Piltdown e la scimmia dell’evoluzione – III

(3 – continua da qui)

Dopo aver debitamente introdotto, tra i protagonisti della saga, almeno i primi in ordine cronologico, passiamo un attimo allo sfondo e chiariamo per quale motivo, in quegli anni, le colline del Sussex apparivano destinate a  costituire un crocevia tanto importante per la paleoantropologia.

E’ piuttosto improbabile che ai primi del Novecento, tra gli addetti ai lavori, ci fosse ancora qualcuno che negasse seriamente l’evoluzione delle specie e la discendenza dell’uomo dai primati. La prima delle opere fondanti di Charles Darwin era stata pubblicata oltre 40 anni prima, e la seconda circa 30. Le sacche ostinate di resistenza fissista permanevano, ovviamente, ma proprio in quegli anni di transizione, ad essere ottimisti, si poteva far finta di non vederle. La più strenua rimonta ideologica degli antievoluzionisti, semmai, sarebbe arrivata una ventina d’anni dopo, rimbalzando più volte di qua e di là dall’oceano; ma a qual punto, sarebbe stata brandita senza ambiguità dalle salde mani di filosofi, predicatori e fustigatori di costumi, non di scienziati.

O meglio, visto che ormai stiamo divagando, una distinzione ci vuole: le truppe dei creazionisti, in realtà, qualche scienziato da sbandierare dalla propria parte, lo rimediano sempre, un secolo fa come oggi. Il particolare curioso è che (tranne qualche sconcertante eccezione) non si tratta quasi mai di esperti di scienze naturali, di paleontologia o di discipline biomediche, ma di tecnologi duri e puri: le liste di sottoscrizione periodicamente raccolte dagli oppositori della visione evoluzionistica, di solito, sono strapiene di elettrotecnici, ingegneri petroliferi, ultimamente anche informatici.

Il vezzo deve essere antico, perché anche cent’anni fa uno dei più caparbi, nonché dei più affettuosamente perdonabili, fu sir John Ambrose Fleming, fisico e ingegnere, autore di tante di quelle invenzioni illuminanti da essersi guadagnato il titolo di “padre della moderna elettronica“: costruì la prima valvola termoionica, antenata di tutti gli amplificatori radio e componente cruciale dei primi computer, e formalizzò la regola della mano destra che ancora oggi si squaderna su tutti i manuali di fisica per studenti di ogni ordine e grado, per stabilire il verso di una corrente indotta. Amante della natura, della montagna e della vita all’aria aperta, e devotissimo cristiano, morì nel 1945, a 95 anni, senza aver mai accettato di prendere sul serio la teoria dell’evoluzione.

Non c’entra niente con la nostra storia, e non abbiamo modo di sapere se, in quei giorni concitati delle prime scoperte, dalle parti di Piltdown ci sia passato anche lui, che all’epoca era professore a Londra; ma lo ricordiamo lo stesso perché, malgrado tutto, pur nella determinazione darwiniana più spinta, non si riesce a trovarlo antipatico.

La regola della mano destra per le correnti indotte,
inventata da un commovente antievoluzionista in buona fede.
Non c’entra niente, ma un sano tocco di fisica non fa mai male.

Bene, torniamo in tema: quello che si voleva far notare è che intorno al 1910, tra i naturalisti esperti, dell’evoluzione dell’uomo dalle scimmie non dubitava più nessuno.

Mettersi d’accordo su come e quando questa evoluzione fosse avvenuta, invece, era tutto un altro paio di maniche. La documentazione fossile era pietosamente scarsa e, anche per quella poca che c’era, le tecniche di datazione erano estremamente grossolane. Tanto grossolane che si fa fatica a immaginare adesso il senso di smarrimento provato allora da quegli studiosi, di fronte allo spiegamento immenso del tempo profondo.

In mancanza assoluta di radiocarbonio, di magnetostratigrafia, e di altre finezze che oggi ci appaiono ovvie, l’unica speranza di stimare l’età di un reperto remoto stava nella valutazione dell’età geologica dello strato di ritrovamento. Essendo ancora piuttosto rozze anche le identificazioni in tal senso, ad ogni nuova scoperta il problema si ripresentava da capo. E l’ostacolo più ricorrente stava proprio nel fatto che i ritrovamenti di maggior interesse, come è comprensibile, arrivassero proprio da strati di sedimenti assortiti, spesso rimescolati più volte, in epoche diverse.

La testimonianza fossile dell’evoluzione dell’uomo, in quegli anni di primo Novecento, si limitava ai resti controversi dell’uomo di Neandertal, scoperti addirittura prima delle pubblicazioni di Darwin ma riconosciuti con certezza solo in seguito, e ai frammenti dell’uomo di Giava: una commovente battaglia ideale, che agli occhi di oggi appare teneramente patetica, tra i sostenitori del primato asiatico e di quello europeo nella scala temporale delle origini dell’uomo.

La consapevolezza che entrambe le ipotesi fossero clamorosamente errate, e che la terra madre di tutta la nostra specie fosse stata l’Africa, era ancora di là da venire.

In quei giorni, appassionatamente grondanti di progresso positivista, una tematica strettamente connessa a quella dell’evoluzione dell’uomo era quella dell’evoluzione della tecnologia. In mezzo all’abissale confusione sulla classificazione dei fossili, e in assenza completa di analisi genetiche, si tendeva a tracciare confini simbolici più che sostanziali.

Uno dei criteri che andava per la maggiore all’epoca, per stabilire chi fosse umano e chi no, riguardava l’uso di strumenti costruiti artificialmente: gli umani sarebbero state le uniche creature al mondo in grado non solo di utilizzare oggetti naturali per i propri comodi, ma soprattutto di modificarli di proposito per renderli ancora più utilizzabili.

Sorvoliamo sul fatto che scimpanzé, gorilla e oranghi si dilettino allegramente a fare la stessa cosa, perché questa evidenza fu scoperta solo sessant’anni dopo la saga di Piltdown.  Rimaniamo provvisoriamente alle certezze di fine Ottocento, quando era ancora abbastanza facile tracciare una linea netta, tra quelli che riuscivano a scolpire e levigare le pietre e usarle deliberatamente come attrezzi, e quelli che non ci riuscivano.

I primi diedero inconsapevolmente il nome a un’epoca storica, il Paleolitico. Ovvero, l’era dei paleoliti, letteralmente i sassi antichi.

Ma prima di arrivare a farne un’industria millenaria, per quanto tempo dovevano averci provato senza riuscirci in pieno? Quanti tentativi di scheggiatura di sassi dovevano essersi accumulati nei tempi precedenti, con risultati grossolani, dita pestate, urla, gestacci e imprecazioni in linguaggi arcaici, e con qualche casuale risultato accettabile, in mezzo a tante frustrazioni?

Questo pensarono numerosi ricercatori di fine Ottocento, ipotizzando che prima ancora dei paleoliti dovessero esserci stati per forza le loro brutte copie,  testimoni del primo passo da gigante nell’affrancamento dell’uomo dalla condizione bestiale. L’unico problema era che, se anche vi fossero state, ci si aspettava che fossero davvero brutte: ossia, quasi indistinguibili da frammenti di pietra scheggiati per cause naturali, e non facilmente riconoscibili come manufatti volontari.

Qualcuno ebbe l’idea di chiamarle eoliti, le pietre che venivano ancora prima.

Per la prima volta (almeno, in questo contesto) appare il famigerato prefisso grecizzante, eo- ,  ispirato alla dea del sorgere del Sole, che avrà una fortuna insperata in questa storia.

La controversia sugli eoliti, i sassi dell’aurora dell’uomo, infiammò il dibattito scientifico di fine Ottocento, ed ebbe una parte determinante nell’innesco della saga di Piltdown.

(3 – continua)

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La giornata evoluzionistica, le scimmie e le cicogne

Non capita tutti gli anni di celebrare il Darwin Day nell’ultimo giorno di Carnevale.

Per cui, se qualcuno vuole mascherarsi da scimmia, è chiaramente benvenuto.

Oggi, tuttavia, in nome della biologia evoluzionistica e della continuità tra l’uomo e le altre specie animali, ricordiamo anche l’originale impresa giuridica e culturale di alcuni gruppi di operatori sanitari, normalmente preposti a occuparsi di nascite, che hanno deciso di astenersi per un giorno da tutti gli interventi artificiosi non necessari.

Come a dire che invece, negli altri giorni, gli interventi non necessari si fanno ugualmente.

Qualcuno potrebbe pensare che oggi non si nasca: e invece no, si nasce lo stesso.

