Primavera

Visto che abbiamo marcato ufficialmente un nuovo equinozio (per la gente di poca fede, non è domani, ma c’è già stato oggi, intorno alle 6 del pomeriggio per l’Italia!), si cerca di uscire dal letargo.

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Quando la passione scientifica manca il bersaglio, nonostante tutto

Giusto per dire che ci sarebbe un altro bell’anniversario scientifico, ma che dubito di riuscire a scrivere un post esauriente proprio stasera. Quindi, ci si limita a marcare brutalmente il contatore, per poi esprimersi meglio nei prossimi giorni, appena si può.

A presto,

L.

 

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Cent’anni di matematica, come se niente fosse

La prossima volta che vi sentirete riproporre la stantia battuta secondo cui “chi sa fare fa, chi non sa fare insegna”, pensate a Emma Castelnuovo.

Nata nel 1913, figlia del celebre matematico Guido Castelnuovo, innovatore della geometria algebrica e della teoria della probabilità (e oggi noto soprattutto come eponimo di numerosi licei scientifici e dipartimenti universitari in tutta Italia), Emma seguì le orme paterne e si dedicò agli studi di matematica, coltivando una vaga idea iniziale di rimanere nell’ambito della ricerca accademica, come tanti giovani brillanti della sua epoca e di tante di quelle generazioni successive, da averne perso il conto.

Come primo impiego, nel frattempo, si accontentò di un contratto come assistente di biblioteca all’istituto di matematica dell’Università di Roma, mentre si dava da fare per prendersi tutte le possibili abilitazioni per insegnare nella scuola pubblica, perché non si sa mai.

Certo non avrebbe potuto prevedere che di lì a poco sarebbe stata esclusa da qualsiasi ruolo pubblico, sia nella scuola, sia nell’università, sia altrove, semplicemente perché di famiglia ebraica. Suo padre se la cavò perché era già in età di pensione, nonostante un imbarazzante anno di interregno ambiguo, ma per le leve più giovani le prospettive furono troncate a prescindere: non solo esclusi dalle funzioni pubbliche come lavoratori, ma anche espulsi dal sistema di educazione pubblico come studenti.

Emma e suo padre, in collaborazione con un manipolo di colleghi temerari, non si persero d’animo: raccolsero un gruppo di ragazzi volenterosi che tenevano molto a continuare gli studi anche in quel drammatico frangente, e organizzarono un centro autogestito di istruzione scientifica indipendente.

Ovviamente furono molteplici le comunità ebraiche locali che si attivarono per tenere in piedi corsi di istruzione di base, dalle classi elementari a qualche indirizzo di scuola superiore, ricongiungendo le potenzialità e la voglia di darsi da fare di insegnanti e di alunni espulsi dalle scuole di Stato per le stesse ragioni; ma l’esperimento romano di formazione specialistica a livello universitario, improvvisata in un contesto clandestino, resta un primato difficilmente eguagliabile nella storia successiva.

Gli organizzatori dei corsi, infatti, si attivarono per stabilire contatti con atenei stranieri, e in particolare con l’Istituto Tecnico Superiore di Freiburg, in Svizzera, facoltà politecnica che formava ingegneri, perché consentissero di sostenere esami a studenti non frequentanti, che si fossero preparati autonomamente altrove.

L’idea appassionata sottesa a tutta l’iniziativa, malgrado tutto, implicava la fiducia nel fatto che la triste circostanza sarebbe durata poco; e che quei giovani motivati, di lì a un anno o due, avrebbero potuto rientrare nel regolare sistema di studi italiano, vedendosi riconosciuti gli esami superati all’estero, senza perdere anni preziosi.

Anno più anno meno, ci avevano visto giusto. E gli anni accademici 1941-42 e 1942-43 rimasero un ricordo di emozione bruciante, per quei ragazzi che, insieme all’analisi matematica, alla fisica generale e alla scienza delle costruzioni, metabolizzarono per sempre un tocco di coscienza sociale di intensità poderosa.

Ma il dettaglio più mirabile è un altro: cosa successe, esattamente, a Emma, dopo il sofferto ritorno alla normalità?

Avrebbe potuto rientrare a lavorare all’Università. Ma no, non lo fece.

Avrebbe almeno potuto conquistarsi una cattedra inamovibile in un liceo prestigioso come ce n’erano ancora, ma non fece nemmeno quello.

Invece, scelse di passare tutto il resto della sua vita professionale attiva insegnando matematica alle medie inferiori, prospettiva che oggi viene scansata come la peste da chiunque abbia avuto la possibilità di lavorare in un ordine di scuola più elevato (me compresa, e non lo nascondo).

Emma Castelnuovo scelse di dedicarsi al segmento più debole e meno popolare dell’istruzione italiana, assumendosi come obiettivo generale quello di smitizzare il presunto carattere odioso della matematica, e di fare qualcosa per renderla più familiare e più amichevole possibile ai ragazzini giovanissimi.

A insegnare matematica a chi già ama la matematica, e che ha già scelto di andare in una scuola dove la matematica è privilegiata, non ci vuole niente.

Così deve aver ragionato Emma, settant’anni fa.

Provare a insegnarla a tutti, accatastati a caso, compresi quelli che la odiano, o che sono convintissimi di “non capirla“, o che si sono sempre sentiti martellare addosso il giudizio commiserevole di “non essere portati per la matematica“, è tutta un’altra sfida.

Chiunque può farsi un’idea del suo approccio, sfogliando i testi scolastici da lei scritti per classi di mezzo secolo fa, e ancora attualissimi. E chiunque può farsi un’idea della sua storia, personale, familiare e scientifica, scorrendo bibliografie come questa.

 Ah, incidentalmente, altrimenti non si capisce il perché di questo post: Emma Castelnuovo è ancora tra noi, oggi compie 100 anni.

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Categorie protette

Mi ha detto mia cuGGina di aver assistito alla seguente scena, sulla soglia di un ufficio di segreteria della scuola elementare di sua figlia.

Altre due donne in attesa del proprio turno per entrare nello stesso ufficio, chiacchieravano tra loro. La testimone oculare non è sicura di chi fossero, probabilmente madri di altri alunni, si spera che non siano maestre.

Una delle due signore, a quanto pare, deplorava il mancato rispetto del principio di uguaglianza in classe, e l’ingiusta disparità di trattamento che esisterebbe tra bambini di condizioni sociali diverse.

Un ingiustificabile privilegio concesso ai figli delle classi dominanti? No, tutt’altro.  Per farla breve, la lamentatrice affermava che a Mirko e a Kevin, della classe X, fosse concesso di non svolgere i compiti a casa senza nessuna sanzione o richiamo, a differenza di tutti gli altri compagni.

L’altra ha risposto, testualmente, che si tratta di alunni di etnia rom, e che esiste una legge italiana che stabilisce che i bambini rom possono essere esonerati dallo svolgimento dei compiti a casa.

