A una normale insegnante di scuola pubblica, già avvezza a sentir gratificare ogni giorno la propria categoria con epiteti ameni quali fannullona, parassita, indottrinatrice ideologica, vecchia, noiosa, occasionalmente pedofila, e per giunta non abbastanza pop, può anche capitare di uscire tranquillamente di casa la mattina presto e imbattersi in una civetta giornalistica come questa:

Andiamo bene, dunque: oltre a tutto il resto, anche tossici. La meravigliosa macchina dei comunicati stampa si mette in moto, e nel giro di poche ore abbiamo, nell'ordine:
- l'assessore alla Pubblica Istruzione (di centrosinistra) che invoca test antidroga obbligatori per tutti gli insegnanti, immediatamente sospettati in blocco;
- il gruppo consiliare di opposizione (di centrodestra) che sbraita: "Noi sono anni che lo chiediamo e non veniamo presi sul serio, e adesso ci rubate l'idea?!";
- il capo di un'agguerrita organizzazione libertaria a tutela dei diritti dei consumatori (senza specificare di cosa), che afferma che il problema sta solo nell'overdose e non nell'utilizzo in sé, e rivendica il diritto di chiunque, insegnanti compresi, a fare uso di qualsiasi sostanza ritenga opportuna, senza incorrere in divieti e censure moralistiche;
- il Prefetto che, con aplomb e signorilità notevoli, taglia corto spiegando che l'idea dei test non sarebbe comunque praticabile, perché in forte dubbio di incostituzionalità;
- l'onorevole Carlo Giovanardi che, probabilmente per la prima volta in vita sua, non è d'accordo con un prefetto.
Poco per volta, in giornata, comincia a comparire qualche dettaglio in più sulla sconcertante episodio. Uno dei primi articoli emersi online, ad esempio, recita questo:
"Succede anche questo a scuola. Una insegnante di sostegno è stata soccorsa a seguito di un malore che l'ha colta nel bagno di una scuola elementare fiorentina, dove stava prestando servizio. La donna, di 40 anni, dipendente di una cooperativa sociale, avrebbe ammesso di aver assunto eroina, ed è stata subito sospesa. L'educatrice era rientrata al lavoro solo da qualche giorno, dopo una lunga assenza per motivi di salute."
Allora, con calma: cominciamo ad appizzare le antenne, e a fare le pulci alle parole.
Punto primo: "insegnante di sostegno" - "dipendente di una cooperativa sociale" .
L'indizio è palese, e ha già messo a nudo un punto che brucia. La sciagurata, sicuramente censurabile nel suo comportamento e inadatta a lavorare nella scuola, per l'appunto, non era affatto un'insegnante. Tantomeno una "insegnante di sostegno", come viene distrattamente definita. Era (ma guarda che novità…) un'operatrice ausiliaria di altro tipo, che non aveva alcun compito didattico ma solo di assistenza pratica ad alunni disabili, e che lavorava precariamente tramite cooperative esterne. Presumo che non fosse nemmeno pagata dalla scuola, ma con fondi provenienti dalla ASL o da qualche altra amministrazione pubblica che con l'istruzione non c'entra nulla.
Punto secondo: "40 anni" – "eroina".
Gli anni dei tossici di strada dalla gioventù bruciata sono passati da un po'. Una persona che alla non tenera età di 40 anni sia assuefatta proprio all'eroina (che è praticamente in via di estinzione come problema sociale significativo), è con ogni probabilità una reduce di lungo corso di quelli che hanno cominciato a drogarsi più di 20 anni fa, e non sono mai riusciti a uscirne. E dunque, è quasi sicuramente una persona problematica che ha vissuto per decenni in una situazione emarginata e senza equilibrio, forse smettendo e ricominciando più volte, non riuscendo a svolgere alcuna attività stabile, e probabilmente avendo già gravitato a lungo come "paziente" nel sottobosco di quelle stesse cooperative che oggi, ogni tanto, le offrono qualche ora di lavoro. Cooperative che forse, a seconda della richiesta, nel giro di pochi mesi alla volta la spedivano indifferentemente a fare le pulizie in una fabbrica, a lavare i piatti in una mensa universitaria, o a fare l'assistente ai bambini disabili, che tanto è uguale.