Ovviamente gli interventi medici realmente urgenti, in caso di complicazioni, saranno garantiti, ma per il resto sarà un’ottima occasione, per chi avrà la fortuna di vedersi innescare le avvisaglie di travaglio spontaneo proprio oggi, di poter partorire senza essere manipolata, stressata, legata, spintonata e tagliuzzata.

Alcune attiviste del forum partonaturale, cultrici di musica, hanno messo su una istruttiva amenità a tema, accessibile a tutti. Non è uno scherzo di Carnevale, è un messaggio vero.

In onore di chi riuscirà a partorire in giornata, in modo completamente naturale, rievochiamo  qualche emblema di maternità integralmente biologica, da parte di nostri parenti stretti.

Ci auguriamo di ricevere qualche comunicazione, a proposito di chi ce l’ha fatta a nascere oggi, con un parto ragionevolmente naturale.

Il riconoscimento alla “Cicogna di Darwin” è a disposizione!

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Non è vero che i politici sono tutti uguali

Copio e incollo esplicitamente il titolo dell’ultimo post comparso su Kelebek, a causa dei doverosi aggiornamenti delle ultime ore.

No, in effetti non è vero che i politici siano tutti uguali.

Qualcuno è addirittura capace di dimettersi.

In attesa di editoriali e di approfondimenti più professionali, che tra stasera e domani pioveranno fitti su tutti i giornali, i blog e i forum del pianeta, qua al massimo si fa mente locale sull’impressione immediata destata dalla bizzarra novità.

Ossia, impressione… boh.

Se fossi cattolica, sarei soprattutto dolorosamente e profondamente delusa.

Ma siccome cattolica non sono, ci devo ancora pensare.

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Le scuole private e il miracolo della transustanziazione politica

Il luogo comune che gli insegnanti della scuola pubblica siano tutti di sinistra, ormai, è talmente annoso e ritrito da riuscire a ispirare, piuttosto che repliche circostanziate, soltanto sbadigli.

La rivendicazione dei finanziamenti statali alle scuole private, e in particolare alle scuole private confessionali (o meglio, di un aumento dei finanziamenti statali che andrebbe ad aggiungersi a quelli che ci sono già, in palese violazione del dettato costituzionale), anche quella è vecchiotta, ma ha subito qualche recente iniezione di energia dialettica in anni più recenti, specialmente ad opera delle amministrazioni locali cielline, e dei loro sostenitori.

Le  arrampicate sui vetri per giustificare la pretesa dell’ingiustificabile, per la verità, sono sempre state le stesse, dai più ingenui e vaghi predicozzi sul diritto alla libertà di scelta educativa ai più astuti martellamenti accademici sul principio di sussidiarietà.

Ma l’instancabile Silvio Berlusconi, oggi, ha pensato bene di riassumere tutto in due righe e quindi, in apertura della campagna elettorale nel Lazio, ha così sentenziato: chi se ne frega della sussidiarietà, chi se ne frega dei piani di offerta didattica differenziati. Il motivo specifico per cui le famiglie dovrebbero avere diritto a incentivi economici per mandare i figli alle scuole parificate cattoliche, secondo il nostro, sarebbe uno solo: ossia, proprio perché nelle scuole pubbliche gli insegnanti sono tutti di sinistra, chi non è di sinistra deve poter difendere i propri figli da questa intollerabile persecuzione.

Chi aveva mai parlato di tagli all’istruzione, svuotamento dei programmi scolastici, servizi educativi ridotti, carenza di supplenze, riduzione delle ore di sostegno, mancanza di finanziamenti per le più basilari esigenze organizzative quotidiane, si è sognato tutto: l’unica emergenza scolastica reale, in Italia, è che le famiglie di destra, e solo quelle, dovrebbero aver diritto a un bonus economico per iscrivere i loro figli alle scuole paritarie cattoliche (cosa dovrebbero rivendicare gli eventuali genitori di destra ma non cattolici, non è dato di saperlo).

Non si vuole, proprio adesso, entrare nel merito delle grandi questioni di principio, ma solo far notare un punto curioso: se fosse vero che gli insegnanti delle scuole private sono di destra mentre quelli delle pubbliche sono di sinistra, come si spiegherebbe che nelle scuole non statali, nonostante tutte le parificazioni formali, c’è un turnover altissimo di insegnanti che non vedono l’ora di andarsene di lì non appena vengono assunti nella scuola pubblica?

E come si spiega reciprocamente che, nelle scuole statali, c’è una buona percentuale di gente che prima di entrare di ruolo ha fatto anni di precariato anche nelle private paritarie?

I casi sono due:

- o prima erano di destra e poi diventano magicamente di sinistra non appena cambiano scuola, e questo oggettivamente sarebbe un fenomeno paranormale degno di inchiesta del CICAP o della Fondazione di James Randi;

- oppure erano di sinistra anche prima, ma lo tenevano nascosto, e instillavano la loro deleteria propaganda in maniera ancora più indiretta e sottile.

Pensate al dramma di questi poveri genitori di destra che avevano mandato i figli alla scuola privata apposta perchè pensavano in tal modo di sottrarli e di proteggerli dall’influenza nefasta degli insegnanti comunisti della scuola di stato… e che invece non si sono mai resi conto di averli direttamente consegnati, per anni, nelle mani degli stessi emissari del Male!

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Alexander Imich, il cialtrone più vecchio (e più simpatico) del mondo

In doppia qualità di collezionista di supervecchietti e archivio di bufale paranormali, questo blog si pregia di presentare i propri più sentiti auguri al cialtrone più vecchio del mondo.

Secondo affermazioni non ancora documentate ufficialmente, ma relativamente plausibili, Alexander Imich, statunitense originario della Polonia, compirebbe oggi 110 anni.

Rappresentando egregiamente il più classico esempio di suspension of disbelief, non soltanto in ambito letterario, ma nella vita intera, il nostro si è diviso equamente, per tutta la sua lunghissima storia, tra una salda preparazione scientifica (laureato in biologia, dopo un dottorato di ricerca in scienze zoologiche passò alla chimica, e per decenni si guadagnò da vivere, appunto, lavorando come chimico) e un’incrollabile fede nei fenomeni paranormali.

E sia chiaro che, per uno della sua generazione, se si dice paranormale, non si intende la zuccherosa montata dell’olismo new age, arrivata quando era già anziano, ma si intende proprio il magico mondo dello spiritismo classico, quello dei medium coi tavolini saltellanti e gli svenimenti ectoplasmici.

Negli anni Venti, in contemporanea con il grande Houdini ma dall’altro capo del mondo, si aggirava per i gabinetti spiritici, armato della massima serietà e concentrazione, e di poco o nient’altro come attrezzatura sperimentale, con l’intento di investigare scientificamente la realtà dei fenomeni medianici. Data la sua indubbia buona fede, e la sua presumibile incompetenza in materia di illusionismo e di teatro, possiamo immaginare quanti giochi di prestigio si sia lasciato teneramente imbastire sotto il naso, pronto a giurare e spergiurare, e anche a controfirmare in una relazione scritta, di aver effettivamente assistito a fenomeni inspiegabili dalla scienza ordinaria. Nemmeno a dirlo, gli atti originali di quelle ricerche, completi di fotografie e di testimonianze dirette, sono andati perduti nei decenni successivi.

Per il resto, la sua densa e avventurosa esistenza avrebbe incluso una partecipazione non ufficiale alle operazioni belliche della prima guerra mondiale all’età di 15 anni (circostanza che, se fosse documentata, lo renderebbe ufficialmente l’unico reduce ancora vivente della Grande Guerra, ma anche questa, appunto, non è documentata), e una deportazione in un campo di lavoro sovietico a circa 40. Un’altra guerra, tra i  combattimenti veri e propri e le persecuzioni naziste, fece strage della maggior parte dei suoi amici e parenti; dopo aver rialzato lo sguardo dal vuoto straziante che gli era rimasto attorno, nel 1952 trovò le energie per ricominciare da capo un’altra vita, come cittadino americano.

Per chi sostiene che che la fuffa paranormale non sempre viene solo per nuocere, Alexander Imich potrebbe esserne una prova interessante: uno degli ultimi rimasti al mondo a credere ancora nell’autenticità delle prodezze di Uri Geller, pronto a farsi spennare da speculatori di borsa che spacciano metodi di previsione infallibili, di sicuro con la parapsicologia non si è arricchito. Ma tra un ufo e l’altro, tra un apporto spiritico e un pendolo radiestesico, felice tra i suoi simbolici cumuli di carte Zener e di cucchiaini piegati, non solo si è salvato dalla depressione, dalla noia e dalla nostalgia, ma anche dalle più inesorabili insidie dell’invecchiamento, e ha veleggiato  felicemente fino al notevole traguardo raggiunto oggi, quello dei centodieci anni di vita. Certo, negli ultimi anni qualche debolezza l’ha mostrata: sopraffatto dal timore della povertà, e di non potersi più garantire l’assistenza necessaria in una vecchiaia così estrema, si è prestato a vendersi come guru testimoniale dei “segreti dell’eterna giovinezza”, e in particolare a fare pubblicità ad astute aziende produttrici di integratori alimentari.