Secondo l’informatissima signora, esisterebbe una normativa specifica per l’obbligo scolastico dei rom, che garantisce loro il diritto a un impegno ridotto, limitato al solo obbligo di seguire la lezione in classe, senza alcuna richiesta aggiuntiva. Anzi, continua scatenata affermando con sicurezza che, quando loro si assentano da scuola, non sono obbligati a portare giustificazioni, richieste invece a tutti gli altri.

Recuperate le mie braccia cadute ben sotto al livello delle scarpe, ricomincio a ragionare: che dite, provo a spargere la voce tra i miei studenti?

Nel giro di pochi giorni ci sarebbe la corsa frenetica a rivendicare il diritto alla certificazione di etnia, dimostrando di aver avuto almeno un nonno zingaro.

Diventerà uno status symbol ancora più solenne e rispettabile che aver avuto il nonno ebreo.

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Beppe Severgnini, le ore di religione e i decenni di ignoranza

Mi segnalano uno scambio surreale, purtroppo senza la possibilità di aggiungere commenti direttamente, che è apparso sulla rubrica “italians”, tenuta dal giornalista Beppe Severgnini sul sito del Corriere della Sera.

Il tema sociale sarebbe quello dell’ora di religione nei programmi della scuola pubblica.

Detta così, uno potrebbe pensare che sul Corriere, giornale di antica e fiera tradizione intellettuale indipendente, sia in corso un dibattito serio sulla laicità dello Stato e sull’opportunità o meno di conservare certi residuati di epoche tramontate.

Invece NO.

Lo scambio (anzi, l’incrocio casuale, visto che non è consentito di continuare la discussione, né alla prima interpellatrice, né a eventuali lettori successivi) consiste esclusivamente in una fiera di banalità, talmente macchiettistica da non sembrare neppure autentica.

La signora Elena Scimìa (e probabilmente il nome è autentico e le diamo atto dell’onestà di essersi firmata di persona), madre di una ragazzina dei primi anni del liceo, scrive a Severgnini dichiarandosi sconcertata per aver scoperto, con assoluta sorpresa, che alle scuole superiori esistono classi in cui l’ora di religione non la segue quasi nessuno, nonché delusa perché anche sua figlia vorrebbe rinunciarvi.

Ma non solo: ha addirittura scoperto che qualcuno sceglie di non avvalersi dell’insegnamento di religione cattolica “non per salda convinzione ideologica”, ma semplicemente perché non gli va. E questo, a quanto pare, la sconvolge, perché proprio non se lo aspettava, e non aveva idea che un tale fenomeno esistesse.

In pratica, la signora Elena è venuta a conoscenza solo adesso (meglio tardi che mai) che l’insegnamento di religione cattolica nelle scuole pubbliche, in moltissimi contesti, viene diffusamente vissuto come una pura e vuota formalità che non interessa a nessuno, nemmeno ai ragazzi credenti cattolici (che evidentemente avranno altre fonti più affidabili a cui rivolgersi, per consolidare la loro formazione spirituale).

Le argomentazioni di questa madre (che, avendo una figlia sui 14-15 anni, presumiamo essere nata tra il 1960 e il 1975, a tenersi statisticamente larghi) sono oggettivamente disarmanti per qualsiasi italiano appartenga alla sua generazione, me compresa.

Voglio dire, è mai possibile che un italiano di 40 o 50 anni non sappia che intorno alla metà degli anni Ottanta (ossia, più o meno, quando andava a scuola personalmente), è stata stilata una storica riforma del Concordato tra Stato e Chiesa, che oltre ad abolire completamente il concetto di Religione di Stato ha incluso anche una revisione totale dell’insegnamento di religione nelle scuole pubbliche? Che non sappia che l’insegnamento di tale disciplina non è più obbligatorio da quasi 30 anni, e che da allora è garantita la libera scelta di avvalersene o no, senza doversi giustificare con nessuno del perché, e senza dover dimostrare che ci siano gravi motivi di coscienza?

Ma soprattutto, è mai possibile che la signora, madre di una ragazza ormai adolescente, sia dovuta arrivare all’iscrizione della figlia al liceo, per accorgersene? Per tutta la durata della scuola materna, elementare e media, ossia per più di 10 anni, non se n’era mai accorta prima, che l’insegnamento di religione fosse facoltativo, e che all’iscrizione venisse fatto firmare un modulo in cui si dichiara liberamente l’intenzione di avvalersene o no, ed eventualmente si richiede un’attività didattica alternativa? Nelle classi precedentemente frequentate da sua figlia, non c’era mai stato nessuno che non fosse iscritto al corso di religione, o che si fosse dichiarato indeciso se seguirlo o meno?

Tra le varie assurdità che la lettrice enuncia, vi sarebbe anche la bufala secondo cui l’ora di religione non consisterebbe in un messaggio dottrinale e ideologicamente schierato, bensì in un insegnamento puramente accademico, neutrale ed equidistante, sulla “storia di tutte le religioni”, e che costituirebbe un arricchimento culturale per tutti, acnche per chi non è credente.

Balle, santa pazienza… balle, straballe, enormi balle, stragrandissime balle!

Quel corso si chiama formalmente Insegnamento della Religione Cattolica (in gergo, IRC). Non “storia delle religioni” o “curiosità sulle religioni” o “incoraggiamento ai buoni sentimenti” o “chiacchiere del più e del meno per socializzare”. Si chiama Insegnamento della Religione Cattolica , è tenuto da persone scelte, abilitate e selezionate dalle Curie cattoliche (ma pagate dallo Stato), e segue programmi improntati alla dottrina cattolica. Se poi qualche singolo insegnante, per evitare che le iscrizioni crollino a zero, si adegua a non svolgere il programma previsto ma a fare intrattenimento e animazione casuale, vuol dire che non fa il lavoro per cui è pagato, e che approfitta indebitamente di un ruolo che non gli spetterebbe.

Probabilmente, questo, la signora Elena non lo sa.

Ma se qualche attenuante si può concedere a una qualsiasi madre di famiglia, di cui non abbiamo idea di che lavoro faccia o di che formazione culturale abbia avuto

…non c’è scusante per un giornalista professionista, nato negli anni Cinquanta e specializzato in digressioni multiculturali e internazionali, che si compiace di sbraciolarsi in un tale imbarazzante capolavoro di provincialismo e di approssimatività.

Nella risposta alla lettrice, infatti, il nostro riesce a inanellare in poche righe le seguenti enormità:

- ai bei tempi andati (cioè, quando era studente lui), l’ora di religione era culturalmente utile perché in essa si parlava prevalentemente di sesso(e allora perché farla tenere da un insegnante di religione cattolica, o addirittura da un prete, e non da un insegnante di biologia, o da un medico, o da un operatore di consultorio?);

- “se lui fosse il ministro” la renderebbe obbligatoria oppure la abolirebbe del tutto (ma davvero un professionista dell’informazione non sa che per cambiare lo status dell’IRC ci vorrebbe una riforma radicale del concordato tra Stato e Chiesa, e non basterebbe affatto l’ordinanza di un ministro?)

