro o rossiccio di capelli, anche se nel ritratto in bianco e nero la sfumatura non è evidente. Uno di quelli che l’Impero aveva disseminato per il mondo e che la Grande Guerra avrebbe spazzato via senza pietà. Uomini capaci di partecipare a scavi geologici in giacca e cravatta, e di vivere per anni ai margini della foresta o del deserto in una baracca di legno costruita con le proprie mani, stoccando con amore meticoloso decine di casse di reperti naturalistici. Ce ne fu qualcuno perfino tra gli italiani, nello stesso periodo, ma gli originali di produzione britannica restavano inarrivabili.

Più giovane di Charles Darwin di oltre trent’anni, non ci sono tracce evidenti che l’abbia conosciuto di persona: ai tempi in cui il ventenne William cominciava appena a orientarsi tra libri e microscopi, il decano degli evoluzionisti aveva già smesso quasi completamente di partecipare alla vita pubblica della comunità scientifica, lasciatosi affondare, nella discrezione della sua casa di campagna, nel suo mondo bonario di pigra ipocondria. Non vi è dubbio che Darwin, sempre attento anche in vecchiaia ai progressi del suo ambiente, avesse conosciuto anche i risultati degli studi di Saville-Kent, ma i loro contatti diretti a noi noti si limitano a poche lettere private cortesi e formali.

Quella sua foto più conosciuta, che lo ritrae in primo piano, ci conforta con una fresca impressione di trasparenza: la fronte è vasta e luminosa, gli occhi piccoli e probabilmente chiari sembrano tesi nello sforzo di puntare lontano, le labbra non si vedono in mezzo alla barba ma viene naturale immaginarvi un sorriso saggio. Un puro, si fantasticherebbe, forse un timido, uno di quei dotti schivi che pensano solo alle delizie della loro scienza, e che non hanno fiato per le passioni violente, per le crudezze del mondo e le oscurità estreme.

Mai dare troppa fiducia alle apparenze, malgrado tutto: il destino di William Saville-Kent fu quello di portarsi addosso per tutta la vita, aggrovigliato in fondo ai nervi come un’alga simbiotica nel corallo, il peso di un segreto di sangue e di dolore tra i più sconvolgenti della sua epoca.

I – continua

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Questo post, e i suoi susseguenti che auspicabilmente arriveranno tra una correzione di compiti e una riordinata sommaria di giocattoli sparsi a terra, sarebbe inteso come piccolo contributo al calderone globale di memorie e curiosità darwiniane, ormai che il bicentenario incombe.
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