Per chiudere in trionfo la sua bizzarra parabola, pare che a 96 anni abbia fondato un “Centro di ricerca per lo studio dei fenomeni anomali”, e che a 110 lo presieda ancora. Probabilmente si tratta di un’organizzazione di cui fa parte solo lui, ma non andiamo a infierire, e anche questa soddisfazione lasciamogliela.

Nell’archivio ufficiale dei supercentenari, al momento, non ce lo vogliono: il suo primato, come pure quello del suo concittadino Jozef Kowalski, non è confermato da documenti di nascita originali. Il suo aspetto fisico attuale e la ricostruzione della sua storia in età adulta farebbero propendere per dargli fiducia: a partire dal suo arrivo negli Stati Uniti, le sue dichiarazioni anagrafiche sono sempre state coerenti per tutti gli ultimi sessant’anni; sarebbe strano pensare che all’epoca, nel pieno della mezza età, avesse avuto interesse ad attribuirsi 50 anni quando invece ne aveva 40.

Certo che, d’altro canto, per fare gli scettici avvocati del diavolo, su un signore che per un secolo ha dato per buone testimonianze di poltergeist, di levitazione e di lettura del pensiero, e ha giurato sull’autenticità di fantasmi e telecineti, un certo  sospetto di aver infiocchettato anche qualche altra narrazione sulla sua vita, è legittimo.

Ma in attesa di conferme o di smentite, intanto, non azzardatevi a dire che non sia simpatico!

Non risulta che abbia figli o discendenti diretti, ma qualsiasi militante scettico dotato di un ragionevole senso dell’umorismo, oggi, sognerebbe di averlo come nonno.

E gli auguri sinceri glieli facciamo sul serio.

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Letizia Quaranta e la scuola del futuro

La signora Letizia Quaranta, ai primi del Novecento, è stata un’attrice del cinema muto di una certa fama, che però, a partire dagli anni Trenta, sentendosi fuori posto nel nuovo e sconcertante mondo del sonoro, scelse il silenzio e si defilò dalle scene.

Una sua perfetta omonima di oggi, a quanto pare, insegue la realizzazione e il successo professionale percorrendo il tragitto esattamente opposto; dopo un passato da ingegnere elettronico e da “lavoratrice giramondo al seguito di varie multinazionali”, presumibilmente vincolata alla necessità di produrre fatti concreti, ha fatto la scelta arguta di vivere di parole, di suoni e di chiacchiere.

Oggi, se le chiedono che mestiere fa, risponde che è una mompreneur, mamma imprenditrice.

Prima ha ideato un progetto multimediale di insegnamento delle lingue ai bambini piccoli; poi, compiendo un salto più ambizioso, ha deciso di fondare una vera e propria scuola, che dovrebbe coprire l’intera formazione a tempo pieno dei bambini in età di elementari. Il progetto va sotto il nome di Aurion, che in teoria dovrebbe essere una parola greca classica che significa brezza, venticello leggero, ma che a piazzarla su un motore di ricerca restituisce solo pubblicità di automobili.

Per il momento, dal sito stesso dell’istituto, non si capisce gran che:

- forse i corsi inizieranno effettivamente nel settembre prossimo, ma forse no;

- secondo il bando di reclutamento proposto agli aspiranti insegnanti, pare che non sia ancora certa nemmeno l’ubicazione della sede;

- la specificità dei metodi di insegnamento, rispetto a quelli di qualsiasi altra scuola, non è chiara: il flusso senza ritegno di termini rituali, dalle competenze alla pluralità, dai saperi alle eccellenze, dalle risorse all’innovazione, dai talenti alla flessibilità, è rigorosamente identico a quello che si può rinvenire in qualsiasi POF di qualsiasi banale scuola pubblica italiana.

Ma una mossa geniale, per il momento, la mompreneur Letizia Quaranta l’ha fatta, quella di allertare i grandi mezzi di comunicazione nazionali sull’assoluta novità della sua strategia educativa: gli insegnanti da assumere saranno scelti direttamente dai bambini, liberi di esprimere le loro aspirazioni creative, ma incidentalmente coadiuvati da un cocktail micidiale (come si dice in gergo giornalistico) di bocconiani e di pedagogisti.

Un incubo.

Ma forse, un incubo molto più modesto di quello che sembra.

A una prima occhiata, questa scuola virtuale appare banalmente come una brutta copia di quelle degli steineriani, soltanto in versione meno esoterica e più carrieristica.

Ovviamente, proprio come per gli steineriani, il traguardo immediato non è affatto quello di garantire ai bambini un’istruzione migliore di quella della scuola pubblica, o comunque ideologicamente diversa.

È piuttosto, con strategia tanto trasparente da apparire patetica, quello di far radunare tutti insieme a grappolo i figli di un certo tipo di famiglie, che in gran parte si conoscono già, si frequentano già, sono tutti amici o colleghi, frequentano già un certo tipo di ambiente piuttosto che un altro, che hanno già un certo stile di vita che non vogliono che sia contaminato dai contatti con mondi diversi, e che hanno già determinati piani strategici per il futuro a lungo termine dei figli.

A differenza degli steineriani, che mediamente sognano per i propri figli un futuro da naturopata, da ceramista o da erborista (sempre che non li massacrino prima), questi danno più l’impressione di appartenere alla categoria che, già quando il pargolo ha tre anni, comincia a prepararlo  per i test di accesso alle facoltà universitarie internazionali più prestigiose.

Se fossimo negli Stati Uniti, non ci sarebbe niente di strano.

Ma siccome siamo in Italia, e per di più in Veneto, entro un anno o due (sempre che il progetto riesca a stare in piedi e non fallisca prima) correggeranno il tiro e faranno la loro bella domanda per chiedere la parificazione alla scuola pubblica, e magari anche per rivendicare un bel po’ di contributi statali.

Come si può constatare scorrendo il loro elenco di esperti, il prete ce l’hanno già.

Niente paura, prima ancora di iniziare sono già sulla buona strada per diventare l’ennesima scuoletta privata di quartiere, uguale a tutte le altre.

Letizia Quaranta, quella zitta
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E’ nato, è nato! La maieutica elettorale del Pd

Finalmente, qualche coalizione politica ha partorito.

Ma con quanta sofferenza, e con quanta fatica.

Dopo qualche giorno di diplomatico embargo, con la notizia che si sapeva ma non si doveva dire, oggi il Partito Democratico ha dato via libera alla pubblicazione dei primi spot televisivi e multimediali, per la campagna elettorale ormai entrata nel vivo.

Autore dei filmati, sostenuti dalla colonna sonora di Gianna Nannini, è il regista Luca Miniero, quarantacinquenne napoletano, simpaticamente conosciuto al pubblico per la saga satirico-sentimentale di Benvenuti al Sud, che in effetti è apprezzabile a qualsiasi latitudine.

Ignoriamo se il regista abbia figli; ma se ne avesse, per ragioni anagrafiche, ci aspetteremmo che si sia trovato personalmente ad avere a che fare con un reparto di ostetricia negli ultimi dieci anni, o appena prima: non certo tre o quattro decenni fa.

E allora, di grazia, come ha fatto a partorire una sequenza come questa?

Guardiamola tutti, che è istruttiva: una giovane coppia è alle prese con la nascita del primo figlio, presumibilmente femmina secondo i commenti audio. Immagino che, nella mente degli ideatori, tale ambientazione fosse intesa come incoraggiante per il futuro, e simbolicamente inneggiante alla speranza e al rinnovamento del Paese.

I due genitori, in barba a qualsiasi statistica demografica italiana, non dimostrano più di 25 anni, ma a questo eravamo già abituati da trent’anni di pubblicità di automobili e biscotti, e non ci scomponiamo più di tanto.

Ma fino a qualche anno fa, almeno, i luoghi comuni cinematografici sul parto, abbondavano di corse precipitose in ospedale, con le protagoniste ansimanti in preda a doglie bibliche, e i mariti abbarbicati a tavoletta all’acceleratore, sopraffatti dell’ansia di non arrivare in tempo (solo le anticonformiste esagerate come me azzardano la combinazione tra parto-quasi-precipitoso e consorte-che-non-guida).