- offrire la “scappatoia dell’esenzione” non è serio (e davvero un professionista dell’informazione non sa che da circa 30 anni non esiste più alcuna “esenzione”, ma esiste la scelta libera di non avvalersi, e il diritto a richiedere un’attività alternativa di pari dignità?)

- ma soprattutto: secondo Beppe Severgnini, i ragazzi avrebbero bisogno assoluto di seguire il corso di religione, perché altrimenti non verrebbero mai a conoscere certe contraddizioni irrisolte della civiltà umana, come ad esempio “l’orrore dei campi di sterminio e delle deportazioni”, e non avranno mai occasione di visitare i binari ferroviari da cui partirono i prigionieri destinati ai lager degli anni Quaranta.

Francamente, è la prima volta in assoluto che sento inventare una fantasia del genere (e ho il fortissimo dubbio che sia stata improvvisata sul momento, solo perché in questi giorni si parla diffusamente di memorie naziste, e tutto fa brodo).

Chissà perché, pensavo che tale compito, semmai, spettasse a dei normali insegnanti di storia o di scienze sociali, abilitati e assunti secondo  procedure pubbliche, e non a raccomandati delle Curie vescovili al di fuori di qualsiasi controllo istituzionale.

Per cui, il dubbio resta:

- Severgnini ci marcia, perché pensa davvero che il problema non sia importante, ma sia solo un’occasione come un’altra per fare una chiacchierata salottiera?

- oppure è davvero ignorante come una zappa e pontifica su argomenti che non conosce, ed è proprio per questo che si sente istintivamente solidale con gli insegnanti di religione? Ossia, perché, tutto sommato, pensa che i loro mestieri siano affini, e che consistano nell’improvvisare qualsiasi discussione a caso, pur di intrattenere piacevolmente l’interlocutore e convincerlo a restare nei paraggi?

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Classe di ferro 1913

È morto Erich Priebke.

E nello stesso giorno (o forse il giorno prima, non sono sicura, comunque l’hanno sepolto oggi), è morto anche Remigio, che aveva la sua stessa età.

Aveva compiuto 100 anni a febbraio, ed era rimasto lucido quasi fino alla fine.

Qua non si può dire che fosse biologicamente un parente, ma era come se lo fosse, essendo stato un grande amico della famiglia dei nonni e bisnonni, in tempi non sospetti.

Ultimamente era debole, ma fino a pochi anni fa era stato un gran chiacchierone e il depositario di una memoria prodigiosa: era noto per ricordarsi un repertorio impressionante di stornelli e canti popolari della sua zona (che ovviamente, adesso c’è da mordersi le dita per non aver registrato), nonché di polemici e incazzosi ricordi di guerra, che invece tanti altri suoi coetanei avevano preferito rimuovere.

Non si era mai dato pace, ad esempio, per le porcherie contro i civili che aveva visto compiere dai suoi stessi compagni (italiani brava gente) in Etiopia, e le aveva sempre raccontate e deprecate.

Classe di ferro 1913 (*) , non c’è solo la vergogna.

(*) peraltro, Emma Castelnuovo e Giuseppe Aldo Rossi sono ancora tra noi.

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Attenti al lupo (quello di san Francesco)!

Come i media hanno copiosamente provveduto a informarci, oggi papa Francesco ha messo a segno un altro dei suoi colpi di immagine, visitando con gran bagno di folla la storica cittadina di Assisi, in occasione della ricorrenza del santo di cui ha eloquentemente preso il nome.

Un gruppo di militanti laici (alcuni soci dell’UAAR, più i membri di un’associazione locale che si batte per la laicità delle istituzioni) aveva chiesto il permesso per costituire un presidio lungo il percorso del raduno, con l’unico scopo di distribuire un volantino critico contro privilegi e ingerenze della chiesa nella vita politica e civile dello stato.

Peraltro la bozza del volantino è visibile in rete, e non sembra affatto un testo goliardico ideato al fine di offendere la fede o prendere in giro il papa.

Era un volantino dai toni assolutamente seri, con riferimenti a spese di soldi pubblici per agevolare la chiesa, e a storture istituzionali e legislative di impronta  clericale.

Di sicuro non conteneva bestemmie, insulti o volgarità.

Il presidio però non c’è stato, in quanto il permesso è stato negato dalla questura, con la seguente curiosa motivazione:

siccome i soggetti che avrebbero effettuato il volantinaggio si sarebbero trovati a manifestare una voce dissenziente in un contesto esplicitamente schierato, allora sarebbe stato meglio impedirglielo per il loro bene, perché le forze dell’ordine, per insufficienza di risorse e di personale, non avrebbero potuto garantire la loro incolumità.

Sì, avete letto bene, non è uno scherzo anticlericale: la polizia italiana ritiene che, in occasione di un grande raduno a sfondo religioso, ai miscredenti, per il loro bene, deve essere impedito di esprimere il proprio punto di vista, perché altrimenti i cattolici li potrebbero picchiare.

E oltretutto, tale infamante sospetto non ricadeva su un gruppo di cattolici “in generale”, ma addirittura sui devoti di san Francesco, il santo non-violento e pacifico per eccellenza, quello che ammansiva anche i lupi.

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Fenomenologia dell’Anticipatario

La pimpante signora ha tre figli, due alle elementari, e uno di 13 anni. Adesso, poco prima dell’ora di scuola, confida di aver tirato un po’ il fiato con le corse all’accompagnamento mattutino, perché il primogenito finalmente prende l’autobus da solo.

Segue sorriso fiero da mamma commossa: “Sai, ha appena iniziato il liceo!”

Io nicchio appena: “Di già? Avevo capito che fosse ancora alle medie!”

Interlocutrice, sempre più sfavillante: “No, no, è andato un anno avanti! TUTTI E TRE i miei figli sono andati un anno avanti!!!!!

Comincio a capire l’antifona. Il messaggio non è l’anticipo in sé, è l’importanza data alla cosa, considerata evidentemente un atto di distinzione di cui vantarsi con tutto l’universo mondo, compresa una conoscente recentissima e incidentale. Tutti e tre i figli anticipatari a scuola, pensate un po’ che famiglia di cervelloni brillanti! Non ho voglia di polemizzare, ma a precisare che a impressionarmi ci vuole ben altro, un po’ ci tengo.

Per cui, la butto là in maniera vaga, dicendo che “No, invece in casa mia l’idea non è mai stata contemplata”.

“Eh, sì, lo so che c’è qualcuno che è contrario… ma sai, se un bambino è veramente precoce e maturo, lo si vede subito se è pronto o no!”

Ah.” prendo atto. “E i tuoi sono stati tutti e tre tanto precoci?”