La sensazione di deja-vu si fa sempre più fastidiosa. E questa volta è facile, perché non è proprio un caso originale, dalla forma inconsueta dell'overdose in bagno. Si parla degli scandali splatter sulle "maestre picchiatrici nell'asilo degli orrori" , non si scappa, ce ne sono almeno un paio all'anno. Nella maggior parte di questi casi, nel giro di un giorno o due, viene fuori che quello non era affatto un asilo, ma un baby parking privato e fuori norma sotto tutti i punti di vista, e che le vessatrici non erano affatto maestre, ma impiegate raccattaticce qualsiasi, piazzate lì senza alcuna abilitazione in regola. I proprietari o dirigenti di queste imprese, nonché datori di lavoro delle reprobe, non sono quasi mai insegnanti, pedagogisti o educatori, ma furbacchioni commerciali qualunque, che avendo un po' di soldi da investire sono passati con la massima disinvoltura dall'agenzia di viaggi al catering, e dall'impresa di pulizie all'aprire un asilo.
La conclusione è semplice: laddove mancano i servizi pubblici essenziali, in ambiti delicati in cui quei servizi sono necessari e di conseguenza richiestissimi, inevitabilmente si spiana la strada a qualsiasi dilettante cialtrone, sfigato, privo di scrupoli e privo di qualsiasi preparazione tecnica, che pensa di approfittare di tale vuoto assistenziale per tirar su un po' di soldi facili, aprendo e chiudendo società, cooperative e associazioni che millantano l'offerta di quei servizi, e assumendo a sua volta gente ancora più sfigata e cialtrona di lui, per pagarla due spiccioli senza il minimo controllo e la minima garanzia di professionalità.
L'unica soluzione ragionevole, pertanto, è palese: investire più soldi pubblici nei servizi fondamentali che competono allo Stato (scuola, sanità, servizi sociali), assumendo più personale dipendente con contratti stabili, selezionandolo con criteri culturali e professionali ferrei, e aggiornandolo in continuazione. In tal modo si eviterebbe (o almeno si ridurrebbe al minimo) il rischio di affidare delicatissimi compiti di alta fiducia a personale avventizio disperato che si alterna in un flusso casuale, senza i titoli opportuni, e senza una reale consapevolezza di ciò che sta facendo.
Occhio che a dire una cosa del genere, oggi, si passa per statalisti retrogradi, nemici della libertà, e addirittura comunisti.
Per fortuna, a toglierci dall'imbarazzo è arrivato il gruppo consiliare municipale del Partito delle Libertà, opposizione di centrodestra del Comune di Firenze, che pur di dare addosso agli avversari politici cittadini, si è prodotto nel seguente capolavoro:
“In Toscana ad essere drogato è l’intero sistema scuola. Un sistema che ricorre sistematicamente all’affidamento dei servizi alle cooperative, impedendo così che il personale si consolidi all’interno delle strutture."
Il comunicato non è firmato individualmente, ma sia messo agli atti che il gruppo che lo ha espresso è composto attualmente dai signori Marco Stella, Stefano Alessandri, Jacopo Cellai, Emanuele Roselli, Mario Tenerani, Francesco Roselli.
Questi signori, dalla loro imbarazzante posizione di militanti e rappresentanti della stessa coalizione che è al governo nazionale, se la prendono esplicitamente con la politica del governo medesimo, che soltanto nell'ultimo anno ha tagliato circa trentamila posti di lavoro nella scuola, e ha falcidiato in particolare le cattedre di sostegno per disabili, costringendo le scuole, di fatto, a ricorrere sempre più a collaborazioni esterne improvvisate. E questo, secondo loro, sarebbe colpa dell'amministrazione toscana, che ora è accusata perfino di drogare la gente?
E diteglielo, alla vostra amica Gelmini, diteglielo, ma DITEGLIELO, santo cielo!
Spiegatele con calma, senza traumatizzarla troppo, che se si vuole evitare che le rosse regioni sovversive piazzino in classe assistenti precari e dal curriculum dubbio, l'unica soluzione è quella di assumere più dipendenti stabili.
Fissi, selezionati per concorso e indipendenti da come gira la banderuola.