Nel nostro spot, invece, nelle prime inquadrature, la giovane non mostra la sia pur minima avvisaglia di contrazioni: se ne sta rilassata e commossa ad accarezzarsi la pancia, riflettendo sul futuro e sui massimi sistemi… però è già ordinatamente distesa su un lettino ospedaliero, in camicia da notte linda e stirata, in attesa che qualcuno la spinga graziosamente, in un frullar di rotelle, verso una sala parto ultratecnologica.

L’ultima apparizione del futuro padre, e il suo unico contributo personale all’evento, consiste in un maldestro aiuto al personale sanitario nello spingere un carrellino, evidentemente zeppo di farmaci e di strumenti medici: poi, sul suo affettuoso gesto di saluto si richiude inesorabilmente una porta. Come a dire, boh, andrà tutto bene, un bacio, ci vediamo dopo.

Una persona di buon senso si chiede come sia venuto in mente, agli ideatori di uno spot che vorrebbe dare un’idea tenera e spigliata della maternità, di scegliere proprio una scena di parto cesareo programmato.

Solo così si spiegherebbero, realisticamente, la reclusione della partoriente in una stanza blindata prima che il travaglio inizi, il numero esagerato di operatori che le si affollano intorno, e il fatto che il padre venga lasciato fuori.

La sorpresa consiste invece, appunto, nello scoprire che la ragazza sta partorendo in modo naturale: evidentemente, il regista e i suoi consulenti, nonché i committenti dello spot, credono davvero che un parto naturale si svolga così, e contano di rivolgersi a un pubblico che pensa la stessa cosa.

Da quel punto in poi, il giovane maschio viene ripreso esclusivamente mentre passeggia ansioso nel corridoio con un gran mazzo di fiori pronto in mano, e senza nemmeno togliersi la giacca: fortuna che almeno, da qualche anno, nell’immaginario politicamente corretto di sinistra, è stato dato per acquisito un tocco di salutismo, altrimenti il nostalgico spettatore si sarebbe beccato anche la più classica delle sequenze di una volta, con tante nevrotiche sigarette una dietro l’altra.

Per l’intera sequenza del parto, la donna non cambia mai posizione: sempre rigorosamente supina, sempre coperta dal collo ai piedi di grazioso tessuto candido, al massimo accenna qualche smorfia di sforzo fisico nell’ultimissima fase, accarezzata sui capelli da un’ostetrica con la mano guantata… mentre l’audio continua ad alternare le sue riflessioni compunte su quale lavoro troverà la figlia da adulta, a quelle del marito che, sempre da fuori stanza, si preoccupa più pragmaticamente di quanto spenderanno in pannolini nei prossimi mesi.

La mamma, anche in fase espulsiva, può permettersi i voli pindarici sulle grandi questioni di principio, mentre il padre è bene che pensi al sodo, perché tanto paga lui.

E infatti il babbo coscienzioso, nemmeno a dirlo, si preoccupa anche del costo delle pappe, perché forse non lo sa che i bambini si possono anche allattare esclusivamente al seno e poi svezzarli con gli stessi alimenti freschi che i genitori comprerebbero per sé.

C’è da meravigliarsi che nessuno gliel’abbia detto, visto che una coppietta consapevole e impegnata come quella, nei mesi precedenti, avrà sicuramente seguito qualche corso pre-parto e chiacchierato animatamente su decine di forum telematici sull’argomento.

E qua c’è da insistere, sempre più increduli: è verosimile che registi, sceneggiatori, sondaggisti e pubblicitari, tutti questi dettagli non li sappiano? Che la presenza attiva dei padri in sala parto è la norma da quasi trent’anni, ad esempio?

Il finale è scontato: alla giovane puerpera, ancora col compagno assente, pochi secondi dopo dopo l’ultimo sospiro di sfogo stremato, viene piazzato in braccio un pacco che dimostra almeno tre mesi, perfettamente pulito, disteso, roseo e asciutto, e abilissimo a sorridere con intenzione, avvolto appena nel panno-carta usa e getta della sala parto.

Solo a quel punto il padre accorre commosso col suo bouquet, mentre da uno svolazzo casuale del rotolo igienico si intravede, sul pancino nudo della neonata sorridente, un ombelico perfettamente cicatrizzato.

Mi aspetto che qualche partito di centro destra, per riuscire a battere sullo stesso terreno l’efficacia di questo coinvolgente capolavoro, si risolva a mettere in scena un atterraggio della cicogna con il sacchetto nel becco, in mezzo a un orto di cavoli.

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Stefanie Horovitz, il piombo e la memoria

Questa è una storia piccola come un atomo e pesante come il piombo, forse.

“Il genio è per l’uno per cento ispirazione, e per il 99 per cento traspirazione, cioè sudore, afferma una delle poche massime proverbiali di argomento scientifico ragionevolmente attribuita a un autore plausibile. Certo, la frase ha fatto ampiamente in tempo a ramificarsi di citazione in citazione, sostituendo di volta in volta “il genio” con “la scienza”, “la scoperta”, “l’invenzione”, o eventualmente rimodulando il rapporto numerico da 1 a 99 a un meno clamoroso 10 a 90, ma il concetto è chiaro: nell’impresa scientifica, l’illuminazione fulminante che spalanca di colpo la visione in chiaro della soluzione cercata, è rarissima. Nella maggior parte dei casi, non c’è proprio; nei rari casi in cui c’è, il ricercatore non fa nemmeno in tempo a godersi la sorprendente esperienza, perché deve immediatamente cominciare a verificarla, con modelli ostici, calcoli feroci, e soprattutto con improbe fatiche sperimentali. La scienza, diciamoci la verità, è soprattutto una gran fatica; e per di più, spesso, al di là del titolo giornalistico sensazionale o del premio prestigioso, la gente nemmeno lo sa.

Di una persona come Stefanie Horovitz, ad esempio, quasi nessuno ricorda l’esistenza. Se ne sa così poco che le scarse citazioni che la riguardano, quasi tutte, trascrivono il suo stesso nome in maniera diversa, casualmente “Horowitz”, “Horovitz” o “Horowiz”, mutevolmente “Stephanie” o “Stefanie”. Non sappiamo nulla della sua vita privata, e non abbiamo nemmeno una sua foto identificata con certezza, né alcuna immagine realistica del suo aspetto, nonostante fosse figlia di un pittore di un certo talento, che nell’impero Austro-Ungarico di fine Ottocento si era fatto una discreta fama proprio come ritrattista di persone. Il suo successo professionale lo portò a immortalare regnanti, ministri e generali, spostandosi di capitale in capitale europea, fino a che il ricordarsi di essere ungherese, sloveno o polacco non diventò un dettaglio insignificante: la famiglia apparteneva semplicemente a quel brillante milieu di borghesia cosmopolita mitteleuropea, incidentalmente di origini ebraiche ma per nulla legata a tradizioni religiose, e così entusiasticamente illuminata da incoraggiare allo studio anche le figlie femmine, e per di più in ambiti non considerati propriamente da signorine.

La figlia Stefanie, nata nel 1887 in Polonia, e cresciuta al seguito di tutte le tappe della carriera paterna, alle belle arti preferì la chimica, conseguendo un dottorato all’università di Vienna nel 1914. Nello stesso periodo, si unì al gruppo di ricerca guidato da Otto Hönigschmidt, che si occupava di radioattività.

La vicenda storica della radioattività, inaspettatamente, è fitta di personaggi femminili. Eccezion fatta per l’astro malinconico di Maria Curie e per quello scontroso di Lise Meitner, i loro nomi sono per la maggior parte sconosciuti al pubblico, anche a quello colto. Come mai all’epoca fosse proprio quella branca nuova della scienza, così greve di macchie, di vapori minacciosi e di odori forti, ad attrarre tante ragazze che avrebbero potuto più comodamente dedicarsi all’astronomia o alla botanica, non è chiaro. E quello che appare ancora più sorprendente è che queste donne, ben lontano dall’arroccarsi sulle riflessioni più teoriche e pulite, spesero i propri muscoli e la propria pelle nella parte più faticosa del lavoro sperimentale (e che fosse anche rischiosa per la salute, ancora non lo si sapeva), spalando, pesando e filtrando, e in definitiva sporcandosi le mani in tutti i modi possibili.