“Ma sì… avevano tutti e tre imparato a leggere e scrivere prima dei cinque anni! A rimanere un anno in più alla scuola materna, si sarebbero sicuramente annoiati!

Mi verrebbe da ribattere “dilettanti!” ma soprassiedo. “Ma che strano… la mia leggeva e scriveva anche a quattro, ma alla materna non si è mai annoiata!”

“E tu l’anticipo non gliel’hai fatto fare? Che peccato, se era davvero così precoce!”

Provo a buttarla in battuta, ma non troppo: “Non gliel’ho fatto fare perché mi è bastato essere stata mandata un anno avanti io, come andava di moda negli anni settanta. E oltretutto ero nata a settembre…”

“Ah, ma guarda che coincidenza… anche la mia seconda figlia è nata a settembre, ma l’ho mandata un anno avanti lo stesso! Pensa che ha cominciato la prima quando aveva compiuto cinque anni da pochi giorni!

Non c’è verso, il compiacimento è inossidabile. A questo punto, un minimo di osservazione critica, più educatamente possibile, la faccio:

“Guarda che ciò che volevo intendere è che io, all’epoca, non l’ho affatto vissuta bene… soprattutto dopo, in adolescenza!”

Occhioni stellanti e interrogativi: “Ma no, dai, speriamo di no, se adesso è contenta, perché mai dovrebbe trovarsi male dopo tanti anni?”

Spiego pazientemente: “Non hai mai pensato che, ad esempio, per una ragazzina in crescita, avere 12 anni in una classe in cui quasi tutti ne hanno 13 e qualcuno ne ha quasi 14, possa essere duro dal punto di vista emotivo?

“Ah, bè, certo, quello sì… ma io parlavo solo di risultati scolastici! Be’, è vero, hai ragione, da un punto di vista emotivo le difficoltà potrebbero esserci…”

Potrebbero esserci, ma questa previdentissima e scrupolosissima mamma, tanto attenta all’educazione dei suoi rampolli, le aveva liquidate in un attimo. Anzi, mi viene il dubbio serio che in tutti questi anni non le avesse proprio mai ipotizzate, che gliele abbia fatte venire in mente io, per la prima volta, stamattina.

Per evitare di trascendere, ripiego sul dettaglio tecnico: “Ma poi, scusa, come hai fatto a farle fare l’anticipo se è nata a settembre? Non c’è un limite di legge fino ad aprile?”

“L’ha potuto fare perché è andata in una scuola privata! Ovviamente tutti i miei figli sono sempre andati in scuole private!”

Ah, ovvio. Adesso si spiega. Si spiegano la mamma, i figli, e tante altre cose.

“Ma adesso il grande alle superiori dove va?

“Continua ad andare nella stessa scuola di prima, dai Padri Gallinacci (*), hanno anche il liceo… solo che, appunto, prima lo accompagnavamo noi, adesso ci va da solo! Tanto è un ambiente che già conosceva bene!”

Improvvisamente alla signora squilla il cellulare.
Risponde, e la vedo sbiancare di colpo, come all’impatto con una notizia drammatica.

Capisco confusamente che sta parlando con la propria madre, e colgo una serie di gridolini sgomenti: “Ma dove? Come? Che è successo? Calmati, per carità, calmati! Devo venire io? Ma come sta?”, e io mi allontano imbarazzata.

Quando riattacca con un sospirone, notato che è ora di darmi una mossa per arrivare al lavoro, la saluto chiedendole se sta bene, e auspicando che non sia successo nulla di serio.

“Ma no, per fortuna, niente di grave! E’ quello sbadatone di mio figlio che non è riuscito ad arrivare a scuola perché ha preso l’autobus nel verso sbagliato e si è perso… poi era troppo in imbarazzo per dirlo direttamente a me, e allora ha chiamato la nonna!”

Come volevasi dimostrare, l’Anticipatario medio è quel caratteristico figliolo eccezionalmente precoce, eccezionalmente maturo, eccezionalmente autonomo, che finalmente può recarsi da solo in un luogo che già conosceva bene, e che è tanto più avanti dei suoi coetanei da dover stare per forza con quelli di almeno un anno in più, altrimenti si annoia.

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(*) ovviamente, il nome dell’ordine religioso è stato sostituito con un termine di fantasia. Tutto il resto esiste realmente.

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Allarme INVALSI: gli stranieri abbassano la media!

Veniamo a sapere, tramite il blog del Gruppo di Firenze, della pubblicazione di un saggio accademico che discute i risultati dei test INVALSI nelle scuole elementari italiane, in funzione della percentuale di alunni stranieri inseriti nelle varie classi.

Lo studio è firmato dall’economista dell’Università di Bologna Andrea Ichino (allievo di Mario Monti e fratello di Pietro Ichino, giuslavorista storicamente in forza al PD, e successivamente distaccatosene perché non riusciva ad accettare il mancato trionfo di Matteo Renzi alle primarie) e da altri due collaboratori, ed è stato riassunto dallo stesso Ichino in un articolo generalista sul Corriere della Sera.

In pratica, i nostri ricercatori sarebbero preoccupati per il fatto che mediamente, nelle classi con maggior presenza di bambini stranieri, i risultati generali sarebbero più scarsi. Non è chiaro se gli stranieri si limitino ad abbassare la media della classe, semplicemente contribuendo con i propri personali esiti negativi, o se addirittura abbiano il potere inquietante di trascinare verso il basso anche i risultati degli altri, come sembra insinuare il titolista del Corriere (che sarà sicuramente persona diversa dall’autore dell’articolo, di questo siamo coscienti).

Tale abbassamento di livello tenderebbe ad affievolirsi e a scomparire con il progredire dell’età dei ragazzi, segno che “l’integrazione è possibile, però ha bisogno di tempo”. Una tale azzardata conclusione, finita nelle mani sbagliate, potrebbe facilmente trasformarsi nell’ennesimo appiglio per l’invocazione delle classi differenziali, del tetto massimo di stranieri per classe, o di altre amenità demagogiche, in nome del diritto dei figli nostri di fare una bella figura alle prove INVALSI.

Ammetto di non aver letto le 42 pagine dello studio integrale (ma me le sono scaricate e prima o poi le leggerò, perché la cosa mi interessa), ma da insegnante, e da madre di figli frequentanti classi felicemente multietniche senza alcun problema di integrazione, un paio di commenti preliminari posso anche azzardarli.

Primo: per quale motivo due economisti, in collaborazione con un terzo autore che non risulta afferente ad alcun istituto accademico ma inquadrato come funzionario della Banca d’Italia, scrivono un saggio sugli effetti dell’immigrazione sui risultati delle prove INVALSI nella scuola italiana? Non sociologi, non demografi, non pedagogisti, ma appunto economisti, due accademici e uno bancario. Perché i professionisti di tale categoria si preoccupano tanto degli esiti dei test INVALSI, che di economico o di commerciale non dovrebbero avere niente?

