Il ladro più cialtrone dell’emisfero

(no, perché anche il continente è troppo poco.)

Supponete per un istante di imbattervi in un curioso gruppo familiare, composto di padre, madre, bambina di due anni tenuta in braccio, e perfino il nonno, tutti impegnatissimi a far saltare, con seghetti, martelli e tronchesi, la catena che tiene legata una bicicletta a un palo.

Cosa dice il razzista peloso giù in fondo? Che sarà sicuramente una famiglia di zingari? Nossignore, ritenti, sarà più fortunato.

Essere derubati di due biciclette nell’arco di un mese è singolare (si legga : è una bella botta di sfiga), ma può succedere.

Ritrovarne una su due è ancora più singolare (si legga: è una botta di fortuna piuttosto improbabile), ma anche questo può succedere.

L’eccessivo accanimento di sfortuna relativo alla prima evenienza si compensa scientificamente con il fatto che finora me ne avessero rubata soltanto un’altra in tutta la mia vita; e che quindi, per essere una che le usa assiduamente e che le tiene legate all’aperto, sono ancora molto sotto la media.

Ma la seconda circostanza si spiega solo in un modo: essermi imbattuta nel ladro più scalzacani che si possa immaginare. E infatti l’ho beccato con le mani sulla bicicletta scarsa e inutilizzabile, mica su quella buona. Ma meglio che niente.

Esisteva dunque una bicicletta-muletto, residuato improbabile di passaggi antichi, scomoda, sferragliante, bruttina, e inutilizzata da mesi. Soprattutto inutilizzata e quasi inutilizzabile, nel senso che i lunghi mesi di inerzia, di pioggia e di calore ne avevano velatamente deformato una ruota; e soprattutto bruttina, nel senso che era stata mascherata con improbabili guazzi leopardati su sfondo bianco e blu, dal proprietario precedente che aveva pensato in tal modo di renderla poco appetibile ai malintenzionati.

A un certo punto succede che in una bollente giornata estiva la legittima proprietaria, già affranta recentemente dalla scomparsa della bicicletta vera, fa un giro con prole al seguito, di ritorno dai giardini. E scopre casualmente che la bicicletta di riserva, quella talmente malconcia da non essere mai stata utilizzata come riserva, nemmeno in queste ultime settimane di vedovanza da quella seria, è regolarmente incatenata, sì… ma dal lato opposto della piazza, rispetto a dove era sempre stata.

Escluse dopo un rapido esame le possibilità di utilizzo familiare clandestino, di trasloco sonnambulico, di rapimento alieno o di effetto tunnel quantistico, si decide a chiedere consiglio al padre ingegnere pensionato e bricoleur.

“Non ti preoccupare, arrivo io con gli attrezzi.”

“Ma se ci beccano?”

“E se ci beccano, vorrei vedere che ci dicessero qualcosa! Uno non può, per esempio, essersi perso la chiave e voler recuperare la bicicletta propria?

“Vabbè, ma come fai a dimostrarlo?”

“Lo devono dimostrare loro, che razza di scettica sei?”

Va bene, tutto giusto, ma si tratta sempre di un lavoro poco ortodosso, in pieno giorno, in una piazza frequentata del quasi-centro cittadino. Piena di turisti e di sfaccendati di stagione, oltretutto.

E’ per quello che si decide di andare tutti. Un uomo da solo avrebbe risvegliato l’indignazione collettiva dell’agorà. Un uomo che agisce e un altro che fa il palo, pure peggio. Il tocco femminile, infantile e di commovente famiglia intera, disarma chiunque; purché si abbiano regolari documenti italiani, almeno.

E così, coronati da un caldo tramonto di luglio, in una delle piazze più storiche dell’Oltrarno, un sessantacinquenne equipaggiato meglio di Eta Beta si affanna a segare una catena robusta, suo genero gli copre le spalle sfidando i passanti con aria minacciosa, e sua figlia assiste alla scena facendo la candida con la bambina in braccio, che a sua volta si sporge entusiasta chiedendo: “Il nonno che fa?

L’ovvio timore di fondo era quello di essere sorpresi dalle forze dell’ordine, ma nessuno si aspettava di essere sorpreso dai ladri.

E invece chi si avvicina, dopo dieci minuti buoni di seghetto, sono due coatti da manuale. Abbronzatura selvatica, tatuaggi, sigaro in bocca, marcato accento fuoriregione, voce gutturale. Non sembrano nemmeno tossici, manco questa attenuante gli si può ascrivere. Sono proprio fatti così di natura.

“Aho’. Aho’. Che fate? Grunt.”

“Ci riprendiamo la bicicletta che ci è stata rubata.”

“Ma che. Ahò. Krumpf. Questa è mia. Sgnurk. C’ho la chiave.”

“E se hai la chiave, tirala fuori e apri, simpaticone.”

“Ma ahò. Sqrgonf. E’ mia!”

Finora hanno parlato gli omi, ma a questo punto interviene la signora.

“Sta’ a sentire, amico: rubarsi la bicicletta più brutta, più scassata e più appariscente dell’intera piazza, quella che chiunque potrebbe riconoscere a distanza di chilometri, è già grave. Ma rubarla per poi legarla a cinquanta metri da dove la si è presa, è veramente da imbecilli, imbecilli, ma COSì IMBECILLI che non meritano nemmeno di essere denunciati, puniti o segnalati in alcun modo, perché la figuraccia basta e avanza.”

“…e avanza.” sottolinea la duenne.

Il primitivo sembra rendersi conto, di colpo, di essersi reso protagonista di un imperdonabile calo di dignità. Di fronte a una donna, innanzi tutto, ma poi di fronte all’amico, ancor più primitivo, che lo segue a ruota. Rischia di perderlo come seguace e peggio-di-lui, non si può mica. E allora che fa? Si arrende? Ma manco per idea, tenta un’arrampicata strepitosa, che quasi lo riscatta un po’.

“Ah, ma siiiiiìììì… allora ho capito! Ma no, aspetta, lascia perdere, il fatto è che l’avevano rubata anche a me, e che allora ne ho trovata una abbandonata, e l’ho presa…”

“Non era abbandonata, era legata. “

“E vabbè, ma io credevo… “ annaspa, rassegnandosi a liberare il maltolto. “…Non potevate venire a chiamarmi, invece di segare la catena?”

Resto ammirata di fronte a questa logica straordinaria.

Perché è vero, ci scommetto quello che si vuole, è vero che  NON lo dice in malafede.

Lui sembra davvero convinto che sarebbe stato naturale, per me, sapere chi era e dove andare a cercarlo.

Uno così, visto che pascola giorno e notte qui sotto senza un tubo da fare, sarebbe da assumere con una colletta popolare come guardiano collettivo delle biciclette della piazza. Con la prospettiva di una fracca di legnate comunitarie, ogniqualvolta ne lascia scomparire una.

Funzionerebbe alla grande.

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