Alla nostra Stefanie, insieme al suo referente scientifico, toccò il compito ingrato di misurare la massa atomica del piombo. Oggi, qualsiasi studente sfoglia una tabella, e legge che del piombo esistono in natura almeno quattro isotopi, originati da processi diversi. Qualsiasi lettore di giornali, o di thriller storici, sa vagamente che esiste il carbonio 14 contrapposto al carbonio 12, o addirittura che esiste il deuterio a fianco dell’idrogeno qualsiasi. Ma in quegli anni tali ovvietà erano ancora di là da venire, e la scoperta che uno stesso elemento potesse presentarsi in più varianti diverse, quasi indistinguibili se accatastate in un composto chimico più complesso, ma di peso diverso tra loro, aveva gettato nel panico diversi chimici e fisici autorevoli, scavando tra l’uno e l’altro accanimenti e rivalità accademiche di portata formidabile.

Si era già fatta una gran fatica ad accettare, appunto, che la massa caratteristica di ogni elemento fosse determinata univocamente da un numero fisso di palline sfuggenti, ben nascoste nel profondo dei suoi atomi; ma che queste non si rassegnassero nemmeno ad essere in numero fisso, e che, ad esempio nel piombo, si presentassero allegramente qualche volta in 206, qualche volta in 207, o 208, o magari anche 204, senza tuttavia che il metallo perdesse le sue caratteristiche più generali e cessasse di essere piombo, era dura da ammettere. Autorevoli scienziati, responsabili di laboratori rivali, si accusavano l’un l’altro di aver commesso qualche grossolano errore di misura.

Otto e Stefanie non si persero d’animo: dopo mesi e mesi di clausura in un laboratorio soffocante, rimescolando poltiglie tossiche come nei calderoni stregoneschi delle favole,  per estrarre il metallo puro dai suoi composti minerali rinvenuti in natura, e pesarlo centinaia di volte con un’accuratezza del centesimo di milligrammo, comunicarono un risultato inequivocabile: il piombo, estratto da minerali diversi provenienti da giacimenti diversi, aveva effettivamente una massa atomica diversa, senza che questa mettesse in dubbio la sua natura di piombo.

La prima pubblicazione firmata dai due, mentre l’incubo della guerra stava per abbattersi sul loro mondo, per la prima volta in assoluto afferma l’evidenza sperimentale dell’esistenza degli isotopi; cinquant’anni dopo sarebbe stata inclusa in una rassegna delle pietre miliari imprescindibili della ricerca chimica della prima metà del Novecento. A quell’articolo ne seguirono altri due, in cui le misurazioni diventavano ancora più accurate: una includeva ulteriori varianti del piombo di provenienza diversa dalle precedenti, e l’altra smentiva l’esistenza di un misterioso elemento chimico nuovo, lo ionio, che era stato ipotizzato da un altro ricercatore per spiegare i pesi anomali di qualche minerale capriccioso.

Quella di inventarsi un elemento sconosciuto per togliersi dai pasticci di un’osservazione non coerente, in realtà, non era una scappatoia insolita per gli scienziati dell’epoca; ma, grazie al contributo di Stefanie Horovitz, anche lo ionio, correttamente identificato come un isotopo del torio, poté essere archiviato nello zoo delle curiosità scientifiche immaginarie, dove oggi gli fanno compagnia il coronio, il nebulio e perfino lo gnomio.

Di lì a poco, di Stefanie Horovitz si perdono le tracce. Si ignora per quale motivo una ricercatrice così promettente abbia scelto di abbandonare il campo a poco più di trent’anni, tornandosene silenziosamente nell’ombra. Possiamo immaginare qualche grave sconvolgimento, nell’ambiente di lavoro o nella vita personale, legato alle tragedie della Grande Guerra, ma tutto resta nel campo delle ipotesti gratuite: l’unica cosa che  sappiamo è che approssimativamente in quel periodo morirono entrambi i suoi genitori, e che questo potrebbe averla spinta a tornare nella natìa Varsavia, per stare vicina a una sorella che viveva lì da sposata, unica parente stretta che le era rimasta.

L’ultima volta che qualche conoscente la incontrò viva fu nel 1940, quando le strade del suo quartiere erano già state trasformate in un ghetto di segregazione forzata, sul quale cominciavano ad abbattersi rastrellamenti, violenze ed epidemie.

Di lì a poco, semplicemente, scomparve, come migliaia di suoi compagni di prigionia; come per qusai tutti gli altri, la data esatta della sua morte, non si sa.

Per una volta, mi sono presa la soddisfazione di dare anch’io un piccolo contributo alla Giornata della Memoria: che un senso ce l’ha, ma  non quando diventa un’occasione per ribadire a voce alta storie che già sanno tutti; bensì quando la si coglie per riportare alla memoria, appunto, facendola riemergere dal buio, qualche storia che ne ha davvero bisogno, perché era stata effettivamente dimenticata.

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Non c’è più religione (o comunque, ci manca pochissimo)

Oggi mi segnalano che la diocesi di Padova, per convincere i giovani studenti e le loro famiglie a continuare ad aderire alla frequenza dell’ora di religione cattolica nelle scuole pubbliche, ha curato e sponsorizzato il seguente capolavoro:

…no, un attimo di suspence, per ora metto solo il link, l’embedding diretto godetevelo soltanto alla fine.

A braccio, mi pare che sia diretto soprattutto agli studenti delle superiori, dove evidentemente il calo di iscrizioni è più significativo.

A parte il livello stilistico incommentabile di per sé, andiamo un po’ a vedere cosa dice il testo, che è molto più interessante.

Perché a prendere ferocemente in giro i preti e i catechisti che, per raccogliere qualche seguace in più, si abbassano a un linguaggio tanto ridicolo, saranno capaci tutti, dal finissimo editorialista da pagina culturale, al più rustico bestemmiatore di Greve in Chianti; ma pochissimi andranno a spulciare il significato effettivo di quelle frasi punto per punto, e a notare la loro lucida e deliberata scelta di contenuti.

Facciamo presente intanto a chi non fosse aggiornato che “l’ora di religione”, in tutte le scuole italiane di ogni ordine e grado, non consiste affatto in un insegnamento imparziale di “storia delle religioni”, o di presentazione generale del fenomeno religioso da un punto di vista antropologico e sociale: il corso continua a chiamarsi formalmente IRC, ossia Insegnamento della Religione Cattolica, ed è tenuto esclusivamente da personale scelto e abilitato dalle Curie vescovili cattoliche, secondo programmi approvati dalla Conferenza Episcopale Italiana.

Cominciamo dalla confezione, che è già indicativa:

1) chi non fa religione “sta fuori dalla classe”, come a dire che “la classe” come istituzione formale è quella che segue religione in blocco, e chi non lo fa è anomalo; e quei pochi che vogliono fare gli originali credono di essere “fuoriclasse ma invece non si rendono conto di essere dei poveri reietti. E va bene, questo è un patetico tentativo di fare i simpatici, ma non attacca questioni tecniche di principio. Se poi la classe, con figura retorica usuale, significa semplicemente “aula”, evidentemente i nostri parolieri non sanno che può capitare anche il contrario, ossia che nelle scuole civili ci si alterna alla pari, a turno, e qualche volta è il gruppetto che fa religione a raccogliere baracca e burattini e trasferirsi in un’altra stanza.

Poi andiamo più sul concreto:

2) la possibile esistenza delle attività alternative non è nemmeno ipotizzata: chi non segue religione viene dipinto semplicemente come uno sbandato, privo di qualsiasi interesse e curiosità culturale, che preferisce ciondolare avanti e indietro per il corridoio senza fare nulla;

3) secondo il testo, quello che si ostina a non fare religione avrebbe delle idee mute”, ossia non è interessato a esprimerle, e rifiuta il confronto con gli altri. Gli iscritti a religione, invece, sarebbero per definizione quelli disponibili al confronto, alla discussione e al pluralismo;

4) le motivazioni per cui lo studente non vuole seguire il corso di religione (e quindi, deve venire convinto che sta sbagliando) sono presentate, manco a dirlo, in modo macchiettistico e del tutto avulso dalla realtà. Una delle più significative è quella secondo cui il ragazzo annoiato e disilluso dice: “No, io non ci vengo, perché tanto il catechismo l’ho già fatto”. L’idea che possa esistere qualcuno che invece non l’ha fatto, e che semplicemente non segue religione perché non l’ha mai seguita nemmeno alle elementari, non è mai stato educato alla religione cattolica, non ha mai frequentato il catechismo, e magari non è nemmeno battezzato, non è minimamente contemplata.