Secondo: le conclusioni, riportate così come appaiono nelle dichiarazioni riassuntive dello stesso autore, mi sembrano per ora riconducibili a una beata scoperta dell’acqua calda.

La maggior parte degli immigrati di oggi (pur con grosse differenze tra un paese di provenienza e l’altro), arriva comunque da classi sociali svantaggiate e da ambienti familiari molto semplici sul piano culturale. O almeno, la distribuzione di tali caratteristiche tra i bambini immigrati non è la stessa della media degli italiani. Tale divario, ovviamente, si evidenzia ancora di più nelle regioni d’Italia a più alto tasso di scolarizzazione, e a più alto tasso di delega” agli stranieri dei lavori più umili e meno qualificati.

E siccome è risaputo che a condizionare l’esito di quei test – specialmente alle scuole primarie – sono soprattutto l’ambientazione sociale di partenza del ragazzino, la sua familiarità con lo studio  strutturato e il livello culturale dei genitori, non vi è  nulla di sorprendente nel fatto che “gli stranieri abbassino la media”.

Il fatto è che non la abbassano perché sono stranieri, ma piuttosto perché mediamente provengono da famiglie meno scolarizzate, tutto lì.

E comunque, visto che il senso di quei test, a quanto ci hanno sempre raccontato, non dovrebbe essere quello di premiare chi è bravo e punire chi è somaro (e nemmeno di dare soddisfazione personale all’insegnante con la classina buona che riesce in tutto), ma dovrebbe essere quello di tracciare una rappresentazione dello stato di insieme della scuola italiana, così come si configura realmente

…se anche fosse vero che esistono categorie di alunni (stranieri o qualcos’altro) che “abbassano la media” più di altri, l’unica risposta sensata sarebbe: e allora?

Vuol dire che lo spaccato statistico generale della realtà scolastica italiana, che piaccia o no, comprende anche quelli e deve tenere conto anche di quelli.

Mi sembra una mistificazione bella e buona il pensare che il problema stia nell’abbassamento della media in sé, e che quindi le classi ci farebbero una più bella figura se solo non ci fossero questi soggetti anomali, estranei, che “non si sono ancora integrati”.

Che piaccia o no, quei ragazzini sono parte integrante della scuola italiana, esattamente come i figli nostri, e non possono essere trattati come una categoria a parte che “distorce la media” di quella che invece dovrebbe essere la statistica della scuola “normale”.

Semplicemente, sono normalissimi anche loro, e anche loro fanno parte della media, come tutti.

Facciamocene una ragione.

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La Rivoluzione d’Ottobre della scuola di centrodestra

Orizzontescuola, insieme ad altri siti di informazione, ci fa sapere che i deputati Faenzi e Rossi del PDL hanno presentato una proposta di legge per riportare l’inizio dell’anno scolastico al primo ottobre.

Tale modifica, le cui motivazioni  integralmente si possono leggere qui,  secondo i firmatari sarebbe provvidenziale sia per la scuola (che in tal modo avrebbe più tempo per svolgere gli esami di recupero e preparare adeguatamente la programmazione del nuovo anno scolastico), sia per il mondo del turismo, che ne riceverebbe una benefica boccata di risorse supplementari.

In un maldestro tentativo di imitazione del più maldestro stile social-premuroso-istituzionale di sinistra, osano perfino elencare la motivazione scolastica per prima, illudendosi di apparire credibili.

Intanto, milioni di genitori allarmati si preoccupano di come farebbero a gestire i tempi di inattività scolastica dei figli (traduzione spicciola: “e a me chi me lo tiene il pupo quando  devo andare a lavorare?”) se le loro lunghe vacanze estive dovessero durare anche qualche settimana in più.

La prima reazione è di sollievo: almeno questi sono di destra. Così, almeno, non salteranno su i soliti imbufaliti a tuonare che è l’ennesima intollerabile prevaricazione della lobby degli insegnanti fannulloni statalisti e sindacalizzati che già c’hanno tre mesi di ferie e adesso pretendono di lavorare ancora meno.

Comunque, state tranquilli: non è nuova. Ogni due o tre anni c’è qualcuno che ci prova, riceve un po’ di pernacchie, e la cosa finisce lì.

Ma attenzione: non è che ci prova a realizzare davvero il progetto; ci prova solo a presentare una proposta sulla carta, e a fare in modo che venga pubblicizzata dai media, ben sapendo che non supererà mai alcun esame preliminare in Commissione, e che quindi in Parlamento non verrà nemmeno mai discussa.

L’unico motivo per cui ogni tanto qualcuno vi ritorna su è molto semplice: è una vecchia fissazione delle categorie commerciali legate al turismo e all’intrattenimento, albergatori, ristoratori, agenzie di viaggi, parchi di divertimenti e locali notturni, che in tal modo spererebbero di prolungare gli incassi, o di raccogliere più clientela tra chi non può permettersi di muoversi in alta stagione.

Ogni tanto, qualche singolo rappresentante della categoria, che conosce personalmente un parlamentare legato al proprio territorio, gli chiede di provare a presentare l’ennesima versione della proposta. L’onorevole, anche se sa che non passerà mai, e anche se magari non è nemmeno personalmente d’accordo, lo accontenta, perché tanto a lui non costa niente, e anzi ci guadagna una citazione in più sui giornali e in televisione, che fa sempre brodo.

Normalmente si tratta di deputati eletti in distretti del Sud (dove il settore economico del turismo è importante, e dove la cosa potrebbe anche sembrare più plausibile, perché in effetti il caldo dell’estate dura di più).

Stavolta l’unica novità è che almeno una dei due è toscana.

E di dov’è, esattamente?

E’ stata sindaco di Castiglione della Pescaia, amena località maremmana che vive di turismo.

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La rivincita del Coniglio di Classe

Si narra che in un certo istituto di istruzione superiore, in cui si stanno svolgendo in questi giorni le verifiche di recupero per gli studenti con giudizio sospeso (quelli che una volta si chiamavano “esami di riparazione”, per capirci), sia comparsa la seguente pagina di verbale prestampato.

Se la risoluzione è troppo scarsa, proviamo a evidenziare il particolare:

Di per sé, l’involontaria battuta non sarebbe poi così originale: non solo ne saranno già stati pubblicati a centinaia, di quesiti enigmistici basati su questo banale scarto di consonante… ma è anche scontato che qualsiasi insegnante italiano, nel corso della sua carriera, si sia ritrovato a formularla spesso, almeno sottovoce.

Però è davvero la prima volta che ci capita realmente di veder materializzare il celebre animaletto, proprio lui, in persona, su un documento scritto.

Non è carino?

Sembra di vederlo, prima timido e cauto, poi gioiosamente saltellante, al centro del tavolo ingombro di registri e verbali, mentre si svolge la riunione.

Di per sé, la spiegazione è semplice: qualcuno ha fatto un banale errore di battitura, e il correttore ortografico non è intervenuto perché comunque la parola esiste.

Ma a questo punto, le libere associazioni simboliche sono aperte:

- è il roditore stesso (anzi, tecnicamente è un lagomorfo) che delibera i voti come un oracolo, dando indicazioni per mezzo di mossettine graziose delle  orecchie?

- oppure, in alternativa, le sfilze di voti appaiono in forma di ghirlanda decorativa inanellata  completamente a caso, che esce dal cappello di un prestigiatore?

- ma se qualcuno di voi ha mai assistito a certe sessioni di scrutinio imbarazzanti, in cui i 3 e i 4 vengono portati a 6 perché il consesso degli insegnanti, in massa, ha troppa fifa della prospettiva di un ricorso per decidersi a bocciare davvero, un’interpretazione più maliziosa la tirerà fuori di sicuro.

Buona ripresa di anno scolastico!

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Lettera affettuosa a una giovane femminista romantica da parte di una razionalista di mezza età

Cara Caroline Criado-Perez,

ho circa 15 anni più di te, e ho un blog anch’io, anche se con meno pretese.

Ti conosco mediaticamente come “quella che ha fatto sostituire Charles Darwin con Jane Austen” sulle banconote inglesi, e che si è beccata una serie di minacce e insulti telematici per questo. Addirittura, pare che una persona sia stata arrestata e denunciata penalmente  per tali inconsulte reazioni.

Devo ammettere che la dinamica completa della vicenda non mi è perfettamente chiara.

Innanzi tutto, data la stagione, il tutto è capitato in un un momento in cui mi sono permessa un paio di settimane di vacanza, e non ho avuto l’opportunità di accedere a internet tutti i giorni. Per cui, sono venuta a conoscenza dei vari episodi  tutti insieme, senza potermi fare un’idea chiara della sequenza temporale. Immagino anche che questo concetto, per te, possa essere ostico da capire, essendo cresciuta e maturata in un contesto in cui è inconcepibile stare scollegati dalla rete per più di un’ora alla volta, e in cui chiunque, ovunque vada, ha sempre con sé una saldissima scorta di dispositivi portatili, che gli assicurano connessione illimitata 24 ore su 24.

Forse arriverà il giorno in cui anche tu la apprezzerai, la libertà occasionale di essere socialmente irreperibile per qualche giorno, ma il punto non è questo .

E dunque, andrò al punto più crudo: ma con tutta la tua indubbia preparazione, e il tuo aggiornato colpo d’occhio sulla realtà culturale del mondo che ti circonda, proprio non ti era venuto in mente che esultare pubblicamente alla rimozione di una diffusissima effigie di Charles Darwin e alla sua sostituzione con quella di una letterata sentimentale (e per di più, vantarsi di essere stata l’artefice attiva di quella sostituzione) avrebbe inevitabilmente sollevato una bufera che la metà basta?

Ma torniamo ai due protagonisti storici della controversia.

Tu avrai probabilmente avrai pensato che sostituire l’icona di un maschio (e per di più anziano e con la barba bianca, oltre che scienziato e razionalista), con quella di una femmina (e per di più elegante e graziosa nei suoi merletti frou-frou, oltre che sensibile artista) avrebbe rappresentato automaticamente, dal punto di vista culturale e politico, una vittoria femminile; e avrai pensato che qualsiasi donna, per il solo fatto di essere donna, non avrebbe potuto che plaudire con sollievo e identificazione a questa trovata.

Peraltro, la notizia può essere sembrata molto più nevralgicamente simbolica di quanto non fosse in realtà: a quanto risulta da fonti generiche, come wikipedia, mi pare di aver capito che l’avvicendamento dei ritratti sulle banconote britanniche sia un fatto abbastanza comune, e che sia normale che qualcuna di queste figure sia sostituita, in media, ogni decina d’anni.

Per cui, ti giuro, in questo contesto non è un problema che Charles Darwin se ne vada perché ha completato il suo turno, come anni fa Michael Faraday è stato sostituito da un musicista, dopo aver a sua volta rimpiazzato nientemeno che William Shakespeare.

E in effetti è vero che, nel complesso, le donne siano state poche. A parte regine e principesse, le poche che hanno avuto spazio sui famigerati biglietti appartengono solo al mondo dell’attivismo umanitario: è vero che non ci sono donne di scienza (o meglio, ce n’è una, Florence Nightingale, che, oltre ad aver formalizzato le basi scientifiche delle moderne professioni paramediche, fu anche una notevole esperta di matematica applicata e di statistica, ma questo non lo sa quasi nessuno, ed è molto più edificante celebrarla come instancabile angelo della lampada o volontaria di carità), ma nemmeno le artiste o le letterate sono rappresentate meglio.

Da questo punto di vista, siamo d’accordo: qualche donna in più ci starebbe bene.

Ciononostante, a me come a tanti altri, uomini o donne indifferentemente, la tua brillante trovata non ha risvegliato alcun senso di soddisfazione.

Perché col cavolo che è stata presentata pubblicamente come una valorizzazione dell’ingegno femminile, in generale, contro la dittatura culturale governata esclusivamente da maschi.

Al contrario, è stata percepita come un “togliamoci finalmente dai piedi questo noioso vecchio patriarca pieno di pretese spocchiose, e rivalutiamo la bellezza e la simpatia di chi scriveva storie d’amore fregandosene delle certezze della scienza”.

E a questo punto, dall’alto dei circa quindici anni che ho più di te, devo ammettere un’evidenza assolutamente politically incorrect: ovvero, che la letteratura di Jane Austen, almeno quella che mi è finita per le mani durante l’adolescenza, come a moltissime ragazze di tutto il mondo, l’ho sempre trovata di una noia mortale.

Ammetto anche di averla letta quasi esclusivamente in traduzione, e immagino che nella traduzione (e specialmente nelle provincialissime traduzioni italiane di trent’anni fa) possa essersi persa una componente notevole del valore letterario dell’opera.

Ma se ci si astiene dall’analisi stilistica e lessicale, e ci si limita  alla valutazione delle trame, delle ambientazioni, e della psicologia dei personaggi, i dubbi si dissipano immediatamente: oggi come oggi, non metterei mai in mano a mia figlia un  polpettone del genere, almeno finché non sarà agli ultimi anni delle superiori e sarà  tenuta a conoscerli per ragioni scolastiche (dopo essersi fatta una sufficiente cultura generale sull’evoluzione storica delle società e sui contesti in cui certe storie si situavano).

Ma siamo obiettivi, giovane Caroline: che cosa ci sarebbe di innovativo e di rivoluzionario nelle trame della Austen, se non il fatto in sé che la loro ideatrice sia una donna? Al massimo, si può apprezzare che alcune delle sue protagoniste siano donne intelligenti e spiritose, questo sì, ma a riconoscere questo  valore c’era arrivato anche Boccaccio cinquecento anni prima, dandosi molte meno arie.