5) si insinua, in maniera decisamente offensiva, che condividere allegramente quella lezione tutti insieme rappresenterebbe un segno di “rispetto per se stessi e per gli altri”: come a dire che chi sceglie di non farla, secondo un diritto garantito dalla legge, non solo abbia poca dignità personale, ma stia addirittura mancando di rispetto a qualcun altro. In che modo, non ci è dato di saperlo. Forse si vuole intendere che la mancanza di rispetto sia verso l’insegnante, che si sente comprensibilmente imbarazzato a fare lezione a quattro gatti, ma d’altra parte se l’è cercata e poteva pensarci prima: se si fosse abilitato per insegnare una materia normale, questi problemi non li avrebbe avuti.

Ma soprattutto, ed è questa la cosa più grave:

6) l’ora di religione viene ostinatamente presentata come un’ora dedicata alla discussione, al confronto, alla comprensione e alla condivisione di punti di vista diversi, e si lascia intendere di proposito che si parli liberamente di tutte le religioni allo stesso modo, senza intento di propaganda confessionale. E questo è proprio platealmente falso, sotto tutti i punti di vista, anche rispetto agli accordi del Concordato e ai programmi di insegnamento ufficiali approvati dalla CEI, ossia dalla stessa organizzazione cui fanno capo le curie vescovili, compresa quella che ha benedetto e raccomandato questa canzoncina. Chiunque abbia voglia di sfogliarsi quelle linee guida, si rende conto benissimo che il corso è strutturato apposta per presentare, incoraggiare e propagandare un punto di vista cattolico, assolutamente in chiaro e senza ambiguità.

Fautori della laicità della scuola, coraggio, abbiamo già vinto: con certi sostenitori e certi sponsor, l’ora di religione a scuola non ha alcun bisogno di nemici che la combattano.

Ha ottime probabilità di estinguersi miseramente da sola.

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Aggiunta doverosa: gli autori del misfatto,  che appaiono personalmente nel video, contrariamente a quanto si potrebbe pensare da ingenui, non sono due volontari raccolti a caso nel cortile di qualche parrocchia, ma si presentano come un duo comico-musicale dalle pretese professionistiche. I loro nomi sono Pierclaudio Rozzarin e Fabio Bianchini, e una sintetica carrellata delle loro altre prodezze artistiche si può consultare  qui. Il patrocinatore spirituale, vera e propria anima – letteralmente – dell’iniziativa, pare essere invece un certo monsignor Franco Costa, responsabile dell’Ufficio Scuola della Diocesi di Padova

Be’, la citazione al merito era dovuta.

Al prelato, in particolare, per la temerarietà di essersi esposto con nome e cognome per un’impresa pubblica come questa, va riconosciuta la virtù eroica cristiana, proprio in senso teologico, quella che lo accomunerebbe a tanti gloriosi santi e martiri.

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Enel Energia e il bello della concorrenza

Da un’amica che vive in Piemonte, “riceviamo e volentieri pubblichiamo”, come si dice nelle redazioni giornalistiche, senza aggiungere ulteriori osservazioni se non qualche link:

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Ho cambiato… non so cosa… insomma:
prima chi forniva energia elettrica era enel-qualcosa, ora è enel-qualcos’altro.

Lo so, lo so, non si dovrebbe… ma mi ha telefonato questo tizio, mi ha decantato le meraviglie di questo nuovo fornitore, bollette alla mano ho visto che in effetti costava meno, e così ho autorizzato il passaggio.

Tutto ok, è arrivata la prima bolletta a casa e l’ho pagata.

Mi ero ripromessa di domiciliarla in banca, come ho sempre fatto con tutte le bollette, ma poi non l’avevo ancora fatto. Secondo errore. Comunque non avevo mai avuto grossi problemi con la posta, quindi la cosa non mi sembrava grave.

Fatto sta che, mentre ero al pc, all’improvviso, mi va via la luce in casa.

Penso a un problema comune, ma i miei vicini la luce ce l’hanno.

Allora penso a un problema mio e vado a vedere il contatore.

Un messaggio sinistro mi avverte che “è stato effettuato un depotenziamento”. Cosa sarà?

Chiamo enel-guasti. Il tizio mi spiega che il depotenziamento avviene quando non si è pagata una bolletta, nonostante due solleciti, di cui il secondo inviato per raccomandata.

Ma io non ho ricevuto nessuna bolletta, né tanto meno solleciti, né per posta ordinaria né per raccomandata. E poi sono appena passati tre mesi dall’ultima bolletta, quindi stavo aspettando che arrivasse quella nuova.

Chiamo il servizio clienti. La signorina mi conferma che è stato effettuato il depotenziamento per morosità (e io provo un inspiegabile senso di vergogna). Le spiego che io non ho ricevuto nessuna bolletta di recente, anzi la sto aspettando, ma lei, dopo un antipaticissimo “Eh, dite tutti così!”, mi ricorda che le bollette arrivano ogni due mesi, non ogni tre. In pratica questo nuovo contratto prevede bollette bimestrali, non trimestrali come prima.

E allora?

Allora mi indica l’importo della bolletta non pagata, che ora devo andare di corsa a pagare presso una lottomatica e poi inviare la ricevuta via fax, per ottenere il ripristino della corrente.

E sulla prossima bolletta pagherò una sessantina di euro per questo ripristino.

Bell’affare.

Ho chiesto il numero della raccomandata inviatami, che a me non è mai arrivata e che a loro risulta “tornata indietro”, così cercherò di chiarire con le Poste cosa è successo, ma temo che sia una battaglia persa in partenza.

Ora fino a quando non sarà ripristinata la corrente (e ci vorranno da un minimo di due ore a un massimo di cinque giorni, mi ha gracchiato la signorina) non posso attaccare il freezer né altro, perché il contatore depotenziato sopporta il frigo e un paio di lampadine, niente di più.

E io ho un sacco di cose in freezer, che ora ho staccato altrimenti il contatore salta. Passerò il pomeriggio a cucinare, compatibilmente con il fatto di non poter usare il forno, e a stivare in frigo il cucinato.

Quest’anno non inizia bene. Speriamo che prosegua meglio.

Via, vado: parto un po’ prima per andare a prendere le figlie a scuola e pago ‘sta fantomatica bolletta.

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12 febbraio 2013, la cicogna in sciopero

Leggo oggi su Repubblica on line questa allarmante notizia: il personale dei reparti di ostetricia degli ospedali italiani, per protestare contro il disagio, l’incertezza istituzionale e la carenza di fondi in cui è costretto a lavorare, invece di indire il solito sciopero tradizionale ha escogitato un’originale forma di contestazione sindacale. Il 12 febbraio prossimo, infatti, ginecologi e ostetriche, regolarmente in servizio, si asterranno da qualsiasi manovra  medicalizzata programmata, a cominciare dai parti cesarei e dalle induzioni di travaglio, garantendo soltanto gli interventi che dovessero rendersi necessari in urgenza, oltre alla normale assistenza ai parti fisiologici spontanei.

La decisione, tranne che per il fatto di essere limitata a un solo giorno, ha qualcosa in comune con l’agitazione sindacale in corso da qualche tempo tra il personale della scuola: in moltissimi istituti superiori i docenti hanno ritirato la disponibilità a svolgere qualsiasi attività aggiuntiva non obbligatoria, che sia retribuita o no, a cominciare dall’accompagnamento delle classi in gita di istruzione, dai corsi di recupero pomeridiani, fino a tutti i progetti didattici aggiuntivi, alle sostituzioni occasionali dei colleghi assenti e agli incarichi di coordinatore di classe o di figura referente. Il tutto, senza mettere in discussione le consuete attività didattiche quotidiane, il corretto svolgimento dei programmi, la preparazione e la correzione delle verifiche e i contatti con le famiglie: ossia, le attività ordinarie in cui consiste normalmente il nostro lavoro. Più o meno quello che per l’ostetrico (sia nel senso di medico ginecologo, sia di “levatrice”) dovrebbe essere l’assistenza corretta ai parti fisiologici, e l’avvio dell’intervento medico di urgenza solo quando c’è bisogno.

Ma no, la notizia allarmante non era questa, bensì quella che arriva immediatamente dopo: si stima, testualmente, che a causa dell’iniziativa, “delle circa 1.500 nascite medie giornaliere, circa 1.100 saranno rinviate oppure anticipate.”

Se la matematica vale anche a quest’ora (e spero di sì, perché devo ancora finire di correggere un pacco di verifiche), 1100 eventi su 1500 corrispondono a più del 70 per cento.

L’articolo quindi ci informa che, non nella situazione eccezionale di una giornata di sciopero, ma in regime di assoluta normalità che vige tutti i giorni, in Italia le date e gli orari di quasi tre quarti delle nascite vengono programmati a tavolino, invece di aspettare che la fisiologia faccia il suo corso e che le avvisaglie di travaglio partano da sole quando i tempi sono maturi.

Tali interventi, dichiaratamente, non hanno alcun carattere di necessità stringente, ed evidentemente non fanno parte delle mansioni obbligatorie, tanto è vero che possono essere agevolmente rifiutate, rinviate o ridotte senza cadere in alcuna illegalità.

Il punto è che siamo talmente abituati a considerarli routinari, e in un certo senso “dovuti“, che la sia pur minima iniziativa che abbia l’effetto di metterli in dubbio, fa notizia. Analogamente, quanti dei nostri studenti, e relative famiglie, quest’anno sono caduti dal pero sgomenti, all’annuncio che quasi sicuramente non si sarebbero programmate le gite: ma come, si è mai sentita una cosa del genere? Ma non si può…

Fosse la volta buona che qualcuno si accorge che tutte quelle operazioni ostetriche scrupolosamente pianificate sono in gran parte inutili, e che anche senza, si nasce lo stesso? Esattamente come a scuola si può imparare lo stesso anche senza il rituale della gita scolastica, del progetto teatrale o del mercatino natalizio.

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Il musulmano, la lesbica e il prete (per tacere del giornalista)

Se un lettore distratto avesse dovuto fidarsi dei giornali, ieri, avrebbe avuto di che sbigottirsi: prima la Corte di Cassazione a favore delle adozioni gay, e poi prontamente la Chiesa cattolica, nella personalità del suo più autorevole giornale, Avvenire, lancia un anatema vibrante contro la Corte stessa, che avrebbe legittimato addirittura la sperimentazione sui bambini.

Poi si va a leggere il resto dei resoconti, e si molla il colpo con delusione estrema. Pensavate davvero di esservi trovati di fronte a una virata etica e giuridica epocale, nel bene o nel male? Ma quando mai? Detto in termini più neutri ed educati possibile, la notizia non è mai esistita, e lo scambio di improperi tra vescovi, laicisti, magistrati, femministe e omosessuali, casomai esista davvero, è fondato sul nulla assoluto.

Ossia, vediamo di essere chiari: non c’è stata nessuna adozione, né da parte di coppie gay né eterosessuali, e tantomeno alcuna modifica delle normative sull’adozione, né alcun pronunciamento che sollecita una riforma in tal senso.

Partiamo dalla banale e triste realtà dei fatti: un uomo e una donna che in passato si sono amati e che insieme hanno generato un bambino (presumibilmente in maniera del tutto naturale, come auspicato dai sostenitori della famiglia tradizionale), si separano in modalità aggressiva e rancorosa, e non riescono a mettersi d’accordo da soli sulle rispettive responsabilità nei confronti del figlio. Si ricorre quindi al tribunale per dirimere la contesa e per stabilire a chi debba essere assegnato l’affidamento prevalente del minore.

Nulla ci è dato di sapere sulla vita concreta di queste persone, se non che il padre “è di religione islamica” (senza specificare se sia un cittadino italiano o no, se si sia reso responsabile di qualche illecito o no, né tantomeno se tali illeciti possano essere fatti risalire o no alle sue origini culturali) e che la madre “è una ex tossicodipendente” (senza specificare quali siano attualmente le sue condizioni di salute fisica e psichica, né se sia riuscita o meno a reinserirsi nella società civile provvedendo dignitosamente a se stessa). Non sappiamo neppure se fossero stati legalmente sposati o no, na questo non dovrebbe fare alcuna differenza sulla responsabilità verso i figli.

Del padre, non è noto se attualmente viva da solo o se si sia rifatto una nuova famiglia; mentre della madre sappiamo che -evidentemente, di inclinazioni bisessuali, che non le avevano impedito di stare precedentemente con un uomo e di fare un figlio con lui- ha intrecciato una relazione sentimentale con un’altra donna e che è andata a vivere con lei. Non possiamo nemmeno sapere se tale relazione omosessuale sia iniziata prima o dopo la contesa giudiziaria sull’affidamento del figlio.

Negli ultimi anni, nei casi di separazione con figli,  è invalsa da parte dei giudici l’abitudine (assolutamente civile e ragionevole) di concedere, nella stragrande maggioranza dei casi, l’affidamento congiunto alla pari a entrambi i genitori. Nonostante ciò, in questo caso specifico, un tribunale (sempre per motivi che noi non sappiamo) aveva riconosciuto, in prima istanza, l’affidamento esclusivo alla madre, tutelando il diritto del padre a frequentare comunque il figlio, ma solo sotto determinate condizioni e limitazioni.

Una decisione del genere, normalmente, si prende solo quando uno dei due risulta gravemente inadeguato ad assumersi responsabilità genitoriali autonome. O perché ha dato prova di essere violento, o di educare i figli all’illegalità, o magari di tenere semplicemente un atteggiamento trascurato e incosciente verso di loro.

Ma di tutte queste ipotesi, appunto, non sappiamo nulla: gli articoli si limitano a dirci che fosse musulmano, come se questo fosse già di per sé un motivo autoevidente per considerarlo un padre inadeguato.

Come sia, come non sia, il bambino viene in prima istanza affidato alla madre.

Che poi questa vivesse da sola, o vivesse con un altro uomo, o con una donna, o con un leprechaun, o con un rettiliano, non c’entra niente con la decisione presa: l’affidamento alla madre è stato deciso perché il tribunale, per motivazioni che non conosciamo, ha ritenuto che, tra i due genitori, in quel momento, fosse lei quello che offriva garanzie migliori per una cura e un’educazione equilbrata del minore.

Dopo questa prima sentenza, l’altro genitore protesta. Il che sarebbe anche nel suo diritto, in linea di massima, se ritiene davvero di aver subito un torto o un errore giudiziario.

Ma intanto facciamo un passo indietro e riflettiamo: che cosa c’entrano le “adozioni gay”?

L’adozione è un istituto giuridico che non ha niente a che fare con le sentenze di affido parentale in caso di separazioni tra genitori esistenti e riconosciuti: adozione vuol dire che un bambino in stato di abbandono (ossia, che non ha famiglia) diventa legalmente figlio di altre persone, che prima non erano “i suoi genitori” e che invece da quel momento lo diventano, e saranno considerati per sempre i suoi veri e unici genitori a tutti gli effetti.

Nella decisione sull’affidamento del figlio di separati, si discute su quale dei due genitori (che ci sono già) debba occuparsi prevalemente del figlio (che è già figlio loro).

Dove starebbe l’adozione?

Quella sentenza non ha affatto “dato un bambino in adozione a una coppia gay”: ha semplicemente risposto a una controversia tra padre effettivo e madre effettiva, sia legali che biologici, riguardante un minore che non era in stato di adottabilità.

Il bambino infatti non è stato affatto adottato,  da nessuno: è stato affidato alla madre, che era già sua madre, per ragioni contingenti, indipendenti dalle sue preferenze sessuali.

Non risulta che le sia stato assegnato in adozione (come avrebbe potuto? era già suo figlio!), né tantomeno che sia stato consentito alla sua compagna di adottarlo (e perché mai? aveva già entrambi i genitori!). E non risulta nemmeno che sia stata revocata la potetà genitoriale al padre, o che sia stato rescisso per legge il suo legame di parentela con lui: quell’uomo continua ad essere il padre del bambino a tutti gli effetti, può vederlo, e partecipare alla sua vita.

Prevedibilmente, l’elemento dell’omosessualità è sorto solo in un secondo tempo. Nella prima sentenza, è probabile che fosse stato completamente ignorato.

Non è credibile che il tribunale abbia stabilito, fin dall’inizio, “lo affidiamo alla madre perché è lesbica” oppure “lo affidiamo alla madre nonostante sia lesbica”, o tanto meno “lo affidiamo alla coppia composta dalla madre e dalla sua compagna lesbica”: il tribunale lo ha affidato alla madre e basta, per ragioni legate esclusivamente al confronto tra l’affidabilità dei due genitori.

Il caso, in un secondo tempo, è esploso solo perché il padre, volendo ricorrere contro la sentenza per ragioni proprie (come fanno tanti altri genitori separati che a torto o a ragione non accettano tali sentenze, per motivi diversissimi), le ha provate di tutte per dimostrare che la madre fosse inadeguata …

…e fra i vari tentativi, forse su consiglio temerario di qualche avvocato amico, tra le tante ha provato anche quella, ovvero di sostenere che la madre fosse inadeguata proprio perché lesbica.

E a quel punto un altro tribunale ha riesaminato il tutto, e ha detto semplicemente: “No, non ci risulta che l’essere lesbica implichi necessariamente l’essere una cattiva madre, dunque il ricorso non è fondato”, e quindi ha respinto l’obiezione dell’uomo e ha lasciato la decisione così come già stava prima, senza modificarla.