Ma di esemplarmente innovativo, queste ragazze, cosa fanno? Anche se il mio campionario è limitato (e, ripeto, appannato dalla traduzione o dalla noia scolastica), mi pare di ricordare che non ce ne sia una, almeno non tra quelle più note, che abbia la sia pur minima ambizione anticonvenzionale. Il loro unico obiettivo di realizzazione vitale, quasi in automatico, è quello di sistemarsi economicamente e socialmente tramite un regolare matrimonio. Ce ne fosse una che sogna di fare il medico, o l’esploratrice, o l’astronoma (e qualcuna ce n’era già, all’epoca, poche scuse): no, ci mancherebbe, l’unica cosa che vogliono è sposarsi, e fare felicemente le casalinghe. E naturalmente, le casalinghe di buona famiglia, di quelle che non devono preoccuparsi nemmeno di fare il bucato o di rigovernare, perché hanno qualcuno che lo fa al posto loro.

Almeno, Charles Darwin, pur venendo a sua volta da una famiglia benestante e ben servita, a vomitarsi l’anima sul ponte della nave, o a imbrattarsi di fango per raccogliere reperti naturalistici in Patagonia, ci andava di persona.

Quello che probabilmente non hai colto, cara Caroline, è che il problema non sta nell’entusiasmo sincero di accogliere Jane Austen, ma nella soddisfazione malsana di aver finalmente fatto fuori Darwin.

Ma veramente non ci avevi pensato, che questa bella pensata avrebbe risvegliato i rancori peggiori di chi da decenni combatte contro il fanatismo religioso, l’irrazionalismo antiscientifico, e che non ne può più di vedere rivendicazioni a favore dell’insegnamento del creazionismo nelle scuole, o amenità del genere? Davvero non te lo aspettavi, che avresti fatto il gioco del Discovery Institute, di Harun Yahya o di Roberto De Mattei? Davvero non immaginavi che avresti irritato tutti quelli che da decenni, anche nel tuo paese, si battono per una società più laica e meno conformista? E allora è proprio vero, senza offesa, che devi ancora maturare.

E quindi, simpatica ragazza, se proprio non ne potevi più di Darwin e non vedevi l’ora di sostituirlo con una donna, proprio Jane Austen ti è sembrata la scelta migliore?

Non potevi scendere a un ragionevole compromesso e proporre Ada Lovelace, nata baronessina di Byron? Quella che, negli stessi anni in cui Darwin se ne andava in giro per il mondo, riuscì ad essere contemporaneamente una signora elegante, un genio della matematica, una lucidissima anticipatrice di tecnologie future, e la figlia commossa e straziata di un poeta romantico mai rinnegato?

Ma non c’è solo lei, eh: che ne diresti di Margaret Cavendish e di Mary Somerville, tra le prime divulgatrici scientifiche della storia mondiale, o di Carolina Herschel (che era nata in Germania, ma che fu la prima donna ammessa alla Royal Astronomical Society di Londra)? O di Rosalind Franklin, cronologicamente molto più vicina a noi, e davvero colpevolmente occultata con noncuranza imperdonabile?

Ma se proprio si ha il dente avvelenato contro il mondo della scienza sperimentale, e si ritiene davvero che la sensibilità femminile possa essere rappresentata solo da un’artista o da una scrittrice, mai sentito parlare, che so, di Virginia Woolf? Oppure, per rimanere in ambientazione vittoriana, di Mary Shelley, creatrice di un’icona simbolica ancora più nota al grande pubblico rispetto alle acquisizioni di Darwin (e per di più, dalle implicazioni fortemente critiche contro lo scientismo trionfante dell’epoca)? O magari di sua madre, Mary Wollstonecraft, autrice di uno dei primi saggi, lucidi e disincantati, sulla rivendicazione dei diritti delle donne?

Ti prego, fermati un attimo, rilassati, fai un sospiro profondo, cercati un po’ di bibliografia in rete, e rifletti.

E comunque, dai retta a me, che comunico su internet da vent’anni, quando tu eri ancora alle elementari: invocare sui media di tutto il mondo la necessità morale di severissime sanzioni penali per chi scrive scemenze su facebook o su twitter, è di per sé una caduta di stile imperdonabile.

Io sto tranquillamente qui ad aspettare che tali canali di comunicazione passino di moda, come tanti altri, e tu attribuisci loro tutta questa serissima importanza?

Impara anche questo, te lo dico amichevolmente: ti sarà utile.

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Aggiornarsi è facile

Si torna online dopo quasi tre settimane di stacco telematico pressoché totale, e si vengono ad apprendere con sollievo le seguenti cose:

- Silvio Berlusconi è stato condannato penalmente in via definitiva, ma si è immediatamente messa in moto qualche autorevole voce pubblica che rivendica la necessità assoluta di un provvedimento di grazia;

- la ministra Cecile Kyenge si è guadagnata tre settimane ininterrotte di permanenza fissa in prima pagina, senza fare assolutamente nulla di attivamente rilevante;

- le otto supervecchiette rimaste che vantano una nascita documentata nel secolo del 1800 (una giapponese, quattro statunitensi , una messicana, un’italiana e un’inglese) sono ancora tutte al loro posto.

Insomma, siamo tranquilli, non è successo nulla di sorprendente.

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Gli oranghi alla conquista del mondo

Dopo Roberto Calderoli, vicepresidente del Senato, e Daniele Stival, assessore regionale veneto, un altro esponente leghista si aggiunge alla trionfale marcia del progresso tanto cara agli evoluzionisti poco aggiornati: oggi è il turno di Agostino Pedrali, assessore comunale nella minuta cittadina di Coccaglio, provincia di Brescia, che, per sottolineare ostinatamente la presunta somiglianza tra il ministro Cecile Kyenge e un orango, pensa bene di diffondere in rete questo rozzo montaggio fotografico:

A parte il fatto che non se ne può più di “notizie” giornalistiche consistenti in segnalazioni di sproloqui privati apparsi su facebook, e che sarebbe coraggioso proporre una moratoria indefinita di tali articoli, da introdurre nel codice etico dell’informazione professionale, intanto andiamo sul concreto.

Ovviamente, chiunque si sia tenuto aggiornato sulle divagazioni primatologiche che hanno affollato i media in questi giorni, è capacissimo di rendersi conto da solo che il grazioso animale raffigurato a sinistra non è affatto un orango.

A uno sguardo poco attento, potrebbe al limite essere scambiato per un neonato di gorilla, il che almeno ripotrebbe l’ambientazione geografica nei pressi del Congo… ma no, spiacenti, non si tratta nemmeno di questo.

Quel primate, all’occhio di un appassionato ancorché non professionista, ha tutta l’aria di appartenere alla categoria delle scimmie platirrine, e di avere parentela piuttosto lontana sia con gli oranghi che con l’uomo.

Non possiamo essere sicuri da quest’unica foto di quale sia la sua specie esatta, ma da un velocissimo controllo (che invitiamo qualsiasi addetto ai lavori a confermare o smentire) sembrerebbe probabilmente un esemplare giovane di Alouatta palliata, letteralmente “scimmia urlatrice dal mantello”, originaria dell’America centrale.

Dopo gli oranghi del Congo, quindi, abbiamo anche gli oranghi del Messico, del Guatemala o del Costarica.

La cosa non potrà che fare piacere ai nostri fulvi parenti indonesiani, che fino a una settimana fa credevano di essere a rischio di estinzione, e che invece adesso risultano diffusi in maniera invasiva in tutti continenti del mondo.

Ci manca solo l’Orango dell’Antartide, e poi la colonizzazione del pianeta è completa.

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Bibliografia essenziale su oranghi e affini

Orango?

Orango CHI?

Data la popolarità imprevista che la simpatica scimmia antropomorfa asiatica ha riscosso negli ultimi giorni nei media italiani, senza che nessuno si sia degnato di fare chiarezza sulla sua effettiva identità e su quella dei suoi parenti prossimi, riteniamo utile divulgare un minimo di bibliografia a tema.

Con questo contributo, invitiamo personaggi quali Roberto Calderoli, Matteo Salvini, Daniele Stival, ma soprattutto invitiamo qualsiasi persona normale che abbia genuinamente voglia di informarsi, a scorrere questa lista, e a trarne qualche spunto per un eventuale esercizio per le vacanze.

  • Giulio Barsanti, L’uomo dei boschi, ed. Università La Sapienza, 2009

La parola orangutan, di origine malese e rimasta praticamente invariata nella sua vittoriosa esportazione in tutte le lingue moderne, significa letteralmente uomo della foresta. A tale etimologia – che la dice lunga su quanto la somiglianza tra cugini primati fosse ovvia alle popolazioni meno pretenziose di noi – fa riferimento il titolo di questo delizioso volumetto, purtroppo non facile da reperire nelle librerie ordinarie (ma se si ordina arriva subito, o almeno un paio d’anni fa era così). L’autore, professore di storia della biologia all’università di Firenze, ricostruisce la complessa storia dell’identificazione e classificazione delle grandi scimmie nel corso dei secoli, tra fraintendimenti, miti e fantasie, accompagnando il tutto con una documentazione iconografica ricchissima.

  • Jonathan Marks, Cosa significa essere scimpanzé al 98%, Feltrinelli, 2003.

Una dotta e gustosa carrellata sui fraintendimenti e luoghi comuni della vulgata genetica, mito delle “razze umane” incluso.

  • Jared Diamond, Il terzo scimpanzé, Bollati Boringhieri, 2006.

A fianco del Pan troglodytes, lo scimpanzé comune, e del Pan paniscus, il bonobo che ormai i lettori di questo blog dovrebbero conoscere, il “terzo scimpanzé” è ovviamente l’uomo, il parente più stretto di queste due specie contigue. Praticamente, se scimpanzé e bonobo sono imparentati come fratelli, l’uomo è il loro unico cugino di primo grado, mentre gorilla e oranghi sono sempre cugini, sì, ma appena un po’ più alla larga. Una trattazione disincantata della specie umana come caso particolare di scimmia, che ha finito inevitabilmente col darsi un po’ troppe arie, in parte perfettamente giustificate, e in parte proprio no.

  • Frans de Waal, La politica degli scimpanzé. Potere e sesso tra le scimmie , Laterza, 1984.

Il manuale di suggerimenti pratici da cui nessun politico italiano contemporaneo può prescindere.

  • Frans de Waal, Naturalmente buoni. Il bene e il male nell’uomo e in altri animali, Garzanti, 2001.

Gli umani, dopo aver (metaforicamente) morso il frutto dell’albero proibito, sarebbero gli unici esseri viventi in grado di distinguere il bene dal male, mentre tali concetti rimarrebbero irrimediabilmente al di fuori della portata di qualsiasi altra specie? L’osservazione concreta dei nostri parenti più stretti mette seriamente in dubbio questa arbitraria certezza.

  • Frans de Waal, La scimmia e l’arte del sushi. La cultura nell’uomo e negli altri animali, Garzanti, 2002.

Una volta si faceva presto a dire che l’uomo è l’unico essere vivente che fa uso dell’ingegno e della volontà, mentre gli altri animali agiscono solo per istinto. Di fronte a gruppi di scimmie che non solo si godono la comodità concreta di abitudini e tecnologie acquisite spontaneamente, ma che le insegnano attivamente ai propri figli, e che gliele insegnano in maniera diversa a seconda del gruppo di appartenenza, le pretese identitarie umane dovrebbero come minimo ridimensionarsi.

  • Frans de Waal, La scimmia che siamo. Il passato e il futuro della natura umana, Garzanti, 2006.

Dato che il titolo originale inglese era “Our Inner Ape”, io personalmente l’avrei tradotto “La scimmia che è in noi”, ma va bene lo stesso.

  • Frans de Waal e altri, Primati e filosofi. Evoluzione e moralità, Garzanti, 2008.

Un testo scritto a più mani, che mette seriamente in dubbio la presunta unicità della specie umana in termini di coscienza, riflessione e arbitrio.

  • Frans de Waal, L’età dell’empatia. Lezioni dalla natura per una società più solidale, Garzanti, 2011.

Una delle obiezioni storiche che sono state fatte contro l’evoluzionismo sta proprio nella convinzione che “se fosse proprio vero” che le specie si sono evolute spontaneamente, in un campo di battaglia in cui l’unico obiettivo di qualsiasi singolo individuo è quello di soppiantare qualcun altro, “allora tutto sarebbe troppo brutto”. Ma se invece emergessero delle evidenze scientifiche secondo cui proprio l’altruismo e la solidarietà fanno parte delle strategie evoluzionistiche migliori?

  • Raymond Corbey, Metafisiche delle scimmie. Negoziando il confine animali-umani, Bollati Boringhieri, 2008.

Questo devo ancora finire di leggerlo io stessa, e quindi non lo recensisco, ma lo segnalo ugualmente.

E sia chiaro che ci siamo limitati esclusivamente a testi disponibili in italiano. Per chi ha il gusto temerario di leggere anche in altre lingue, c’è molto di più.

Tanto per cominciare, si può andare a saltellare di link in link, partendo dal ricchissimo archivio gestito da Daniele Formenti, studioso di primati e professore all’università di Pavia.

Quello che si spera è che a nessuno più, dopo aver appreso qualche brandello di conoscenze contenuto in testi come questi, venga in mente di usare la parola “orango” (oppure “gorilla“, “scimpanzé” o genericamente “scimmia“) come insulto.

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