Probabilmente 40 anni fa avrebbe potuto succedere la stessa cosa se la madre si fosse riaccompagnata con un altro uomo, e l’ex marito, o magari la ex suocera, si fossero messi in testa che, per quella ragione, fosse per definizione una poco di buono.

Come si faccia a trasformare questa banalità assoluta in una presunta “autorizzazione alle adozioni gay”, proprio non si riesce a immaginarlo. Come se il compito della Corte di Cassazione fosse quello di assegnare figli in adozione, tra l’altro. Aver associato i due concetti, sia da parte delle voci cattoliche sia di quelle giornalistiche, è un atto di pura fantasia morbosa, o forse di plateale malafede. Come pure sa di malafede il riferimento alla “sperimentazione” sulla pelle dei bambini, di novità minacciose e misteriosissime mai viste prima: i figli allevati da genitori omosessuali esistono già, basta andare a vedere come vivono realmente, invece di preoccuparsi a scoppio ritardato.

Quel bambino (che, visti i tempi tipici che ci vogliono per arrivare in Cassazione, ormai sarà nella piena adolescenza) è soltanto stato al centro di una logorante schermaglia legale tra adulti immaturi e rancorosi, di quelli che non esitano a passare sopra alle esigenze e ai problemi dei figli pur di farsi la guerra tra di loro.

Atteggiamento tristemente diffuso tra tanti normalissimi genitori separati dall’identità socialmente corretta; altro che chiedersi con commiserazione se sia meglio il musulmano o la lesbica.

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Se fosse stato uno zingaro

Gli ingredienti ci sono tutti:

- stereotipo sul culto del macchinone (con legittimi sospetti maliziosi sulla sua intestazione e sulla regolarità della provenienza dei soldi necessari per comprarlo),

- ragazzino che già a tredici anni sa guidare perché evidentemente il maschio padre orgoglioso gli ha ampiamente consentito di provare a farlo, illegalmente, fin dalle elementari,

- abitudine a una libertà personale estrema completamente fuori dal controllo dei genitori,

- frequentazioni con amici lontanissimi, presumibilmente più adulti e sconosciuti alla famiglia,

- contatti assidui con paesi dell’est europeo.

No, non si tratta di un ragazzo di un campo rom, ma del figlio di un imprenditore benestante di Treviso.

Sto qui ad aspettare con ambiguo sorriso leonardesco (…e sono quarant’anni che sopporto le battute scontate sul mio nome, per una volta lasciatemi la soddisfazione davvero), per vedere se per questo caso si alzeranno gli stessi strilli indignati che normalmente si riservano ad altre realtà sociali, sul genere del “bisognerebbe toglierlo subito ai genitori e farlo adottare da una famiglia perbene”

Casomai qualcuno si azzardasse a suggerire una soluzione del genere, io rilancerei con una proposta originale: affidarlo a una famiglia di fricchettoni ecologisti vegetariani alternativi che per scelta vive in una colonica isolata nel paese dei lupi, senza automobile, senza televisione, senza collegamento a internet, autoproducendosi il cibo con la coltivazione dell’orto biologico, del frutteto armonico, e con la mungitura di capre ecosostenibili.

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Precisazione: il chiarimento sul fatto che il ragazzo fosse nato in Polonia e fosse stato adottato da una famiglia italiana solo da pochi anni è arrivato diverse ore dopo, e quando è stato scritto il post, nella prima versione dell’articolo, non c’era.

A maggior ragione, dubito che avesse avuto la possibilità di diventare un campioncino di go-kart nel suo Paese d’origine, visto che quasi sicuramente avrà sempre vissuto in istituto, o in una famiglia gravemente disagiata. Per cui, l’opinione su una famiglia che incoraggia il figlio tredicenne (o magari anche undicenne, visto che a 13 è già un “guidatore esperto” e abituale) a guidare illegalmente l’automobile, non cambia, che si tratti di un figlio biologico o adottivo.

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Sogno di Capodanno per cinquenni tecnologici

Supponiamo di essersi decisi a tentare il primo Capodanno fuori casa dopo la nascita dei figli, invece della consueta festicciola casalinga con stelline luminose in terrazza, alla quale ci si era abituati da diversi anni.

Supponiamo di uscire da un magico spettacolo teatrale con i bambini entusiasti, e di attraversare a piedi un centro cittadino saturo di lampi e di esplosioni.

Supponiamo quindi di provare a riaprire la porta di casa (per la verità nemmeno particolarmente tardi, ma con la prole legittimamente sfinita) e di trovare la serratura rotta, con la chiave che gira drammaticamente a vuoto, e non riuscire a entrare?

No, no, niente ladri, si è proprio rotta da sola!

E’ vero che da diversi mesi funzionava maluccio, ma di scassarsi definitivamente proprio nella notte di san Silvestro, gliel’ha ordinato il medico? Gli spiriti? Gli UFO? I Maya in un ultimissimo disperato colpo di coda dell’anno ormai finito?

Supponiamo infine di tentare cinque o sei chiamate completamente inutili a vari numeri di “fabbri-pronto-intervento-24-ore-su-24-365-giorni-all’anno” (ma magari hanno fatto eccezione proprio stavolta, perché l’anno appena finito ne aveva avuti 366), e di essere finiti a stazionare scoraggiati  sul pianerottolo, con qualche pezzo della famiglia già dormiente.

A quel punto, che si fa?

Con notevole imbarazzo e senso di colpa civico (ben consapevoli di quante emergenze più serie avranno, tra il rischio di incidenti stradali e quello di petardi finiti male), ci si decide a chiamare i Vigili del Fuoco.

Che dire, evitando la retorica e la barzelletta?

Basta dire la verità, e cioè che, a parte una giustificabilissima attesa, l’intervento è stato perfetto, discreto e con effetti collaterali minimi,  tra cui un po’ di battute inopportune di curiosi per strada.

Non abbiamo perso nulla e stiamo tutti bene, felino compreso.

Ma c’è un giovanissimo testimone che ricorderà questo come il Capodanno più entusiasmante della sua vita: avere i pompieri in casa, la realizzazione del mito assoluto di un cinquenne con ambizioni avventurose e tecnologiche, di quelli che sanno distinguere a occhio un treno a vapore classico da un locotender, e che quando finiscono al pronto soccorso sono esaltatissimi perché forse gli faranno visitare l’ambulanza da dentro.

Già schiantato a dormire passando di braccia in braccia nell’attesa, all’arrivo degli operatori  si è risvegliato di colpo, e non ha perso il più piccolo dettaglio della manovra. In pratica, si convincerà di averla diretta lui in persona, la manovra stessa, compresa la prova del casco professionale con tanto di foto, e la visita guidata sul mezzo di soccorso.

Essendosi, tra un accidente e l’altro, addormentato definitivamente alle quattro del mattino, c’erano buone probabilità che non ricordasse nulla o che pensasse di averlo sognato. Invece, appena uscito dalle lenzuola, la prima cosa che ha fatto è arraffare carta e pennarelli per immortalare il ricordo prima che si annacquasse.

Che si vuole di più per festeggiare l’anno nuovo?

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Altri maschi di Capodanno

Per qualche curiosa coincidenza, le più istruttive lezioni popolari sull’identità di genere arrivano alla vigilia di Capodanno, e possibilmente in mezzo ai sacchetti della spesa.

Padre e tre figli, due femmine e un maschio tutti abbastanza vicini di età, diciamo dai sette agli undici, manovrano il carrello stracolmo nel parcheggio di un grande supermercato. La madre evidentemente è rimasta a tirare a lustro la casa in vista del cenone.

Appena sganciate le sicure dell’auto, con il consueto telecomando appeso al portachiavi, il ragazzino si piazza sul sedile anteriore a tamburellare su tasti elettronici, mentre le altre due provano ad armeggiare con le buste piene.

Il padre interviene:  – “Ma perché non vieni a dare una mano anche tu?”

- “Perché non mi va!

- “E che razza di maschio sei, che non aiuti le tue sorelle?”

- “Uffa… ma se non mi va?!”

- “Se non ti va, vuol dire che sei uno stronzo!

E, solo a quel punto, una delle bambine protesta compunta:
- “Ma babbo! Non si dicono le parolacce!

Visto che ormai ce la siamo scampata dai Maya, per il 2013 confido in qualche profezia ancora più spaventevole che arriva dagli Shardana, dai Guanci, o magari anche dall’Uomo di Flores, che ci facciamo andar bene tutto.

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